Tregua in bilico, dal Libano al Golfo

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Gli americani abbordano e sequestrano un mercantile battente bandiera iraniana. Teheran denuncia “atti di pirateria” e la tregua appare già in bilico. Il punto di Alessia De Luca per l’ISPI.

La fragile tregua in corso in Medio Oriente, la cui scadenza è prevista alla mezzanotte di martedì, pare sul punto di incrinarsi. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato che la nave battente bandiera iraniana Touska è stata catturata dalla marina statunitense nel Golfo dell’Oman, mentre tentava di forzare il contro-blocco americano per dirigersi verso il porto iraniano di Bandar Abbas. L’esercito iraniano ha accusato gli Stati Uniti di “atti di pirateria”, promettendo di vendicarsi. In questo clima non stupisce che i tentativi negoziali scontino una totale assenza di fiducia tra le parti: Teheran ha annunciato che non parteciperà al secondo round di colloqui, previsto a Islamabad, accusando Washington di “richieste eccessive e continui cambi di posizione”. Nuovi colloqui, secondo i vertici della Repubblica Islamica, saranno possibili “solo quando gli Usa revocheranno il blocco navale su Hormuz”. Al contrario, dalla Casa Bianca fanno sapere che a guidare la delegazione americana in Pakistan saranno Jared Kushner, genero del presidente, l’inviato Steven Witkoff e il vicepresidente JD Vance e che un accordo sarà raggiunto “con le buone o con le cattive”. Secondo il sito di notizie Axios, i funzionari iraniani starebbero ridimensionando le aspettative su una proroga del cessate il fuoco e sospettano che le dichiarazioni di Trump su un possibile accordo possano essere una copertura per un attacco a sorpresa degli Stati Uniti. I prezzi del petrolio sono balzati di oltre il 5% e i mercati azionari hanno vacillato, mentre gli operatori temono che il cessate il fuoco possa fallire e che il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto rimanga ridotto al minimo ancora a lungo. Quanto alla tregua in Libano, secondo l’emittente panaraba Al-Arabiya, una nuova tornata di negoziati tra Israele e il governo centrale di Beirut dovrebbe tenersi giovedì 23 aprile.

Libano, l’altro fronte caldo?

Il fronte libanese non lascia ben sperare: nonostante il cessate il fuoco concordato con il governo di Beirut, le forze armate israeliane hanno pubblicato una mappa della loro linea di schieramento nel sud del paese occupato, in cui stanno demolendo numerosi villaggi, strade e collegamenti. Le Forze di difesa israeliane (Idf) rimangono schierate in un’area di circa 20 chilometri all’interno del territorio libanese, a sud del fiume Litani. Nella zona – come nella Striscia di Gaza – decine di escavatrici e bulldozer, anche privati, stanno procedendo ad abbattere edifici pubblici, case, scuole e moschee. Le operazioni di abbattimento sono cominciate poco dopo l’evacuazione imposta da Israele ai residenti libanesi. Il governo israeliano ha detto di voler prendere il controllo di quella che definiscono “un’area cuscinetto” estesa, che coprirebbe all’incirca il 10% dell’intero territorio libanese, e che dovrebbe servire a mettere in sicurezza il nord di Israele dai lanci di razzi e artiglieria di Hezbollah. Intanto, nonostante la tregua annunciata, proseguono i combattimenti sul terreno. Anche il quartier generale della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (Unifil), nella città di Naqoura, è stato danneggiato e un casco blu francese è morto, colpito da armi da fuoco leggere durante una missione di sminamento. Parigi sospetta delle milizie del “Partito di Dio”, che tuttavia hanno smentito ogni responsabilità nell’incidente.

Trump ottiene tregue, non pace?

In questo contesto, è ancora possibile che i colloqui falliscano su entrambi i fronti e che gli Stati Uniti riprendano a bombardare l’Iran, consentendo al contempo a Israele un altro conflitto in Libano. Per ora, però, questa non sembra la direzione auspicata da Trump. Poco dopo aver di fatto imposto al premier israeliano Benjamin Netanyahu il cessate il fuoco in Libano, annunciandolo di persona, il presidente americano ha dichiarato di aver vietato a Israele di continuare i raid aerei nel Paese. “Israele non bombarderà più il Libano”, ha scritto su Truth. “Gli Stati Uniti glielo hanno vietato. Basta!!!”. Si tratta di un’affermazione più che irrituale, che rivela parte della grande frustrazione del presidente Usa per un conflitto in cui, stando a un recente scoop del New York Times, sarebbe stato convinto a entrare proprio dall’alleato israeliano. Ma se ha avuto la forza di imporre uno stop ai combattimenti, è pur vero che ciò che Trump ha ottenuto finora, sul fronte libanese come quello di Gaza, sono solo tregue temporanee, senza alcun accordo diplomatico volto a garantire una stabilità di lungo periodo. La presenza delle truppe israeliane in entrambi i territori nemici, al contrario, prelude a una quasi certa ripresa delle violenze, perché fornisce ad Hezbollah e Hamas un pretesto per giustificare un eventuale riavvio della guerra, nel tentativo di cacciare le forze di occupazione dal territorio libanese e palestinese.

L’Europa e l’ennesima emergenza?

I recenti sviluppi non rincuorano gli europei, preoccupati che il team negoziale di Washington stia spingendo per un accordo rapido e superficiale su temi – come il programma nucleare iraniano e il destino delle sue scorte di uranio arricchito – che richiederebbero mesi o anni di negoziati. Giunta ormai all’ottava settimana, la guerra ha provocato il più grave shock nella storia delle forniture energetiche globali, facendo impennare i prezzi del petrolio a causa della chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz. Anche il prossimo Consiglio europeo, previsto giovedì e venerdì prossimi a Cipro, sarà dunque un vertice d’emergenza. I 27 capi di Stato e di governo cercheranno una ricetta più o meno comune per fronteggiare l’emergenza. Mentre Francia, Germania, Italia e Regno Unito pianificano una missione internazionale “neutrale” per garantire la sicurezza del traffico commerciale nello stretto una volta che ci sarà un cessate il fuoco solido e duraturo, la situazione resta molto confusa. Mentre Trump torna a minacciare che in caso di fallimento dei colloqui distruggerà “ogni ponte e centrale elettrica” in Iran, le autorità di Teheran assicurano che, se gli Stati Uniti dovessero attaccare le infrastrutture civili, colpirebbero centrali e impianti di desalinizzazione nei paesi arabi del Golfo. La sola cosa certa è che, se anche i colloqui dovessero portare a una svolta, improbabile al momento, gli effetti del conflitto peseranno a lungo sull’economia europea e globale, ben oltre il momento in cui riprenderà stabilmente la navigazione nello stretto di Hormuz.

Il commento di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

“È prematuro affermare che la guerra, l’ennesima del Golfo, sia terminata. Ma i segnali sono positivi. Gli iraniani riaprono Hormuz sul lato dell’Oman (poi lo chiudono e forse lo riapriranno); Trump ringrazia; la trattativa sta per riprendere a Islamabad, il cessate il fuoco dovrebbe continuare a tempo indeterminato. E il prezzo del petrolio scende dell’11%, a 89 dollari il barile. La ragione di tanto ottimismo è la tenuta della tregua in Libano, che secondo gli iraniani sta semplificando tutto il resto. In realtà è il contrario: la fine delle ostilità libanesi è la conseguenza di un quadro che sta migliorando: soprattutto che finalmente gli americani hanno deciso di non lasciare agli israeliani la possibilità di fare ciò che vogliono, costringendoli a fermare le loro operazioni militari”.

[Fonte e Foto: ISPI]