Su Gaza la diplomazia è al lavoro, ma la tregua ancora non c’è

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Fino a qualche giorno fa, filtrava un cauto ottimismo intorno alla possibilità di una tregua a Gaza. Impegnato al World Economic Forum di Riyad, nel suo settimo viaggio in Medio Oriente dall’attacco del 7 ottobre scorso contro Israele, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha dipinto come «molto generosa» l’offerta presentata ad Hamas. Al momento, però, siamo ancora a un nulla di fatto. Lo schema si ripete da mesi: dopo un lungo lavorio diplomatico, condotto principalmente da Egitto, Qatar e Stati Uniti, le parti sembrano vicine a un’intesa, ma questa finisce poi per svanire. A riportare i termini dell’ultima proposta, rivelati dal quotidiano libanese arabofono al-Akhbar, è tra gli altri il Times of Israel: una fase di 40 giorni di tregua durante la quale dovrebbero verificarsi uno scambio di prigionieri, un consistente afflusso di aiuti umanitari nella Striscia e un ritiro parziale dell’esercito israeliano. Citando le parole di Blinken, il quotidiano israeliano imputa ad Hamas la responsabilità dello stallo. Ma a impedire un compromesso è, in realtà, la posizione di entrambi i protagonisti del conflitto. Il premier israeliano Benyamin Netanyahu è stretto tra la necessità di riportare a casa gli ostaggi ancora prigionieri di Hamas e il perseguimento del suo piano di vittoria totale sul movimento islamista, fortemente voluta dalla maggioranza che lo sostiene.

Il 30 aprile, proprio mentre trapelavano le voci su un possibile accordo, Netanyahu ha affermato di essere determinato a procedere con l’offensiva di Rafah, a prescindere dall’esito dei negoziati con Hamas. E il giorno dopo, la ministra israeliana delle Missioni Nazionali Oris Strock, rappresentante del Sionismo religioso, ha dichiarato in una trasmissione radiofonica che il governo non può vanificare l’azione dell’esercito per salvare 20 o 30 persone. Nel suo editoriale del 3 maggio, il quotidiano israeliano Haaretz ha commentato allarmato che Israele deve scegliere tra «un ministro di estrema destra e gli ostaggi», dal momento che «gli obiettivi di guerra di Strock e dei suoi colleghi ideologici – Bezalel Smotrich, Itamar Ben-Gvir e simili – non sono compatibili con gli obiettivi presentati dal governo». Gli estremisti di destra, continua Haaretz, «vedono la guerra, con la distruzione, le morti e la devastazione che l’accompagnano, come un’opportunità per realizzare scopi contrari all’interesse d’Israele e del suo popolo. Alla base della visione messianica, nazionalista e razzista di Strock e dei suoi colleghi sta “l’eliminazione assoluta” degli arabi, con insediamenti ebraici su tutto il territorio, dal fiume al mare. Un incubo che dovrebbe togliere il sonno agli israeliani che vedono qui il proprio futuro».

Da parte sua, il leader di Hamas a Gaza Yahya Sinwar, da cui in ultima analisi sembrano dipendere le decisioni del gruppo islamista, non si accontenta di un cessate il fuoco temporaneo, ma vuole una tregua permanente e il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia: un risultato che suonerebbe chiaramente come una vittoria di Hamas. A fare le spese della situazione sono gli ostaggi israeliani e la popolazione civile di Gaza, sempre più provata da condizioni di vita inumane.

In un articolo pubblicato su Le Monde, lo storico francese Jean-Pierre Filiu, autore tra l’altro di una storia di Gaza, ripercorre tutte le occasioni in cui i governi israeliani hanno favorito l’ascesa di Hamas per delegittimare prima l’OLP e poi l’Autorità Nazionale Palestinese e traccia il disastroso bilancio delle scelte di Netanyahu: «La campagna israeliana non ha liquidato Hamas. In compenso ha distrutto la Striscia di Gaza come spazio di vita, in tutti i sensi del termine, con un bilancio umano che, se paragonato alla popolazione francese, corrisponderebbe a più di un milione di morti, di cui 400.000 bambini. Questo campo di rovine, sul quale non può che prosperare l’odio, sarà un terreno fertile per la rinascita dell’islamismo armato, tanto più che Hamas denuncerà la passività araba e internazionale per discolparsi meglio della responsabilità di un tale disastro».

Tuttavia, negli ultimi giorni qualche piccolo passo avanti sembra esserci stato. Hamas ha rifiutato l’accordo mediato dall’Egitto, ma non ha abbandonato il tavolo negoziale. Intanto è cresciuta la pressione su Netanyahu, che sembra sempre più a corto di opzioni. L’Economist ha descritto un primo ministro molto preoccupato dalla possibilità di un mandato d’arresto che la Corte Penale Internazionale sarebbe pronta a spiccare nei suoi confronti: «fino a non molto tempo fa, Benyamin Netanyahu era ansioso di paragonarsi a Vladimir Putin. Nella campagna elettorale del 2019 il suo partito, il Likud, esibiva orgogliosamente dei poster che ritraevano il primo ministro israeliano accanto al presidente russo e ad altri uomini forti. Ora Netanyahu è terrorizzato dall’idea di unirsi a un altro club in cui si trova Putin: quello dei leader contro i quali la Corte Internazionale Penale dell’Aia ha emesso un mandato d’arresto per crimini di guerra». La Corte ha negato che il suo procuratore Karim Khan sia pronto a procedere ma, prosegue l’articolo, «diplomatici israeliani dicono di avere indicazioni che il primo ministro, il ministro della Difesa Yoav Gallant e alti generali delle Forze di Difesa israeliane siano nel suo mirino». Questo, insieme alle pressioni americane, spiegherebbe anche l’esitazione di Netanyahu nel lanciare la tanto annunciata operazione di Rafah.

A ciò si aggiunge la mobilitazione pro-palestinese dei campus americani. L’analista del Malcolm H. Kerr Carnegie Middle East Center Michael Young ha evidenziato il cambiamento potenzialmente radicale che si sta verificando negli Stati Uniti: fino a poco tempo fa l’alleanza con Israele era un punto fermo dei centri di potere americani, ora «le certezze compiaciute del passato vengono messe in discussione dai decisori, dai funzionari e dalle persone influenti di domani, al punto che la simpatia verso Israele, quasi scontata nel passato, non è più garantita».

E anche Erdoğan, dopo la sonora sconfitta alle elezioni locali del mese scorso, sta cercando di rimediare alla propria popolarità in declino con una posizione più intransigente nei confronti d’Israele: il 2 maggio, la Turchia ha annunciato che sospenderà le relazioni commerciali con Israele finché non verrà garantito un congruo afflusso di aiuti alla Striscia di Gaza.

(Questo articolo di Michele Brignone è stato pubblicato sul sito della Fondazione Oasis, al quale rimandiamo; Photo Credits: Unicef Italia)