Tra fame e pallottole: l’ennesima strage a Gaza

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Il massacro di più di cento palestinesi attribuito alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) mentre facevano la coda per ricevere cibo ha suscitato l’indignazione di molti leader internazionali. L’esercito israeliano ha fornito la propria versione dei fatti, pubblicando un video girato da un drone in cui si vedono decine di persone accalcarsi attorno ai camion carichi di aiuti umanitari diretti verso la zona settentrionale della Striscia. Secondo le IDF, la maggior parte dei decessi sono da imputare alla calca della folla e ai camion in movimento; solo dieci persone sono morte per uno scontro a fuoco con gli israeliani. Il New York Times fa però osservare che il video presenta diversi tagli e soprattutto non mostra un momento chiave che precede la tragedia. Incrociando un video di Al Jazeera e le testimonianze dei medici intervenuti sul posto, il quotidiano statunitense riferisce che diverse decine di persone presentavano ferite da armi da fuoco e che la tragedia è avvenuta non distante da una base militare israeliana. «Che sia stato un incidente o meno – commenta la testata israeliana Haaretz – il disastro potrebbe cambiare il corso della guerra», alimentando la rabbia dei palestinesi e aumentando la pressione della comunità internazionale su Israele per l’attuazione di un cessate il fuoco.

In questi giorni che precedono il mese islamico di Ramadan – il cui inizio viene ormai interpretato da stampa e attori politici come “data di scadenza” per il raggiungimento di un accordo su Gaza – il negoziato tra Hamas, Israele, Qatar, Egitto e Stati Uniti sta diventando infatti sempre più complesso e difficile. Il New York Times offre un perfetto ritratto della situazione attuale: il ministro degli esteri qatariota evita di sbilanciarsi con previsioni affrettate; al-Sisi e Biden auspicano il raggiungimento di un accordo a breve. Un wishful thinking che non trova però conferme nella laconica risposta del ministro della difesa israeliano Gallant: «spero che Mr. Biden abbia ragione». In realtà, prosegue l’articolo, «Hamas e Israele sono ancorate alle loro posizioni e non ci sono segnali di svolta. Le due parti stanno svolgendo il negoziato in maniera indiretta, attraverso intermediari nei colloqui tenutisi a Doha, al Cairo e a Parigi. I leader di Hamas continuano a chiedere a Tel Aviv di accettare un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe da Gaza; per contro, Israele ha confermato che continuerà a combattere finché Hamas non sarà eliminata, lasciando intendere che lo Stato ebraico non è pronto ad accogliere una tregua a lungo termine». Anche Hamas sembra voler alzare la posta: Ismail Hanyeh da una parte ha ribadito la sua disponibilità a proseguire il dialogo con Tel Aviv, ma dall’altra ha rifiutato una proposta di cessate il fuoco e ha chiamato i palestinesi a marciare verso la moschea di al-Aqsa. Come riporta il Wall Street Journal, inoltre, di fronte alle preoccupazioni del gruppo su un possibile attacco delle IDF a Rafah, Yahya Sinwar, mente del “Diluvio di al-Aqsa”, avrebbe recapitato un messaggio alla leadership di Hamas basata a Doha: «non preoccupatevi, stiamo portando gli israeliani esattamente dove vogliamo», in quanto un’altra catastrofe umanitaria incrementerebbe la pressione della comunità internazionale su Israele. Da tempo Sinwar, prosegue l’articolo, ha rinunciato agli attacchi su vasta scala per adottare una sorta di “strategia della sopravvivenza”, fatta di brevi incursioni e aggressioni. L’obiettivo è quello di «emergere dalle rovine di Gaza una volta che la guerra sarà finita, dichiarare una vittoria storica e reclamare la leadership della causa nazionale palestinese».    

Ha ragione Amena ElAshkar, ricercatrice presso il Center for Conflict and Humanitarian Studies, quando dice che il negoziato si è trasformato in qualcosa simile a una guerra psicologica: si gioca sui silenzi, sulle tensioni interne – la faglia tra Hamas e Autorità Nazionale, le frizioni tra falchi e colombe dello Stato maggiore israeliano – e sulle incomprensioni per guadagnare tempo prezioso ed evitare un accordo che al momento sembra lontano. Tempo però che è invece agli sgoccioli per quanto riguarda il soccorso umanitario, data la situazione disastrosa in cui versa gran parte della popolazione della Striscia.

Nonostante le evidenti difficoltà nel comporre gli interessi e le aspettative degli attori coinvolti nel processo negoziale, Tamir Hayman, ex capo dell’intelligence israeliano, non ritiene che la normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita sia una “causa persa”: «penso sia fattibile, è parte della grande iniziativa americana, e i sauditi sono molto motivati. Sanno che sarà più semplice per loro avere un accordo di difesa, infrastrutture nucleari civili con l’attuale amministrazione americana». Perché l’accordo sia possibile, però, Riyad avrebbe posto come condizione la riconsegna della Striscia all’Autorità Nazionale Palestinese. C’è poi l’altro fronte caldo, quello con il Libano, da tenere in considerazione: «dal punto di vista israeliano – prosegue Hayman – Hezbollah deve mantenere la stabilità nel nord. Ci immaginiamo che possa applicare un cessate il fuoco informale non appena entri in vigore quello nella Striscia di Gaza». Operazione che però non è così semplice per il quotidiano israeliano Haaretz, perché gli sforzi diplomatici occidentali, in particolar modo Stati Uniti e Francia, non agiscono in sintonia: l’idea di fondo, sostenuta sia da Amos Hochstein – inviato speciale americano autore di una vera e propria “diplomazia della navetta” di kissingeriana memoria secondo la CNN – che dalla ministra degli esteri francese Stéphane Séjourné sarebbe quella di porre al centro dei negoziati la demarcazione delle frontiere israelo-libanesi in modo da neutralizzare le rivendicazioni di Hezbollah e permettere a Beirut di riprendere il controllo del Sud Paese, di fatto amministrato dalle milizie di Nasrallah. Peccato che Hochstein ritenga che «il negoziato con il governo libanese non sarà percorribile in assenza di un cessate il fuoco a Gaza. La Francia, al contrario, pensa che sia possibile raggiungere un cessate il fuoco separato tra Israele e Libano» a prescindere da quello nella Striscia. La disputa tra Parigi e Washington, «che non è esente da considerazioni di rivalità politica e di prestigio» si somma al «rifiuto dell’Arabia Saudita di intervenire con decisione nella politica libanese e all’incapacità dell’Egitto di giocare un ruolo significativo». Per L’Orient-Le Jour – quotidiano libanese che in questi giorni festeggia il centenario della fondazione con una serie di iniziative – Hezbollah sarebbe a favore della de-escalation, visto che non può reggere il confronto militare con Tel Aviv e deve tenere in considerazione le difficoltà economiche dei libanesi. Su questo punto, il “partito di Dio” ha fatto i suoi «calcoli»: punta sul fatto che gli americani non permetteranno l’allargamento del conflitto al sud del Libano e sulle divisioni interne dell’esecutivo israeliano. Foreign Policy, Steven Cook propone un’altra interpretazione. È vero che Israele e Hezbollah hanno evitato l’escalation, ma ciò non significa che entrambi non vogliano la guerra: piuttosto, «i leader del movimento libanese e l’alto comando delle IDF sono alle prese con una serie di vincoli che, fino ad ora, hanno evitato lo scoppio del conflitto. Non si dovrebbe fare troppo affidamento su questi impedimenti […] per poter limitare il conflitto ancora a lungo. Anzi, questi vincoli stanno venendo meno già ora».

Data la pluralità degli attori in gioco e la gravità della situazione tanto sul piano internazionale quanto su quello regionale, sorge spontanea una domanda: esiste solo un negoziato? La risposta, per il Middle East Institute, è che ne esistono altri cinque, oltre a quello tra Israele e Hamas: uno intra-israeliano, uno intra-Hamas tra leadership di Gaza e quella di Doha, uno tra Qatar ed Egitto-Hamas, uno tra Israele e Stati Uniti e infine uno tra Paesi arabi e Stati Uniti.  

In attesa del possibile accordo, nella quiescente Autorità Nazionale che “governa” la Cisgiordania, si è verificato il primo cambiamento politico dall’inizio del “Diluvio di al-Aqsa”: lunedì 27 febbraio il presidente Abu Mazen ha accettato le dimissioni presentate dal suo primo ministro, Mohammad Shtayyeh, in conseguenza della insostenibile crisi umanitaria e del “genocidio” dei palestinesi di Gaza. Il presidente ha chiesto a Shtayyeh di rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti: non è ancora chiaro chi sarà il successore e quando verrà nominato, anche se tra i media palestinesi circola il nome di Mohammed Mustafa, membro esecutivo dell’Olp e consigliere di Abbas per le questioni economiche. Al Jazeera e The Times of Israel concordano sul fatto che la decisione del primo ministro è frutto della diretta influenza dell’amministrazione americana, intenzionata a “risvegliare” l’Autorità e a rinnovarla, conferendole un ruolo centrale per la gestione del dopoguerra a Gaza. E infatti, come scrive il Washington Post, le dimissioni sono state senza dubbio uno “scossone”, un segnale di vita da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese che da tempo è accusata di inerzia e scarsa iniziativa diplomatica. Si tratta certamente di un segnale positivo, commenta il giornale, anche se, finché Abu Mazen resterà «abbarbicato al potere» sarà difficile pensare al rinnovamento della classe dirigente della Cisgiordania. Se mai l’ottantasettenne e impopolare presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese dovesse rassegnare le dimissioni, sarebbero pochi i sostituti disponibili: tra questi spicca Marwan Barghouti, «rivale di lunga data di Abu Mazen», al centro del delicato e complesso negoziato tra Israele e Hamas. Non a caso il governo israeliano non sembra intenzionato a rilasciare una figura così emblematica e carismatica, anzi l’estrema destra alleata di Netanyahu minaccia di uscire dalla coalizione di governo qualora Barghouti venisse rilasciato. Nel frattempo, anche Qatar ed Egitto stanno lavorando per favorire la nascita di un “governo tecnico” che coinvolga tutte le fazioni politiche palestinesi, inclusa Hamas.

(Questo articolo è stato pubblicato sul sito della Fondazione Oasis, al quale rimandiamo; Photo Credits: da Oasis)