
Siria: ad Aleppo le elezioni non portano pace, scontri fra i curdi e le milizie del governo

Nel nord della Siria la prima consultazione dopo la caduta di Assad è stata seguita da nuovi episodi di violenza. Le autorità curde denunciano un assedio imposto dalle truppe governative, mentre da Damasco si parla di “attacchi ai posti di blocco”. Testimone da Aleppo ad AsiaNews: “È stata una notte tremenda. Ora le persone stanno rintanate in casa”. Gli accordi per il controllo del Rojava restano in stallo, nessun voto nelle aree curde e nella provincia di Suwayda.
Aleppo – Le prime votazioni dopo la caduta del dittatore Bashar al-Assad si sono concluse in maniera violenta in Siria. Ieri sera ad Aleppo, nel nord del Paese, sono scoppiati scontri armati tra le Forze democratiche siriane (SDF, le milizie a maggioranza curda che durante la guerra civile hanno combattuto contro lo Stato islamico con il sostegno degli Stati Uniti) e le forze di sicurezza del governo guidato dal presidente Ahmed al-Sharaa.
L’agenzia statale SANA ha riferito che tre membri della sicurezza e diversi civili sono rimasti dopo che le SDF hanno attaccato i posti di blocco nei quartieri di Sheikh Maqsoud e al-Ashrafieh. Il portavoce delle milizie curde, Farhad Shami, ha però negato che le SDF abbiano preso di mira i checkpoint, ma ha spiegato che le violenze sono scoppiate dopo che le milizie affiliate al governo hanno provato a entrare nelle aree ad amministrazione curda con i carri armati: “Quello che sta accadendo ad Aleppo è il risultato diretto delle provocazioni delle fazioni del governo provvisorio e dei loro tentativi di avanzare con i carri armati”, si legge nella dichiarazione ufficiale in arabo dell’amministrazione del Rojava, il nord-est della Siria controllato dai curdi.
“Alcuni media diffondono false notizie secondo cui le Forze democratiche siriane avrebbero preso di mira i posti di blocco appartenenti ai militanti del governo di Damasco nei quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud nella città di Aleppo. Confermiamo con fermezza che tali accuse sono completamente false, poiché le nostre forze non sono presenti nella zona dal loro ritiro, in conformità con l’accordo del 1° aprile”, si legge ancora. Il riferimento è a un’intesa tra le forze curde e il governo siriano secondo cui i valichi di frontiera controllati dalle SDF, un aeroporto e i giacimenti di petrolio e gas del Rojava avrebbero dovuto passare sotto il controllo di Damasco. Tuttavia, l’attuazione degli accordi ha incontrato crescenti difficoltà negli ultimi mesi, nonostante le pressioni esercitate dagli Stati Uniti e dalla Turchia per una risoluzione rapida della questione.
Gli scontri di ieri – proseguono le dichiarazioni dei curdi – sono poi degenerati in un assedio della città di Aleppo: “Quello che sta accadendo nei quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud è il risultato di una serie di ripetuti attacchi compiuti dalle fazioni del governo di Damasco contro i civili, dove hanno imposto un assedio soffocante dal punto di vista umanitario e della sicurezza, hanno interrotto i soccorsi e le forniture mediche, hanno rapito molti residenti, hanno continuato le provocazioni contro la popolazione ai posti di blocco e intorno ai due quartieri e recentemente hanno issato bandiere intorno ai quartieri e imposto l’assedio”.
“È stata una notte tremenda”, ha riferito ad AsiaNews Jean François Thiry, responsabile dei progetti dell’ong ATS Pro Terra Sancta nel nord della Siria. “Ci sono state esplosioni di artiglieria dalle 10 di sera all’una della mattina, abbiamo passato la notte seduti in corridoio per proteggerci da possibili proiettili e schegge”, ha aggiunto il cooperante. “Questa mattina è tutto tranquillo. La città è chiusa, le persone sono rintanate in casa, il governatore ha concesso una giornata di ferie dopo che è stata raggiunta una tregua, però il problema non è risolto”.
Nonostante la riconquista del Paese da parte delle milizie anti-Assad, capitanate dal gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham, che ha portato alla presa di Damasco l’8 dicembre 2024, il Rojava è rimasto sotto il controllo di un’amministrazione curda separata. Le SDF e il governo di Sharaa (sostenuto dalla Turchia, che da anni perseguita la popolazione curda) non riescono a trovare un punto di incontro nonostante diversi round di colloqui. Damasco chiede l’integrazione delle forze armate curde all’interno dell’esercito siriano, mentre l’amministrazione del Rojava chiede la concessione di una qualche forma di autonomia per tutelare la propria popolazione, una questione su cui Sharaa si è fin da subito dimostrato categorico, sottolineando, in una bozza costituzionale, che il governo non ammetterà nessuna forma di decentramento.
Le violenze si aggiungono ai massacri perpetrati nei confronti degli alawiti a marzo, durante i quali sono state uccise quasi 1.500 persone, e agli scontri scoppiati a luglio contro le milizie druse nella provincia di Suwayda, nel sud della Siria, che hanno registrato altre migliaia di morti. Nonostante il governo avesse annunciato un accordo anche con le varie tribù druse che abitano le aree meridionali al confine con Israele, la situazione non è ancora stata riportata alla normalità. Per questo le elezioni parlamentari dei giorni scorsi non si sono tenute né a Suwayda né nel Rojava.
Tuttavia non si può dire che quelle che si sono svolte nel resto del Paese siano state votazioni eque, democratiche e aperte a tutta la popolazione: circa 6mila persone, scelte per formare i collegi elettorali locali, hanno selezionato i candidati da liste pre-approvate dal governo, mentre un terzo dei deputati del Parlamento (70 seggi) verrà nominato direttamente da Sharaa. Nelle settimane precedenti al voto, analisti e cittadini siriani avevano espresso preoccupazione per la gestione estremamente centralizzata dell’intero procedimento ed era stata criticata la sospensione delle votazioni nelle aree fuori dal controllo governativo, che ha lasciato liberi 21 seggi.
Ieri sono stati pubblicati i primi risultati: il comitato elettorale ha riferito che sono stati selezionati 119 legislatori su 140, ma non ha specificato il numero di voti ricevuti da ciascuno. In base alle informazioni disponibili, la maggior parte dei deputati scelti sono uomini che appartengono alla comunità musulmana sunnita, mentre coloro che rappresentano le minoranze (alawiti, curdi e cristiani, per citare solo alcuni dei gruppi principali), avrebbero ottenuto in totale non più di 10 seggi, una grave sottorappresentazione rispetto alla realtà del Paese. Le autorità siriane di Damasco hanno spiegato di aver fatto ricorso a un sistema elettorale indiretto anziché al suffragio universale a causa della mancanza di dati demografici affidabili in seguito alla guerra: secondo le stime di diverse organizzazioni umanitarie, in 14 anni di conflitto sono morte almeno 600mila persone, mentre sono milioni i siriani fuggiti all’estero. Tra di loro, parecchi non hanno ancora deciso di tornare, nella speranza che la guerra finisca davvero e la situazione si stabilizzi.
Siria: ancora esplosioni ad Aleppo
Il sacerdote argentino Hugo Alaniz, dell’Istituto del Verbo Incarnato (IVE), missionario ad Aleppo (Siria) da oltre dieci anni e parroco della chiesa di Nostra Signora dell’Assunta, racconta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) ore di angoscia e paura. La sua parrocchia è tornata ad essere un rifugio per decine di famiglie. «Ci sono stati scontri intensi fino alle tre del mattino, si sentivano esplosioni ovunque. Ora la situazione è un po’ più calma, ma la gente ha molta paura. Stiamo accogliendo le famiglie nel seminterrato della nostra chiesa, dove di solito si tengono le attività comunitarie».
Le elezioni parlamentari siriane si sono tenute lunedì 6 ottobre, le prime dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad. Il voto è avvenuto in un clima di forti tensioni tra le autorità centrali e le forze curde operanti nel nord del Paese, decise a mantenere una certa autonomia. In alcune zone di Aleppo, si registrano scontri diretti tra le due fazioni, e due quartieri risultano già sotto amministrazione curda. Le ripercussioni si fanno sentire pesantemente sulla popolazione civile, che teme una nuova escalation di violenza. «Oggi le scuole sono rimaste chiuse a causa dei combattimenti», conferma il sacerdote.
Padre Hugo segue da anni centinaia di famiglie colpite dalla guerra e dall’aggravarsi della crisi economica. La sua chiesa è diventata ancora una volta un rifugio di fortuna per chi cerca protezione dai bombardamenti: «Due missili sono caduti vicino a noi, uno a trecento metri dalla chiesa. Altri sono esplosi in un’altra zona della città, vicino al vescovado latino. Durante la giornata si è notato un grande movimento di persone, con molti spostamenti interni; ora le strade sono quasi deserte», aggiunge il missionario.
Aleppo, un tempo cuore economico e culturale della Siria, resta una delle città più duramente colpite dal conflitto. La ricostruzione procede lentamente e le ferite della guerra sono ancora ben visibili nei quartieri orientali e settentrionali.
[Fonte: AsiaNews; Foto: Arab Center Washington DC]



