Sette anni senza Amos Oz, lo scrittore israeliano della “soluzione a due Stati”

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Moriva sette anni fa, il 28 dicembre 2018, all’età di 79 anni, lo scrittore israeliano Amos Oz, un romanziere e saggista, oltre che giornalista e docente, tra i più fecondi, influenti e stimati della sua generazione: noto anche per essere stato, sin dal 1967, dopo la guerra dei sei giorni nella quale aveva combattuto, un autorevole sostenitore della “soluzione dei due Stati” del conflitto arabo-israeliano.

Una voce, quindi, di cui nella tragica temperie attuale si sente quanto mai la mancanza. E’ nel suo romanzo autobiografico, Una storia di amore e di tenebra, che Oz ha raccontato, attraverso la storia della sua famiglia, le vicende storiche del nascente Stato di Israele dalla fine del protettorato britannico: la guerra di indipendenza, gli attacchi terroristici dei Fedayyin, la vita nei kibbutz. E si fa risalire al contrasto con il padre, un intellettuale vicino alla destra ebraica, la sua decisione da ragazzo di aderire al Partito Laburista Israeliano, di andare a vivere a 15 anni nel kibbutz Hulda e di cambiare il cognome originario “Klausner” in “Oz”, che in ebraico significa “forza”.

Oltre ai suoi romanzi, Oz ha pubblicato regolarmente saggi di politica, di letteratura e sulla pace. Tra l’altro, nel suo saggio del 2004 “Contro il fanatismo” (in seguito titolo di una collezione di saggi pubblicata nel 2006), sosteneva che il conflitto israelo-palestinese non è una guerra di religione o di culture, ma piuttosto una controversia possessoria – una controversia che non si risolverà con una maggiore comprensione ma con un compromesso doloroso.

Le sue posizioni erano notoriamente conciliatorie nella sfera politica e social-democratiche nella sfera socio-economica. E come detto, Oz è stato uno dei primi a sostenere la “soluzione dei due Stati” per il conflitto israeliano-palestinese. Lo fece in un articolo del 1967, “Terra dei nostri Padri” sul giornale laburista Davar. “Anche un’occupazione inevitabile è un’occupazione ingiusta”, scrisse. Nel 1978 Oz è stato uno dei fondatori di Peace Now. Diversamente da molti altri movimenti israeliani per la pace, però, non contestò la costruzione di una barriera di separazione israeliana, ma riteneva che il suo tracciato doveva essere più o meno quello della Linea Verde, il confine esistente prima del 1967.

Oz si è opposto all’attività colonizzatrice sin dall’inizio ed è stato tra i primi a sostenere gli Accordi di Oslo e le trattative con l’OLP. Nei suoi discorsi e nei suoi saggi spesso Oz attaccava la sinistra antisionista ed enfatizzava sempre la sua identità sionista. Molti osservatori di destra lo identificano come il portavoce più eloquente della sinistra sionista.

Alcune citazioni da suoi scritti possono aiutare a riassumerne le opinioni: “Due guerre israelo-palestinesi sono scoppiate in questa regione. Una è quella della nazione palestinese per la sua libertà dall’occupazione e per il suo diritto a essere uno Stato indipendente. Tutte le persone rispettabili dovrebbero sostenere questa causa. La seconda guerra è mossa dall’Islam fanatico, dall’Iran a Gaza e dal Libano a Ramallah, per distruggere Israele e cacciare gli ebrei dalla loro terra. Tutte le persone rispettabili dovrebbero aborrire questa causa” (7 aprile 2002).

“Il nostro problema più grande è la scomparsa della solidarietà sociale. Qui si sta sviluppando un grande egoismo che non ha vergogna nemmeno di se stesso. Vent’anni fa una ragazza di Bet Shean disse in televisione ‘Ho fame’, e vibrarono gli stipiti delle porte (Isaiah 6:4). Sì, in parte era solo per dire, ma almeno si diceva. Oggi invece, perfino se quella ragazza morisse di fame in diretta televisiva, non succederebbe niente, a parte i dati d’ascolto e pubblicitari che userebbero l’incidente per i loro scopi. Chi un tempo pensava ingenuamente che la locomotiva degli imprenditori e i ricchi avrebbero trascinato con sé un lungo treno in cui anche gli ultimi vagoni sarebbero andati avanti, si sbagliava. Non è successo. Le locomotive si muovono e gli ultimi vagoni restano indietro sui binari arrugginiti” (6 settembre 2002).

Per molti anni Oz è stato identificato con il Partito Laburista Israeliano ed è stato vicino al suo leader Shimon Peres. Quando Peres si stava ritirando dalla leadership del partito, disse che aveva proposto Oz come uno dei tre possibili successori, insieme a Ehud Barak (poi primo ministro) e Shlomo Ben-Ami (poi ministro degli esteri di Barak). Negli anni novanta Oz è però uscito dal Partito Laburista e ha aderito al partito Meretz, sempre di sinistra, nel quale era in ottime relazioni con il leader, Shulamit Aloni.

E’ stato nel luglio 2006, durante la guerra con il Libano, che Oz ha sostenuto pubblicamente lo sforzo militare di “auto-difesa” di Israele, “fintanto che questa operazione ha come obiettivo soprattutto Hezbollah e risparmia, per quanto possibile, le vite dei civili libanesi”, scrisse sul Los Angeles Times. Più tardi però, come anche i colleghi scrittori e connazionali David Grossman e Abraham Yehoshua, ha cambiato la sua posizione dinanzi alla decisione del governo in una fase posteriore di estendere le operazioni in Libano.

E per quanto riguarda soprattutto l’eterno conflitto israeliano-palestinese, ciò a cui più si ribellava Oz, specie negli ultimi anni di vita, era la sua “irreversibilità”: proprio ciò che più si teme in funzione della realizzabilità di una pace oggi auspicata come non mai. E a usare questo attributo, “irreversibile”, erano e sono sia l’estrema destra, sia i gruppi post sionisti e antisionisti tanto in Israele quanto nel resto del mondo. In una raccolta di saggi pubblicata nel 2017 (tradotta dall’ebraico da Elena Loewenthal per Feltrinelli, col titolo “Cari fanatici”), un anno prima della morte – ricorda ora L’Espresso – l’autore scriveva che era “come se si fossero messi d’accordo a nostra insaputa per convincerci che l’occupazione israeliana dei Territori è ormai irreversibile, che tutte le colonie sono ormai irreversibili, che la soluzione di due Stati è ormai irreversibilmente tramontata”. Chissà se sarà proprio così. E chissà che cosa avrebbe potuto dirci Amos Oz dopo il 7 ottobre e dopo i due interminabili anni di massacri a Gaza.

Possibili chiavi, anche indirette, per avere un’idea della sua visione – sempre contro il fanatismo e a favore di posizioni conciliatorie – vengono tuttavia da altre sue citazioni: “Non ho mai incontrato un fanatico dotato del senso dell’umorismo. E se potessi concentrare il senso dell’umorismo in un vaccino, vincerei il Nobel per la Medicina. Seriamente, sono convinto che la letteratura, la buona letteratura sia un antidoto al fanatismo. La letteratura è cugina del gossip. Il gossip a sua volta è il risultato della nostra volontà di guardare dentro le finestre degli altri per sapere come vivono, cosa mangiano. La letteratura però fa un passo in più: non solo vuole vedere cosa c’è dentro la finestra altrui, ma indaga su che cosa si vede da quella finestra. La letteratura permette cioè di assumere lo sguardo altrui sul mondo. Un persona capace di vedere se stesso o l’universo con gli occhi degli altri non può essere un fanatico, perché una persona così sa che ci sono tanti modi di vedere e leggere la realtà. Un uomo o una donna che frequenta la letteratura sa che non esiste un solo linguaggio” (da un’intervista a Repubblica).

E ancora:“Se mi chiede di spiegare in una parola di cosa mi occupo nel mio lavoro, le dico la famiglia. Se devo farlo in due parole, dico la famiglia infelice. Se poi mi chiede di parlarle della famiglia, le dico: legga tutti i miei libri. So che da voi è in corso un dibattito sul riconoscimento giuridico delle famiglie conviventi: io credo che sia inutile aggrapparsi a una visione idealistica della famiglia. Occorre invece allargare il più possibile il concetto di famiglia, come avviene nella realtà. La chiave è il compromesso. Ai giovani è una parola che non piace, ma se non c’è compromesso non c’è vita. L’opposto del compromesso è il fanatismo e la morte. Fare compromessi non è concedere qualunque cosa ma arrivare a metà strada, andare incontro a chi arriva dall’altra parte. Io sono un esperto in compromessi, sono sposato da 47 anni con la stessa donna” (da un’intervista a Vita).

[Foto: Moked]