
Pizzaballa, “la ricostruzione a Gaza non la faranno Kushner e Blair”

ROMA, 27 OTT – “A Gaza la ricostruzione non la faranno Kushner e Blair: la ricostruzione la faranno quelli, volontari, che nel territorio, sporcandosi le mani, saranno capaci di ricostruire il tessuto civile e umano che questa guerra ha distrutto”. Lo ha detto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, intervenendo stamane all’Incontro internazionale “Osare la pace” promosso all’Auditorium Parco della Musica di Roma dalla Comunità di Sant’Egidio.
“Adesso siamo all’inizio di una nuova fase, tutta ancora da costruire, ed è ancora più difficile – ha affermato Pizzaballa nel suo applauditissimo intervento nel Forum ‘Una pace disarmata e disarmante’ -. Spero che la guerra sia finita, ma quanto meno dovrebbe essere finita la fase dell’emergenza. Parlando con i nostri a Gaza ho capito questo: nell’emergenza bisogna vivere alla giornata. Finita l’emergenza sono usciti dalle tane dove si trovavano e vedono davanti a sé il nulla, e tanto odio”.
Secondo il cardinale, “la ricostruzione di Gaza è un grande business e sarà una bella torta da mangiare, e non la mangeranno il 99 per cento dei locali. La ricostruzione richiederà anni, intanto dove vai? Questo è il terzo anno senza scuola, non ci sono case né ospedali, La gente è spaventata perché vede che davanti a sé c’è il nulla”.
Per Pizzaballa, “tra poco i media smetteranno di parlare di Gaza, il mondo non vedrà più Gaza, ma lì resterà la gente, senza casa, senza scuole, senza ospedali, senza nulla ed essere presenti lì sarà ancora più necessario. Curare quelle ferite sarà necessario come forma di cura di quanto accade nel mondo”.
Nella guerra a Gaza, secondo Pizzaballa, “le istituzioni politiche e religiose hanno mostrato il loro fallimento, ma ho notato la vitalità delle istituzioni civili, a livello di territorio, organizzazioni, movimenti: tutto quello che fa parte delle istituzioni civili ha funzionato, sono stati capaci di rompere questo accerchiamento e di portare quel poco, quel minimo che era necessario, con la loro presenza, con la loro attività”.
“Spero che da qui nasca anche nuova leadership politica – ha aggiunto il patriarca di Gerusalemme – che sarà quella del cambiamento, non potrà esserlo quella attuale. Capace di uscire dal linguaggio di odio e di disprezzo, per costruire un futuro”.
“Per la pace in Medio Oriente serve una nuova leadership”
Quella a Gaza “è stata una guerra fatta con le armi ma anche con le parole”. Il cardinale Pizzaballa ha voluto evidenziare anche “una questione di linguaggio: in questi anni ci sono stati scontri terribili sulle parole da usare, c’è chi ha usato la parola di genocidio, altri che non la vogliono, l’Onu è rimasta bloccata per mesi proprio sulle parole da usare”.
Secondo Pizzaballa, “la guerra fatta col linguaggio è iniziata prima del 7 ottobre, l’altro non esisteva, si parlava solo dentro il proprio contesto. Quando sono arrivato io, nel ’90, nelle campagne elettorali al centro c’era la questione israelo-palestinese. Negli ultimi 20 anni si parlava di tutto tranne che della questione israeliano-palestinese, e quando si parlava dell’altro era sempre in chiave negativa, con parole di disprezzo, di rifiuto, di incomprensione totale l’uno dell’altro. L’altro insomma non era visto”.
“Poi con questa guerra orribile – ha proseguito -, mai vista in queste proporzioni, la cosa è diventata enorme, visibile anche nel mondo. Una polarizzazione enorme. Se tu l’altro non l’hai mai visto, se per te l’altro non esiste allora tutto è possibile. E si finisce anche all’uso delle armi, che anche così sproporzionato viene anche compreso, e giustificato”.
“Il 7 ottobre la cosa ci è esplosa in faccia ma i prodromi c’erano anche prima”, ha rilevato il patriarca di Gerusalemme. E guardando a un possibile futuro, “le cose non cambiano mai da sole. C’è bisogna di qualcuno che sia capace di aprire delle strade. L’attuale leadership non può costruire la pace, è troppo compromessa. Se vuoi avere una nuova prospettiva hai bisogno anche di nuovi volti, capaci di un nuovo linguaggio e di dire qual è stato il fallimento”.
“Per il dialogo interreligioso la guerra a Gaza è stata uno spartiacque”
“Il conflitto israelo-palestinese è essenzialmente politico: ma non è soltanto politico, ha anche delle componenti religiose che non si possono negare”, ha detto ancora il card. Pizzaballa.
Il patriarca di Gerusalemme ha sottolineato che “siamo in un momento di crisi del dialogo interreligioso. In questi due anni è stato raro, quasi impossibile sentire dei leader religiosi locali che dicano qualcosa di diverso dai leader politici. E’ stato molto difficile sentire musulmani, ebrei – i cristiani contano come il due di coppe quando briscola è bastoni – essere capaci di dire qualcosa di libero rispetto alle dinamiche politiche nelle quali si veniva risucchiati. E questo è stato molto doloroso”.
Secondo Pizzaballa, “per il dialogo interreligioso il 7 ottobre e la guerra di Gaza sono uno spartiacque, c’è un prima e un poi. Prima dicevo che hanno spazzato via decenni di dialogo, ora non la penso più così ma che hanno chiuso una fase, Non si potrà tornare a parlare senza tenere conto di quanto accaduto”.
Il patriarca ha spiegato che “non è stato più possibile incontrarsi in pubblico, e neanche capaci di intenderci. La guerra è uno spartiacque, ha segnato una ferita profonda nelle relazioni. L’odio che si è scatenato e che ci ha invaso ha creato un distacco profondo tra le persone. Questi due anni non possono essere dimenticati, ma non possono neanche diventare recriminazione l’uno contro l’altro, occorre riprendere le fila per far nuovamente crescere la comprensione reciproca”.
“Perché non ci siamo capiti? – ha chiesto il cardinale – Perché non abbiamo mai parlato tra noi dei problemi esistenti, per non farli crescere – ad esempio non abbiamo mai discusso dello Stato di Israele -, e ora le critiche allo Stato di Israele sono diventate critiche all’ebraismo”.
“Dobbiamo ripartire ma ci vorrà molto tempo – ha avvertito -, questa crisi di questi due anni non deve bloccarci ma deve farci ripartire tenendo conto di quello che è mancato. E il dialogo tra le fedi è anche tra i 20-21 punti del piano Trump”.
Per Pizzaballa, inoltre, “servono giustizia e pace, ma anche verità. In una situazione così polarizzata, complessa, intricata, io sono pastore di una comunità, non posso portare teorie accademiche, devo dire delle cose che sono nelle vite delle persone. Mi si dice ‘dobbiamo essere neutrali’, ma io dico ‘vieni con me a Gaza e vedrai che non si può essere neutrali’. Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome”.
“Annessione della Cisgiordania? Si fomenta solo violenza”
A margine del suo intervento nel Forum “Una pace disarmata e disarmante”, moderato dal card. Matteo Zuppi, Pizzaballa ha risposto a domande dei giornalisti dicendo che l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele “non potrà esserci, non deve esserci”. “I palestinesi hanno bisogno di avere casa loro, di stare a casa loro in libertà”. I progetti riguardanti l’annessione “sono exploit politici che lasciano il tempo che trovano, che creano e fomentano più odio e violenza”.
“La tregua deve reggere perché i grandi hanno deciso che deve reggere ma il problema non è solo fermare la guerra ma costruire anche una prospettiva per il dopo e questo è ancora tutto molto vago”, ha detto ancora il cardinale sul dopoguerra.
Inoltre, “per la ricostruzione di Gaza ci vorrà ancora del tempo perché richiede una governance che non c’è. Adesso siamo ancora nella fase della tregua e del consolidamento della tregua. Bisogna recuperare le salme degli ostaggi che sono ancora sotto le macerie. Bisogna anche recuperare le tantissime salme dei palestinesi che sono sotto le macerie. Si potrà lavorare alla ricostruzione quando tutte le fasi del post-guerra saranno chiare ma su questo c’è ancora molto da lavorare”.
[Questi articoli sono stati pubblicati ieri dall’ANSA; Foto: Comunità di Sant’Egidio]



