
Suor Giovanna e il suo appello dalla Giordania, “restare inerti di fronte al genocidio ci rende complici”

MA’IN, Giordania – Il dolore per le notizie sempre più “atroci” è dilaniante per suor Giovanna della Piccola Famiglia dell’Annunziata. Dalla comunità di Ma’in, in Giordania, vicino al confine con la Cisgiordania, scrive un appello con il cuore sempre più “pesante”. Lo fa dopo i ripetuti avvertimenti del premier israeliano Netanyahu di voler procedere a un nuovo attacco su Gaza, per “distruggere tutto”.
“Io non ce la faccio più a restare ferma. La mia coscienza mi tormenta, perché questo restare inerti, questo non fare nulla, ci rende complici. Complici di un genocidio”, scandisce la religiosa. Di fronte al senso di rassegnazione di tanti, il suo è invece un sussulto di responsabilità. Perché la rassegnazione è qualcosa, scrive, che non possiamo più permetterci: “È un grido disperato che paralizza ogni possibilità di agire. E invece dobbiamo credere che ogni gesto di verità, ogni preghiera pubblica, ogni appello sincero possano rompere l’assuefazione, risvegliare le coscienze e forse anche spingere chi ha potere a muoversi. Non possiamo cedere alla logica dell’impotenza. Non possiamo tacere”.
Il dolore si intensifica quando suor Giovanna si sofferma a guardare ad una Chiesa che lei percepisce “quasi silente”. Non si dà pace al pensiero che “da parte delle comunità religiose non sia nata alcuna iniziativa concreta. Forse perché ci siamo abituati a pensare che la testimonianza debba essere ‘interiore, silenziosa, nascosta’. Ma oggi, davanti a una tragedia di queste proporzioni, non c’è nulla di più scandaloso del silenzio religioso. Forse si teme di ‘esporsi troppo’, di ‘entrare nel politico’, di ‘rompere gli equilibri’… Ma non può esserci neutralità davanti a un genocidio. O si è complici, o si sceglie la verità. E oggi, la verità urla dalle macerie di Gaza”.
Suor Giovanna contempla le decine di migliaia di morti, bambini mutilati nel corpo e nell’anima, ospedali distrutti, famiglie cancellate: “Tutto questo accade nel silenzio o nella complicità di molti poteri, anche religiosi. Non basta più dirsi ‘in preghiera’. Non basta condannare ‘la violenza in generale’. Dove siamo noi, mentre un popolo viene annientato? Dove sono le nostre comunità, le nostre diocesi? Dove sono le parole profetiche? Dove sono i gesti concreti? La Chiesa non è una un’organizzazione fra le altre, né un’istituzione neutrale: è il Corpo di Cristo. E allora, forse è arrivato il momento di mettere il nostro corpo accanto a quello crocifisso dell’umanità. Non possiamo restare lontani dal pianto degli innocenti. Vi supplico ancora di prendere contatto con le comunità sorelle, con altre comunità religiose”.
La religiosa si rivolge al cuore di tutti i fratelli e le sorelle a cui ripropone ciò che da mesi le appare l’unico gesto possibile: radunare un centinaio tra religiose e religiosi, e andare a Roma, davanti al Quirinale, a pregare giorno e notte, a leggere i Salmi e il Vangelo. L’esortazione è radunarsi per chiedere con la forza mite della preghiera “che il governo italiano interrompa ogni vendita di armi a Israele, che si rompano i legami economici con chi porta avanti un’opera di annientamento. E poi – aggiunge -, andiamo anche in piazza San Pietro, con cartelli semplici, diretti, che chiedano al Papa di muoversi: di andare a Gaza, di condannare pubblicamente Israele, di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio. Stiamo lì, giorno e notte, a leggere i salmi e il Vangelo. Se la nostra arma è la preghiera, allora è il momento di usarla in modo visibile”.
Si rimette a tutti coloro possano avere una idea migliore: “Ben venga – dice -, ma non possiamo rimanere tranquilli nei nostri conventi. Forse anch’io mi sento stanca, scoraggiata, delusa. Ma la mia coscienza non mi lascia in pace. E un giorno i nostri figli, o i bambini sopravvissuti di Gaza, ci chiederanno: ‘E tu, dov’eri?’”.
[Foto: Piccola Famiglia dell’Annunziata]



