Rifugiati siriani: per Beirut e Damasco fonte di instabilità, l’Ue stanzia fondi

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Ancora profondo disaccordo tra il Libano e Bruxelles sulla presenza di oltre due milioni di persone nel Paese prive di documenti ufficiali. Il Paese dei cedri ne chiede il rimpatrio, mentre l’Europa vuole solo scongiurare una migrazione verso le proprie coste, offrendo in cambio denaro. Al vaglio un piano di aiuti per un miliardo di euro in quattro anni. Ne riferisce da Beirut Fady Noun su AsiaNews.

La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, in visita in Libano,  ha annunciato ieri la concessione al Libano di un programma di aiuti del valore di un miliardo di euro da stanziare entro il 2027. L’alto funzionario europeo lo ha comunicato al termine di un incontro con il primo ministro uscente Nagib Mikati, il presidente cipriota Nikos Christodoulidès e alla presenza di diversi funzionari del Paese dei cedri. Un incontro, riferiscono fonti istituzionali, incentrato in gran parte sulla delicata e annosa questione dei migranti siriani.

Gli aiuti serviranno a sostenere principalmente “la stabilità economica e sociale” del Libano, rafforzando le “strutture fondamentali” quali l’istruzione, la sicurezza sociale e la sanità. Verranno al contempo forniti aiuti nel quadro del programma Beirut-Ue per “le forze di sicurezza e l’esercito”, in particolare con l’invio di attrezzature e attraverso la formazione, grazie alle quali sarà possibile “presidiare le frontiere”.

Questa opinione è corroborata da un commento del presidente cipriota, il quale ha affermato senza mezzi termini, ieri, che la situazione attuale “non può più perdurare, né per Cipro né per l’Unione europea”. Christodoulidès  alludeva alla prassi del respingimento, da parte della guardia costiera di Nicosia, di migranti partiti dalle coste libanesi.

Il 27 maggio a Bruxelles

Va qui ricordato che la visita della presidente von der Leyen precede la conferenza di Bruxelles sulla Siria, in programma il 27 maggio prossimo, un’occasione che un Libano tuttora senza capo dello Stato intende cogliere per fare pressione sui rimpatri. L’obiettivo di Beirut è riportare in regioni considerate sicure della Siria tutti i migranti che si trovano oggi nel Paese dei cedri privi di documenti ufficiali, il che esclude quanti dispongono di permessi di lavoro. I vertici governativi intendono al contempo fare attenzione a non espellere gli oppositori, che rischiano di essere arrestati dai servizi di intelligence di Damasco nel caso di rientro in patria.

L’Unione europea, da parte sua, mostra ancora una forte opposizione al loro ritorno, in questo caso per ragioni di opportunità politica sebbene, almeno in via ufficiale, afferma di temere massicce violazioni dei diritti umani da parte del regime del presidente Bashar al-Assad. “Tuttavia, anche per il Libano questa situazione non può più continuare” sottolinea il deputato Ziad Hawat, vicino alle Forze libanesi. I cittadini sono ora preoccupati per la crescita demografica della popolazione di rifugiati siriani, stimata in oltre due milioni di persone, pari a circa un terzo del totale. Questi timori si sono riaccesi all’indomani dell’omicidio dell’alto esponente delle Forze libanesi Pascal Sleiman da parte di una banda di ladri d’auto siriani. Questo “crimine di troppo” ha portato ad attacchi e pestaggi contro i siriani, a restrizioni municipali (coprifuoco, divieti di assembramento), a blocchi della circolazione e alla chiusura da parte dei funzionari di quartiere dei negozi aperti senza licenza dagli immigrati siriani.

Ostacoli

In realtà, il primo ostacolo al rimpatrio dei siriani è l’effettiva opposizione di Damasco al ritorno sul proprio territorio dei migranti. Per poterli rimpatriare, Bashar al-Assad ha bisogno di avere di fronte a sé un interlocutore ufficiale. In pratica, sta cercando di normalizzare le relazioni con il Libano, un processo che divide profondamente gli abitanti del Paese dei cedri ed è in contrasto con le sanzioni americane imposte alla Siria. Inoltre l’esercito libanese, in piena crisi, non ha i mezzi per controllare i 280 chilometri di confine che condivide con il vicino, tanto meno nell’attuale situazione di crisi regionale e con la guerra di sostegno a Gaza lanciata da Hezbollah l’8 ottobre scorso, senza alcuna consultazione preventiva.

Inoltre, Damasco subordina i rimpatri - che riguardano anche le nazioni confinanti di Giordania e Turchia - allo stanziamento di aiuti economici per la ricostruzione di tutte quelle aree distrutte dalla guerra. Ciononostante, la comunità internazionale rifiuta categoricamente questa condizione fino a quando il regime siriano non introdurrà riforme democratiche, cosa che l’attuale leadership alawita con a capo Bashar al-Assad si rifiuta di fare.

Secondo Fabrice Ballanche, docente all’università di Lione II ed esperto della Siria citato dalla collega Jeannine Jalkh de L’Orient-Le Jour (LOJ), Bashar al-Assad “non vuole che la stragrande maggioranza dei migranti siriani ritorni, né dal Libano né altrove. E lo fa per una ragione primaria che è tanto politica, quanto afferente la sfera comunitaria: il ritorno di sette milioni di arabi sunniti - conclude - sconvolgerebbe l’equilibrio tra minoranze e sunniti nell’area da lui controllata”.

[Questo articolo di Fady Noun è stato pubblicato sul sito di AsiaNews, al quale rimandiamo; Photo Credits: AsiaNews]