Piano A, piano B o piano illusorio? Nel labirinto dell’accordo israelo-saudita-americano

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Mentre proseguivano le trattative su una possibile tregua a Gaza, un altro negoziato, anche questo in corso da mesi e legato a doppio filo con la questione palestinese, andava avanti tra Stati Uniti e Arabia Saudita. La posta in gioco continua a essere la possibilità di una normalizzazione tra il Regno dei Sa‘ud e Israele – cui il presidente Biden non ha rinunciato nonostante il colpo infertole dall’attacco del 7 ottobre – associata a un accordo di sicurezza tra Stati Uniti e Arabia Saudita. In vista delle elezioni di novembre, l’attuale amministrazione democratica ha urgente bisogno di un exploit su questo fronte e, durante la sua visita a Riyad, Antony Blinken ha evocato progressi significativi sul dossier, confermati tra l’altro del ministro degli Esteri saudita. Ma anche in questo caso la strada verso l’accordo è disseminata di incognite e ostacoli.

Una buona analisi del labirinto in cui si trovano le trattative si può leggere sul Guardian. I sauditi, scrive il corrispondente a Washington del quotidiano britannico, non possono accettare la normalizzazione con Israele «in assenza di un cessate il fuoco a Gaza e di fronte alla ostinata resistenza del governo Netanyahu nei confronti della creazione di uno Stato palestinese» e spingono per un piano B. Questo prevederebbe un patto di mutua difesa tra Arabia Saudita e Stati Uniti, il sostegno americano allo sviluppo di un programma nucleare civile saudita e la cooperazione nel campo dell’intelligenza artificiale e di altre tecnologie emergenti, indipendentemente dalle decisioni dello Stato ebraico. Se Netanyahu accettasse la nascita di uno Stato palestinese, l’Arabia Saudita sarebbe pronta a stringere relazioni diplomatiche formali con Israele e quest’ultimo rientrerebbe nell’accordo, che quindi avrebbe l’effetto di ridisegnare l’intera architettura di sicurezza della regione. In caso contrario l’intesa rimarrebbe bilaterale.

Il problema è che «la Casa Bianca è restia a concedere così tanto in assenza di un accordo di normalizzazione […]. L’opposizione sarebbe ancora più forte al Congresso, che è concentrato sulla pessima situazione dei diritti umani nel Regno, compreso l’assassinio di Khashoggi». Ancora più lapidario il Washington Post, che bolla come «illusioni» i piani del presidente americano, mettendone chiaramente in luce il difetto fondamentale: «il problema che tormenta le speranze di Biden per il Medio Oriente rimane lo stesso che Trump non è riuscito ad affrontare: la relazione tra Israele e i palestinesi». Bisogna poi considerare che la campagna elettorale per le presidenziali americane è alle porte, e i tempi per arrivare a un accordo così complesso sono strettissimi.

Sullo sfondo delle trattative c’è anche l’ombra della Cina. Uno degli obiettivi degli americani sarebbe infatti far rientrare stabilmente nella loro orbita i sauditi, che negli ultimi anni hanno intessuto solide relazioni con Pechino. E proprio Pechino non è inerte di fronte all’attivismo diplomatico altrui. Il 30 aprile, un portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha annunciato che il suo Paese ha ospitato dei colloqui tra Hamas e Fatah, senza rivelare la data dell’incontro. L’iniziativa, rientra nei tentativi della Repubblica popolare di presentarsi, «a differenza degli Stati Uniti», come «una grande potenza e un mediatore di pace», ha scritto il New York Times, che nel complesso ha sminuito la portata dell’evento. Il quotidiano cinese in lingua inglese Global Times ha commentato l’atteggiamento della stampa americana accusandola di fare come la volpe con l’uva. Ma più delle parole, contano le due vignette pubblicate dal quotidiano in testa all’articolo: una mostra lo stivale di un soldato americano che calpesta un terreno devastato dalla guerra; l’altra, sormontata dalla scritta “China”, raffigura una stretta di mano, suggellata da una colomba, davanti a uno skyline di cantieri e grattacieli.

(Questo articolo di Michele Brignone è stato pubblicato sul sito della Fondazione Oasis, al quale rimandiamo; Photo Credits: Flickr/ State Department photo by Hisham Mousa / Public Domain)