
Ue-Israele, il dilemma europeo

Dalla Cisgiordania al Libano e Gaza: cresce la pressione per rivedere i rapporti con Tel Aviv, ma i 27 restano spaccati. Sullo sfondo, l’asse Netanyahu-Trump ridefinisce gli equilibri e aumenta i costi dell’inazione europea. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
È un altro giorno senza pace per il Medio Oriente: mentre nel Golfo la tregua è appesa a un filo, dalla Cisgiordania arriva la notizia di un ennesimo violento attacco da parte di un gruppo di coloni ai danni di palestinesi. Secondo le testimonianze, gli aggressori hanno aperto il fuoco contro un gruppo di abitanti nei pressi della scuola del villaggio di Al Mughayyar, vicino a Ramallah, uccidendo un uomo e un ragazzo di 14 anni. Sulla scena erano presenti anche soldati delle Forze di difesa israeliane (Idf), che non sono intervenuti. Qualche ora prima, un ragazzo di 16 anni era stato investito e ucciso da un’auto di coloni mentre andava in bicicletta nei pressi di Hebron. Pensare che quanto accade in Cisgiordania sia separato rispetto alle tensioni nel Golfo sarebbe fuorviante: da quando, il 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno sferrato il loro attacco congiunto all’Iran, il numero di palestinesi vittime della violenza dei coloni in Cisgiordania è salito a 10. All’ombra della guerra nella regione, a Gaza aumentano i raid da parte di milizie armate e sostenute dall’esercito israeliano, che occupa oltre metà dell’intero territorio della Striscia. Intanto, nel vicino Libano prosegue l’opera di demolizione sistematica dei villaggi all’interno della ‘zona cuscinetto’ dichiarata da Israele.
L’Europa cambia umore, ma resta divisa?
È in questo contesto che l’opinione pubblica europea sembra progressivamente discostarsi dal fermo sostegno a Israele. In poche settimane, una petizione pubblica dei cittadini europei per sospendere, in tutto o in parte, gli Accordi di associazione tra UE e Israele ha raccolto oltre un milione di firme da tutti i 27 Stati membri, e la scorsa settimana oltre 390 ex ministri, ambasciatori e alti funzionari dell’Unione hanno avanzato la stessa richiesta. Tra i firmatari figuravano l’ex responsabile degli Affari esteri dell’UE Josep Borrell, l’ex ministro degli Esteri svedese e ispettore delle Nazioni Unite per il disarmo Hans Blix e l’ex vicepresidente della Commissione europea Margot Wallström. Il blocco dei 27, tuttavia, rimane diviso sulla gestione dei rapporti con Tel Aviv. Due giorni fa Germania e Italia si sono opposte alla sospensione degli Accordi di Associazione tra UE e Israele. Il ministro tedesco Johann Wadephul ha definito “inappropriata” la richiesta avanzata da Spagna, Slovenia e Irlanda, sostenendo che la questione debba essere affrontata in un “dialogo critico e costruttivo con Israele”. Una linea in stretto coordinamento con Roma. “Non ci sono le condizioni, né numeriche né politiche” per fermare l’accordo di associazione, ha osservato il ministro Antonio Tajani, indicando però la necessità di colpire in modo mirato i responsabili delle violenze, a partire dai coloni. Una scelta che, nella lettura italiana, mira a evitare effetti indiscriminati sulla popolazione e a incidere direttamente sulle decisioni del governo israeliano.
Il nodo dell’accordo UE-Israele?
La sospensione dell’Accordo di associazione Ue-Israele – il principale strumento che disciplina le relazioni tra le due parti – è da tempo una questione aperta. In vigore dal 2000, l’intesa garantisce a Israele uno status preferenziale nei rapporti con l’UE, di fatto il suo principale partner commerciale. E i benefici che ne derivano a Israele attraverso la partecipazione al programma di ricerca Horizon sono considerevoli. Ma, come tutti gli accordi europei, è subordinato al rispetto dei diritti umani e pertanto non è la prima volta che se ne chiede una revisione: già lo scorso anno la Spagna e altri paesi membri ne avevano sollecitato una rimodulazione, alla luce delle violazioni nella Striscia di Gaza. E la scorsa estate un rapporto del Servizio europeo per l’azione esterna, guidato dall’Alto rappresentante Kaja Kallas, aveva concluso che Israele non rispettava i propri obblighi in materia. Anche la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva riconosciuto nel 2024 la necessità di rivedere le relazioni con Israele: una sospensione parziale che riguardi le parti commerciali dell’accordo – precedentemente auspicata da Von der Leyen a settembre – richiederebbe solo una maggioranza ponderata a favore. Tuttavia, se finora alle parole non sono seguiti cambiamenti concreti, emergono segnali di cambiamento negli equilibri interni ai 27: il premier ungherese Viktor Orban, unico in seno al Consiglio a votare contro l’adozione di sanzioni nei confronti di coloni violenti, bloccando una decisione che richiedeva l’unanimità, è stato sconfitto alle elezioni. E la scorsa settimana, dopo tensioni con Tel Aviv sugli attacchi ai caschi blu di Unifil in Libano, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione bilaterale in materia di difesa con Israele “vista la situazione attuale”.
Quanto pesa l’asse Netanyahu-Trump?
Il fatto che circa un terzo del commercio israeliano avvenga con l’UE conferisce a Bruxelles una significativa leva contrattuale che finora le divisioni interne hanno impedito al blocco di utilizzare. Il prossimo banco di prova potrebbe arrivare però l’11 maggio, al prossimo Consiglio Esteri a Bruxelles, dove il possibile cambio di linea dell’Ungheria guidata da Peter Magyar potrebbe sbloccare – se non quello sull’Accordo di Associazione – almeno il dossier sulle sanzioni ai coloni, finora fermo per il veto di Budapest. Sconfitto Orbán, il premier in pectore ha già dichiarato che non ostacolerà eventuali misure contro Tel Aviv in presenza di un consenso unanime degli altri Paesi membri. Parallelamente, Parigi e Stoccolma hanno rilanciato l’ipotesi di bloccare le importazioni dei prodotti provenienti dagli insediamenti, esclusi dall’accordo UE-Israele, con l’obiettivo di colpire direttamente le attività economiche legate ai territori occupati e inviare al contempo un segnale anche all’alleato americano Donald Trump. I legami politici con Israele stanno diventando sempre più onerosi per i leader europei, anche perché si inseriscono in una cornice transatlantica profondamente mutata. La stretta alleanza tra Netanyahu e Trump finisce infatti per amplificare l’impatto delle guerre in corso: non solo sul piano militare e regionale, ma anche su quello politico ed economico per l’Europa. “Netanyahu e i suoi ministri – osserva il Guardian in un duro editoriale – hanno generalmente trattato i critici europei con un disprezzo a malapena celato, presumibilmente rassicurati dal fatto che i loro principali alleati alla Casa Bianca tendono a comportarsi esattamente allo stesso modo”. In gioco non c’è soltanto la dimensione economica, ma la credibilità stessa di un’Unione che si definisce sulla base del rispetto dei diritti e del diritto internazionale e che rischia, ancora una volta, di restare paralizzata di fronte alle loro violazioni.
Il commento di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre
“La decisione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’UE di non sospendere l’accordo di associazione con Israele, nonostante le crescenti pressioni politiche e sociali, mette ancora una volta in evidenza le profonde divisioni tra gli stati europei e la loro incapacità di agire in modo coerente ed efficace sul piano esterno. Questa mancanza di consenso indebolisce la credibilità e il peso politico dell’Unione e svuota di significato i suoi richiami ai diritti umani e ai principi democratici, esponendola sempre più alle critiche di doppio standard da parte dei paesi mediorientali”.
[Fonte e Foto: ISPI]


