Un altro inverno a Gaza: una difficile sopravvivenza

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Intanto a Doha nessun risultato dal vertice sulla forza internazionale.

Martedì lo U.S. Central Command (Centcom) ha ospitato una conferenza a Doha per discutere le fasi successive del cessate il fuoco in 20 punti del piano Trump a Gaza, compreso il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione (Isf). Tuttavia, secondo funzionari europei, la conferenza – da cui la Turchia sarebbe esclusa su richiesta di Israele – non è riuscita a decidere il mandato della futura forza di pace. Gli Usa, riferisce AsiaNews, hanno inviato senza successo richieste a oltre 70 nazioni per truppe e rifornimenti volontari per lo schieramento dell’Isf – che potrebbe includere, tra gli altri, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Azerbaigian.

Intanto quello che si presenta è un altro inverno terribile a Gaza. Per più di una settimana le autorità e i mezzi d’informazione israeliani hanno istruito i cittadini sulle precauzioni da prendere contro la tempesta Byron. “I comuni hanno inviato messaggi privati ai residenti per consigliarli su come stare al sicuro. Le attività commerciali hanno chiuso. Le persone si sono precipitate nei supermercati. Così una società che funziona si prepara per il maltempo”, scrive Lubna Masarwa, giornalista di Middle East Eye che vive a Gerusalemme. 

Anche Al Jazeera riferisce che il paese è stato in allerta per giorni. I gruppi di soccorso ed emergenza sono stati rafforzati, sono stati aperti rifugi per ospitare eventuali sfollati. Il capo dell’esercito, Eyal Zamir, ha emanato linee guida di sicurezza per i militari, ha cancellato tutte le licenze per qualche giorno e ha vietato gli addestramenti all’aperto, limitando i soldati alle attività “operative” ed “essenziali”. Il ministro dell’energia e delle infrastrutture si è assicurato che non ci fossero interruzioni nelle forniture.

“La tempesta è stata una sfida, ma è gestibile per chi ha una casa, una rete fognaria e servizi pubblici efficienti”, commenta Masarwa. Ma sotto lo stesso cielo, nella Striscia di Gaza assediata, “le previsioni sono state una condanna a morte”. Dalla fine di novembre un’ondata di maltempo ha colpito il territorio palestinese devastato da due anni di guerra. Le forti piogge e i venti hanno spazzato via le tende dove ha trovato riparo la maggior parte dei due milioni di abitanti della Striscia le cui case sono state distrutte dai bombardamenti israeliani. L’acqua ha impregnato il terreno, si è insinuata tra le macerie dove altri sfollati hanno costruito rifugi di fortuna, ha trasformato mucchi d’immondizia e liquami in torrenti.

Poi il 10 dicembre si è scatenata la tempesta Byron. In ventiquattr’ore tredici case sono crollate e 27mila tende sono state allagate o spazzate via, secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza. La Difesa civile, un’organizzazione di soccorso legata alle autorità locali, ha ricevuto almeno 2.500 chiamate di persone in difficoltà. Almeno tredici sono morte; tra loro quattro bambini a causa dell’ipotermia: Hadil al Masri, di nove anni, Taim al Khawaja e Rahaf Abu Jazar, di pochi mesi, e Mohammed Khalil Abu al Khair, di due settimane. 

In un articolo su Al Jazeera, la scrittrice di Gaza Eman Abu Zayed racconta cosa significa vivere nelle tende allagate, mentre l’acqua sale trasformando il terreno in una palude fangosa e le coperte e i pochi oggetti salvati dalla macerie s’impregnano irrimediabilmente. La micidiale offensiva israeliana che in due anni ha provocato più di 70mila morti nella Striscia faceva passare tutto il resto in secondo piano, riflette Abu Zayed: “Ma oggi che i massicci bombardamenti si sono fermati, ci troviamo di fronte tutto l’orrore della ‘nuova normalità’ di Gaza”.

A peggiorare le cose, Israele continua a bloccare gli aiuti umanitari. Secondo l’organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani B’Tselem, più di 6.500 camion sono in attesa ai valichi per entrare a Gaza con forniture essenziali per l’inverno, tra cui tende, coperte, indumenti pesanti e prodotti per l’igiene. L’esercito israeliano ha aperto solo tre punti di accesso dal suo territorio all’enclave palestinese – Kerem Shalom a sudest, Kissufim al centro e Zikim a nord – ma mantiene chiuso il valico di Rafah con l’Egitto. Inoltre, si rifiuta di far entrare a Gaza alcune attrezzature sanitarie e di emergenza, senza però pubblicare un elenco di beni che ritiene possano avere un “doppio uso” civile e militare.

Alla fine di settembre, le autorità di Gaza hanno stimato che il 93 per cento delle tende (circa 125mila su 135mila) non era più idoneo a essere abitato. Ma oggi una tenda nuova può arrivare a costare mille dollari, mentre a novembre le Nazioni Unite hanno distribuito solo trecento tende e 8.800 coperte. Secondo le autorità di Gaza ci vorrebbero circa 300mila tende o prefabbricati per rispondere ai bisogni più elementari della popolazione. 

La mancanza della rete fognaria potrebbe aumentare il rischio della diffusione di malattie come la dissenteria e il colera, avverte Al Jazeera in un altro articolo. “Con la raccolta dei rifiuti in gran parte interrotta, enormi cumuli di rifiuti solidi si sono ammassati in tutta l’enclave assediata, e questo significa che le forti piogge potrebbero trasportare rifiuti sanitari, plastica, resti di animali e detriti nelle aree dove si rifugiano i palestinesi sfollati. Anche le risorse idriche sotterranee sfruttate dagli abitanti potrebbero essere contaminate, mentre in alcune zone le acque superficiali potrebbero ristagnare invece di ritirarsi, poiché le stazioni di pompaggio e di drenaggio delle acque piovane sono fuori uso”.  

Intanto le violazioni quotidiane della tregua da parte di Israele continuano a uccidere i palestinesi: 379 morti finora, di cui settanta bambini. E il piano per la pace di Trump non sembra fare nessun passo verso la seconda fase. Ne parla lo storico e politologo francese Jean-Pierre Filiu in un articolo su Le Monde. “Gli Stati Uniti stanno gestendo un ‘centro di coordinamento civile-militare’ per monitorare la tregua, circa trenta chilometri a nordest della Striscia di Gaza, nella città israeliana di Kiryat Gat”. Washington ha però chiarito che non saranno dispiegate truppe statunitensi a Gaza, lasciando ad altri paesi il compito di costituire la “forza di stabilizzazione internazionale” prevista dal piano di Trump.

Per ora della forza internazionale non c’è traccia. Secondo Filiu questo consente a Hamas di continuare ad agire nel territorio, senza doversi preoccupare del disarmo a cui dovrebbe essere sottoposto. Lo dimostrerebbe anche l’uccisione, avvenuta la settimana scorsa, di Yasser Abu Shabab, leader di una milizia rivale di Hamas e uno dei principali collaboratori di Israele nella Striscia. In un approfondimento su +972 Magazine, l’analista palestinese Muhammad Shehada ricostruisce la sua ascesa e caduta e afferma che la sua morte mette in evidenza il fallimento della strategia israeliana per il futuro della Striscia. 

“Per mesi Israele ha messo insieme una squallida alleanza di criminali condannati, ex affiliati del gruppo Stato islamico e collaboratori opportunisti, presentandoli come l’embrione di un governo locale alternativo a Hamas a Gaza, mentre li usava per orchestrare la riduzione alla fame e compiere attacchi per conto di Israele”, scrive Shehada. Ora il tentativo di coltivare una rete di bande criminali come subappaltatrici della sua occupazione sta crollando, scatenando “lotte intestine paranoiche e caos sanguinoso”. 

Questa implosione coglie una profonda verità sull’esperimento di Israele a Gaza, commenta l’esperto: “Affidando l’occupazione di una popolazione assediata ai collaboratori più violenti e opportunisti, Israele non produrrà un’alternativa stabile al governo di Hamas. Al contrario, una strategia simile non fa altro che alimentare una mini-economia di signori della guerra, preparando il terreno per cicli infiniti di violenza vendicativa”.

“A Gaza neonati morti di pace”

Riportiamo il commento su Mosaico di Pace, rivista del movimento cattolico Pax Christi, a firma di don Tonio Dell’Olio, presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi.

Anche quella di Gaza rischia di diventare l’ennesima “guerra dimenticata”. Tra i pochi a darcene conto, Avvenire dedica oggi una pagina all’intervista a Giorgio Monti, coordinatore medico di Emergency a Gaza. Scopriamo così che l’ultimo neonato ucciso dal freddo a Gaza aveva solo due settimane. Si chiamava Mohammed Khalil Abu al-Khair. “È morto all’inizio di questa settimana – riferisce Monti – ed è il terzo nell’arco di poco tempo. Gli altri erano un bimbo di pochi giorni e una bambina di otto mesi”.

Stando al racconto ufficiale della comunità internazionale, il piccolo Mohammed è “morto di pace” perché la sua morte è avvenuta dopo la firma del piano di pace imposto da Trump e negoziato solo con una parte degli attori coinvolti nel conflitto. Per non parlare di circa 14 persone che finora sono rimaste schiacciate da edifici pericolanti perché bombardati e che le piogge di questi giorni hanno fatto crollare all’improvviso. E per non dire delle tende portate via dal vento con tutto quel che contenevano e delle malattie come epatite, gastroenterite e addirittura leptospirosi, una patologia che si prende per contaminazione con le feci degli animali a causa delle acque putride trasportate dalla pioggia. E la chiamano pace, quella che non aveva nemmeno previsto come dare rifugio sicuro ai milioni di abitanti rimasti senza casa e senza niente. Davanti al presepe non ci resterà che porgere al Dio bambino le nostre lacrime e il loro dolore.

I patriarchi di Gerusalemme implorano Israele, “lasciateci curare i bambini leucemici di Gaza all’ospedale sul Monte degli Ulivi”

“Lasciateci portare i bambini di Gaza malati di leucemia all’ospedale sul Monte degli Ulivi”. È l’appello lanciato dai Patriarchi e dai Capi delle Chiese in Gerusalemme alle autorità israeliane “di concedere ai bambini di Gaza a cui è stata diagnosticata la leucemia il permesso di recarsi all’Augusta Victoria Hospital sul Monte degli Ulivi per ricevere cure specialistiche disponibili solo per loro”.

Nel loro comunicato del 17 dicembre, rilanciato oggi dall’agenzia vaticana Fides, i Patriarchi e i Capi delle Chiese in Gerusalemme affermano che “l’Augusta Victoria è pronta a organizzare non solo il trasporto, ma anche la cura e il trattamento completi di questi pazienti giovani e vulnerabili, che saranno poi riaccompagnati dall’ospedale alle loro case a Gaza al termine del trattamento”.

“Facciamo questo appello per motivi umanitari” prosegue i responsabili delle Chiese in Gerusalemme. “Il trattamento per questa malattia non è disponibile a Gaza e ha il potenziale di trasformare la vita di coloro che ne sono affetti. Non ci sarà alcun onere per il governo (israeliano), poiché tutti i costi saranno sostenuti dall’ospedale”.

I capi religiosi chiedono che “l’autorizzazione per il trattamento di questi giovani pazienti venga concessa il prima possibile”, ricordando che “come per qualsiasi malattia, la tempestività delle cure è essenziale per un esito positivo”. “Ci auguriamo pertanto vivamente che le autorità competenti ritengano opportuno che questi pazienti ricevano le cure mediche che le eccellenti strutture dell’Augusta Victoria Hospital possono fornire, affinché questi bambini possano iniziare il loro percorso verso la guarigione e la salute”, concludono.

[Fonti: AsiaNews, Internazionale, Mosaico di Pace, Fides; Foto: Pagine Esteri]