P.Bouwen, "dopo l’attacco iraniano a Israele sviluppi imprevedibili. Serve una Conferenza di pace"

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«Dalla nuova esplosione di violenza in Israele-Palestina del 7 ottobre 2023, la regione è stata travolta da una serie di eventi tragici che sembrano sfuggire all'analisi razionale».

Padre Frans Bouwen, sacerdote belga dei Missionari d'Africa ("Padri Bianchi"), vive a Gerusalemme da più di 50 anni. Impegnato nel dialogo ecumenico, ha diretto per 46 anni, dal 1969 al 2015, la prestigiosa rivista Proche Orient Chrétien. Anche per questo padre Bouwen è avvezzo a analizzare con lucido realismo anche le emergenze e le convulsioni che attraversano lo scenario geo-politico mediorientale. Ma adesso - sottolinea il missionario dei «Padri Bianchi», interpellato dall’Agenzia Fides - «I calcoli e le ragioni alla base delle azioni o delle chiusure appaiono per lo più emotivi, addirittura passionali. Di conseguenza, è praticamente impossibile prevedere cosa accadrà dopo la preoccupante accelerazione dell'attacco iraniano nella notte tra sabato 13 e domenica 14 aprile».

Gli sviluppi dell’attacco iraniano non si possono prevedere. Invece l’allarme sul lancio di droni e missili contro il territorio israeliano era stato preannunciato con largo anticipo dai servizi di intelligence…

FRANS BOUWEN: La risposta iraniana era in effetti prevedibile, dopo l'attacco israeliano alla missione iraniana a Damasco che ha ucciso diversi alti dirigenti iraniani. In un certo senso, l'Iran sentiva l’obbligo di vendicarsi dopo le numerose minacce che i suoi leader avevano fatto di recente. Si è trattato innanzitutto di un atto per tutelare la propria reputazione, mi sembra, e per salvare la faccia. In questo modo, l'Iran ha in qualche modo soddisfatto la parte più reattiva della sua società e ha mostrato a Israele che le sue minacce devono essere prese sul serio.

Quali sono le intenzioni dell'Iran per il futuro?

BOUWEN: A quanto pare l'Iran non vuole andare oltre. Molto dipenderà dalla reazione di Israele e degli Stati occidentali che esprimono il loro sostegno a Israele. Questa situazione è vista da tutti come un campanello d'allarme che richiede un'azione rapida, congiunta e risoluta.

Quale strada va intrapresa per tentare di evitare il peggio?

BOUWEN: Lo ha detto bene Papa Francesco domenica 14, dopo la preghiera del Regina Caeli. Bisogna soprattutto astenersi da qualsiasi azione che possa portare il Medio Oriente in una nuova spirale di violenza che potrebbe far precipitare l'intera regione in una guerra generalizzata, che avrebbe inevitabilmente gravi ripercussioni a livello mondiale. Tutti gli Stati interessati, in Medio Oriente e nel mondo, devono accettare di chiedere la cessazione delle ostilità e di sedersi insieme per un serio negoziato volto a trovare una soluzione ai conflitti politici e nazionali sottostanti e a costruire una situazione stabile per tutto il Medio Oriente.

Quali sono, in un simile scenario, le responsabilità degli antri Paesi e degli organismi internazionali?

BOUWEN: Negoziati di questo tipo non possono essere condotti solo tra israeliani e palestinesi, perché le disuguaglianze tra le due parti coinvolte sono troppo grandi. Differenze tra l'occupante e l'occupato, tra uno dei Paesi più armati del mondo e un popolo indifeso. Gli Stati occidentali hanno una grande responsabilità in questa vicenda, perché, con la loro azione o inazione, hanno permesso che la situazione si deteriorasse gradualmente fino a raggiungere l'impasse odierna.

Quali sono tentativi di soluzione realisti?

BOUWEN: Solo una conferenza di pace di questo tipo sarà in grado di risolverla. Per noi che viviamo in questi Paesi, le due possibili soluzioni - due Stati per due popoli o un unico Stato con uguali diritti e doveri per tutti - sembrano al momento umanamente irrealizzabili. Eppure In Terra Santa, da entrambe le parti coinvolte nel conflitto, ci sono molte persone disposte a vivere insieme e a costruire un mondo migliore per tutti, a cominciare dai genitori in lutto, i cui rappresentanti sono stati ricevuti da Papa Francesco qualche giorno fa.

Lei, dalla sua residenza a Gerusalemme, che affaccia sulla «Via Dolorosa», dove intravede segnali concreti utili per custodire speranze di cambiamento?

BOUWEN: Noi che viviamo vicino alla spianata della Moschea di al-Aqsa siamo rimasti profondamente colpiti dalla dignità e dall'autocontrollo delle decine di migliaia di fedeli musulmani che sono venuti a pregare ogni giorno per tutto il mese di Ramadan, senza causare alcun incidente degno di nota. Questo dimostra che la stragrande maggioranza dei palestinesi vuole vivere in pace, essere se stessa, fedele alla propria identità e alle proprie tradizioni. In segno di solidarietà con i loro fratelli e sorelle che soffrono la morte della violenza a Gaza e in alcune parti della Cisgiordania, si sono astenuti da tutte le feste pubbliche, limitandosi a pregare e a osservare il Ramadan con le loro famiglie.

E i cristiani?

BOUWEN: Le celebrazioni cristiane della Settimana Santa e della Pasqua, secondo il calendario gregoriano, si sono svolte con lo stesso spirito di solidarietà e sobrietà, e con un particolare fervore religioso. Durante la processione della Domenica delle Palme, i cristiani hanno dimostrato il loro desiderio di seguire fedelmente Gesù nella sua passione, guidati dalla loro fede, che insegna loro che questo cammino conduce alla Risurrezione, alla vittoria sul male e sulla morte. È compito dei pastori sostenere i fedeli in questa "speranza oltre la speranza", riconoscendo, come insegna San Paolo nella Lettera ai Romani, che "la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato".

(Questo articolo di Gianni Valente è stato pubblicato sul sito di Fides, al quale rimandiamo; Photo Credits: Picasa/Mafrome)