
Paola Caridi, “a Gaza il genocidio non è finito, sta continuando. E anche in Cisgiordania va avanti la pulizia etnica”

La giornalista e scrittrice Paola Caridi, tra le più profonde conoscitrici della realtà mediorientale e tra le analiste più ascoltate sulla guerra a Gaza e sulle conseguenze politiche e umanitarie, ha partecipato stamane online alla 27/a puntata dei “Dialoghi dello Spirito” delle Acli, intitolata “Nel rumore del silenzio: Gaza e Cisgiordania oggi”, insieme al padre gesuita di Gerusalemme David Neuhaus, al parroco della Sacra Famiglia a Gaza don Gabriel Romanelli e al vice presidente nazionale delle Acli Pierangelo Milesi. Paola Caridi, le cui ultime pubblicazioni per Feltrinelli sono ‘Hamas. Dalla resistenza al regime’ (2023), ‘Il gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi’ (2024) e ‘Sudari. Elegia per Gaza’ (2025), ha risposto alle domande di Daniele Rocchetti. Pubblichiamo il suo intervento, doloroso e incalzante.
Paola , tu che ti sei occupata a lungo e davvero con grande raffinatezza della Striscia di Gaza, aiutaci a capire cosa sta avvenendo sotto la superficie, che cosa avviene e noi non riusciamo a vedere. Eppure in quella terra si sta disegnando un futuro che è preoccupante. Che cosa ci puoi dire?
Solo partendo dalla realtà noi possiamo pensare di agire e di avere un’influenza su quello che succede. Per questo parto da quello che dobbiamo fare noi rispetto a quello che succede nella Striscia, anzi che succede a Gaza: diamole il nome che ha da 3.500 anni, non dimentichiamoci della storia di Gaza.
Credo che bisogna partire da un’azione, che è il pensiero e azione assieme, perché solo noi possiamo fare qualcosa per far finire quello che è un genocidio in corso: cioè quello che succede a Gaza continua ad essere un genocidio, non è finito con una finta pace, una finta tregua dall’inizio della quale sono state uccise più di 600 persone, ne sono state ferite migliaia.
La gente muore silenziosamente non solo quando viene uccisa con un proiettile, una bomba, un missile. ma perché non può curarsi, perché non può fare chemioterapia, perché è stata amputata senza anestesia, perché non può fare dialisi, perché manca anche una aspirina, perché manca tutto. Allora questo è quello che succede a Gaza: un genocidio che perdura. Che cosa è importante per noi? Che questo genocidio non è nel nostro nome: non è una frase fatta, questo cioè interroga la nostra coscienza, interroga la nostra tenuta, etica, morale, umana. Ma soprattutto ci dice anche come sarà il nostro futuro, il nostro presente.
Cioè noi stiamo sostenendo un genocidio, noi siamo non solo compici, corresponsabili, noi siamo responsabili di un genocidio, perché non riusciamo a fermare chi non lo ferma, cioè non riusciamo a spingere chi ha il potere esecutivo, per esempio nazionale, e anche parzialmente internazionale, non riusciamo a spingere governi, Nazioni Unite, organismi transnazionali a prendere una posizione che sia una posizione del diritto, dei diritti, delle regole, della giustizia internazionale. E quindi di un intervento nei confronti di chi sta compiendo il genocidio, in primis cioè Israele, e di noi stessi che lo stiamo sostenendo: perché l’Europa lo sostiene. L’Europa non ha detto una parola neanche su una guerra completamente illegale come è quella che Israele e Stati Uniti hanno scatenato sull’Iran, regime sanguinario, regime oppressivo, stato sovrano.
Non siamo riusciti a dire nulla, siamo riusciti a balbettare qualcosa rispetto agli Stati arabi, soprattutto quelli del Golfo che sono coinvolti in questa storia, e nascondiamo persino le notizie che riguardano il nostro benessere, anche se non è la cosa più rilevante di questo momento, cioè il gas con cui ci riscalderemo nel prossimo inverno. Una regione come quella del Golfo Persico, del Mare arabico che non sarà più come prima, perché già non è più come prima. Dubai non sarà più la Disneyland che è stata finora. Allora quando noi pensiamo alla realtà di Gaza, dobbiamo metterla per forza assieme a quella che è la nostra realtà, chi siamo noi adesso, come siamo cambiati, in quale specchio ci stiamo specchiando quando guardiamo un genocidio e sì diciamo, per fortuna facciamo e diciamo, ma non riusciamo ad essere così tanto incisivi da far muovere i governi.
A Gaza forse noi non riusciamo nemmeno a immaginare, nonostante io mi guardi tutti i giorni e tutte le notti le immagini che arrivano da Gaza, che io parli con chi è lì o con chi è stato lì fino a poco fa, per esempio gli studenti che sono riusciti ad arrivare in Italia, sono oltre 150, nonostante io stia lì praticamente sempre dal punto di vista virtuale, io credo che nessuno di noi abbia la possibilità di comprendere che cosa sta succedendo lì. Nel senso che quando noi parliamo del 90% – sono le parole del cardinale Pizzaballa – del 90% della striscia di Gaza distrutta cioè di 400 km quadrati al 90% distrutti, al 70%, forse un pochino di meno, occupati dalle truppe israeliane. e quindi i due milioni di persone concentrati nel 30-40% di questo cerotto sulla costa orientale del Mediterraneo, riusciamo ad immaginarlo?
Riusciamo a immaginare le donne che da due anni e mezzo non hanno un assorbente durante le mestruazioni? Riusciamo a pensare a gravidanze e parti in condizioni di questo genere? Riusciamo a pensare alle fogne completamente saltate? Riusciamo a pensare al fatto che non c’è acqua, acqua potabile? Riusciamo a pensare al fatto che ci sono migliaia di container che sono fuori dalla Striscia di Gaza che aspettano e probabilmente i prodotti che sono all’interno di quei container si sono marciti? Riusciamo a pensare non solo alla follia, alla crudeltà, alla violenza, alla ferocia di una situazione in cui due milioni di persone, cioè due terzi della città di Roma, vivono? Io credo che noi non riusciamo a comprenderlo. Lo intuiamo però, ed è il motivo per il quale io continuo ad essere circondata da persone e da messaggi che mi dicono “non dormo la notte, ancora adesso non dormo la notte”.
Cosa significa questo? Noi siamo stati cambiati da questo genocidio, inesorabilmente cambiati. Non riusciamo più a vivere come prima, né riusciremo mai più a vivere come prima. Ma non solo la nostra generazione: i ragazzi sono quelli che ci additano e ci chiedono perché avevamo mentito quando avevamo detto “mai più” e ci dicono anche “come facciamo a credervi ora, a credere che dopo Gaza non succederà mai più?”.
Allora io credo che questo sia l’interrogativo categorico per tutti quanti noi, stante la situazione a Gaza che è un genocidio in corso che non si è fermato, che è il futuro previsto dal Board of Peace che sta perdendo pezzi per strada – per esempio l’Indonesia si è già autosospesa -: pensare che dei palazzinari d’alto bordo possano ricostruire una terra che ha 5.000 anni di vita che hanno distrutto. Stante questa situazione, noi dove siamo e cosa facciamo? Io credo che questa sia la domanda fondamentale. E’ chiaro, è chiarissimo che interpella davvero tanto la nostra responsabilità.
Una domanda riguardo alla Cisgiordania, perché se ne parla poco. Siamo molto preoccupati dall’espansione degli insediamenti, legittimata recentemente dalla Knesset, e dalla continua violenza dei coloni nei confronti dei villaggi arabi. Dàcci anche solo un quadro, per cortesia, di quanto sta accadendo sul terreno della Cisgiordania.
Io non credo affatto che questa storia sia staccata da Gaza, credo che sia un capitolo parallelo al genocidio di Gaza, alla pulizia etnica della Palestina, in questo caso della Cisgiordania, di Gerusalemme Est, di cui noi ci stiamo dimenticando completamente, e Gerusalemme Est vuol dire la Città vecchia, perché la Città vecchia è Gerusalemme Est, è occupata, di quello che sta succedendo sulla Spianata delle Moschee, in questo Ramadan dimenticato, completamente dimenticato, come se non fosse iniziato e non si stesse svolgendo nei minuti in cui parliamo. E’ veramente folle, è un’ennesima parte di questa follia criminale.
In Cisgiordania si è dato via libera ai coloni, ma anche questa è parziale come spiegazione, nel senso che i coloni agiscono perché c’è un esercito che non li ferma, anzi che li arma, dà via libera. Agiscono perché c’è un governo, quello israeliano, che ha deciso l’annessione della Cisgiordania. Perché ci sono non solo i due ministri Smotrich e Ben-Gvir, che sono, come dire, i campioni del suprematismo ebraico e che guidano in sostanza questo governo assieme a Netanyahu, ma perché anche l’opposizione, Yair Lapid, ha detto cose irricevibili per esempio su una grande Israele che dovrebbe arrivare fino all’Eufrate, ha detto cose irricevibili sul Libano. E la Palestina nel suo complesso, e la Cisgiordania in particolare, è esattamente nel mezzo. Ed è una storia che, per come si sta svolgendo, cioè gli attacchi dei coloni ai villaggi, l’espulsione dei palestinesi che a un certo punto non ce la fanno più a vivere nei villaggi, visto che gli incendiano le macchine, i palazzi, le fabbriche, qualsiasi cosa di loro ‘proprietà’, qualsiasi cosa che consenta loro di vivere, compresi alberi e comprese greggi di pecore. Allora, se questo è quello che succede nei fatti è esattamente la prosecuzione della mappa del 1948.
Ci sarà un risveglio da questo sonno della coscienza e della propria moralità e della propria umanità. E quel giorno io vorrei capire come reagirà Israele di fronte a tutto quello che sta compiendo. Gli amici israeliani me lo dicono, “siamo all’interno di un incubo”. E ovviamente sono gli amici israeliani che non sostengono il genocidio Siamo in un incubo. Siamo in un delirio imperiale e in un incubo insieme. Come ne usciranno?
Ecco, come ne usciremo?
Ne usciremo male. Siamo già all’interno di un ‘male’, stiamo compiendo un ‘male’. Semmai dobbiamo chiederci come espiare questo male, non come uscirne. Nel senso che o noi guardiamo in faccia quello che stiamo compiendo, e molti d noi lo fanno, o noi non riusciamo a costruire una specie di trama salda che ci salvi dal compierlo ancora. Ma sempre, ancora una volta però, con il fiato sul collo dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, che ci dicono “ci avete illuso, quel ‘mai più’ non era vero”.
Allora, è evidente che noi riusciamo non a uscire da questa storia, ma a calarci completamente dentro questa storia solamente se noi guardiamo in faccia la realtà e quello che è stato compiuto nel nostro nome: perché viene compiuto ogni giorno nel nostro nome, non possiamo dire che non è così solamente perché i nostri governi non fanno quello che vogliamo noi. E’ nel nostro nome.
E quindi l’unico modo per costruire, neanche per ricostruire ma per costruire un nuovo modo di stare insieme è solamente prendendo di petto la realtà e dicendo: sì, è un genocidio; sì, è stato ed è nel nostro nome; sì, qualcuno deve pagare, la giustizia internazionale è l’unico strumento che abbiamo; sì, quelli che hanno compiuto il genocidio non possono avere potere.
[Foto: Festa del Racconto]



