
Usa e Riad: patto sul nucleare

Il patto nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita si complica: in un post su Truth Social Trump rimette sul tavolo la normalizzazione con Israele, che Riad ha finora respinto. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Washington e Riad firmano un accordo definito “storico” da gran parte della stampa internazionale: prevede che gli Stati Uniti aiutino l’Arabia Saudita a sviluppare un programma nucleare civile grazie alla loro tecnologia e alle competenze nel settore. L’intesa, trentennale, sarebbe concepita per soddisfare il “fabbisogno energetico” del Regno per la produzione di elettricità, consentendo così alle autorità saudite di incrementare le vendite di petrolio e liberando maggiori quantità per l’esportazione. L’accordo 123 – “123 Agreements” in inglese – renderebbe le aziende americane centrali nello sviluppo delle infrastrutture nucleari del paese, impedendo al contempo a concorrenti come Cina e Russia di affermarsi sul mercato saudita. A siglarlo ieri sono stati il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, e il suo omologo saudita, principe Abdulaziz bin Salman. I due hanno sottoscritto anche un’intesa separata sulle garanzie di sicurezza. Il testo completo e due lettere riservate che lo accompagnano non sono però stati resi pubblici e c’è chi teme che il know-how civile concesso oggi a Riad possa diventare, domani, la base di un programma militare. Al momento l’accordo deve affrontare lo scrutinio del Congresso, dove non tutti i legislatori ne sono entusiasti. I parlamentari avranno 90 giorni di sessione per sollevare obiezioni, ma difficilmente troveranno la maggioranza dei due terzi necessaria a superare un eventuale veto presidenziale.
Cosa c’è (e cosa no) nell’intesa?
Ad appena 24 ore dalla firma, tuttavia, l’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita si complica. Donald Trump ha pubblicato poco fa un post su Truth Social in cui pone una condizione non comparsa al momento della firma: l’intesa, scrive, “sarà approvata, ma resta totalmente subordinata all’adesione dell’Arabia Saudita ai rispettatissimi e fruttuosi Accordi di Abramo”. Trump aggiunge inoltre che “non ci sarà alcun arricchimento di materiale, specificando che l’accordo riguarda “esclusivamente l’uso non militare, come già avviene per Iran ed Emirati”. La questione dell’arricchimento dell’uranio è centrale. Secondo quanto riportato dai media statunitensi, l’accordo non autorizza un trasferimento immediato delle tecnologie di arricchimento o di riprocessamento del combustibile esaurito, ma apre un percorso legale attraverso cui queste attività potrebbero essere consentite al termine di uno studio congiunto della durata di due anni, volto a stabilire se l’arricchimento in territorio saudita sia praticabile e commercialmente sostenibile. Il post di Trump sembra andare in direzione opposta, escludendo categoricamente l’arricchimento, e la discrepanza lascia margini di ambiguità che il Congresso dovrà necessariamente chiarire in sede di revisione. A far discutere poi resta ciò che l’intesa non contiene: la rinuncia permanente all’arricchimento prevista dall’accordo del 2009 con gli Emirati Arabi Uniti e l’adozione del Protocollo aggiuntivo dell’Aiea, che consente ispezioni più approfondite. L’amministrazione statunitense sostiene che l’accordo bilaterale sulle garanzie e le disposizioni dell’Atomic Energy Act garantiranno comunque una supervisione adeguata, ma i dettagli restano riservati.
Tornano gli Accordi di Abramo?
L’interesse di Riad per il nucleare non è nuovo: i colloqui erano iniziati durante il primo mandato di Trump ed erano proseguiti sotto Biden, quando Washington li aveva inseriti in un negoziato più ampio che prevedeva il riconoscimento diplomatico di Israele da parte saudita, garanzie di sicurezza statunitensi e alcune concessioni israeliane ai palestinesi. L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza avevano di fatto congelato ogni tentativo di normalizzazione: ora il post di Trump riporta la questione in primo piano: Riad, che non ha commentato le parole del presidente americano, ha ripetutamente affermato di non voler aderire agli Accordi di Abramo senza un percorso credibile verso la statualità palestinese, posizione che rimane politicamente difficile da abbandonare mentre la crisi umanitaria a Gaza resta tutt’altro che risolta e il cessate il fuoco permane in vigore solo sulla carta. L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto con favore la mossa di Trump, definendo un’eventuale adesione saudita agli Accordi “un balzo storico per la pace in Medio Oriente” ma Netanyahu stesso ha finora escluso concessioni sulla statualità palestinese, rendendo la quadratura del cerchio tutt’altro che scontata.
Corsa verso il baratro?
Da anni le organizzazioni per la non proliferazione avvertono che un accordo di questo tipo potrebbe spingere altri paesi del Medio Oriente e non solo a rincorrere Riad. Se l’Arabia Saudita ha ottenuto condizioni ‘speciali’, il timore è che altri, Egitto o Turchia, in primis, pretendano di ottenere lo stesso trattamento, innescando una corsa al ribasso degli standard di sicurezza nucleare per tutti e non solo nella regione. In altre parole, gli Stati Uniti stanno comprando stabilità a breve termine (l’alleanza con Riad) al prezzo di un rischio di proliferazione a medio termine in una regione già in preda a una serie di crisi gravissime. Come osserva Stephen Collinson su Cnn, l’accordo racchiude in sé la logica tipica di Trump: che si tratti di ridisegnare il Medio Oriente o di rimodellare la Casa Bianca, il presidente agisce senza calcolare le conseguenze. Il compito di negoziare un accordo sul nucleare con l’Iran era già di per sé insidioso. L’amministrazione potrebbe averlo reso molto più difficile accettando un accordo con i sauditi che porterà l’Iran a richiedere privilegi simili in materia di arricchimento dell’uranio. Scommettendo su una nuova fonte di instabilità in una regione già incendiata, “il presidente conferma la propria propensione al rischio geopolitico – sostiene Collins – proprio mentre la scommessa precedente, quella sull’Iran, sembra sfuggirgli di mano”.
Il commento di Eleonora Ardemagni, ISPI Senior Associate Research Fellow
“Nel pieno della guerra all’Iran, gli Stati Uniti rilanciano la cooperazione nucleare con l’Arabia Saudita. Da poco, Riad ha siglato un patto di mutua difesa con il Pakistan, paese che ha l’atomica, enfatizzando così il multi-allineamento della difesa saudita. Con questa mossa, Trump aiuta l’alleato a ricostruire deterrenza nel Golfo, non potendo più offrire ai sauditi garanzie di sicurezza credibili. Al netto dei tentativi mediatici di Trump di “forzare la mano” a Riad sulla normalizzazione con Israele, se l’accordo nucleare non impedisse all’Arabia Saudita di arricchire l’uranio in casa, ciò marcherebbe un’ulteriore distanza fra Arabia Saudita e Israele nel Medio Oriente del futuro, dopo la promessa americana di consegnare gli F-35 a Riad. Generando poi un’asimmetria strategica anche tra le monarchie del Golfo, dato che gli Emirati Arabi hanno invece firmato la “gold standard” della non-proliferazione”.
[Fonte e Foto: ISPI]



