
Usa-Iran: vincitori e vinti

L’accordo tra Stati Uniti e Iran prevede una tregua e la riapertura di Hormuz, ma non risolve i nodi profondi del conflitto. Entrambe le parti, ovviamente, rivendicano la vittoria, ma la realtà è più complessa. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Dopo innumerevoli annunci andati a vuoto, Donald Trump ha finalmente raggiunto un accordo con l’Iran nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Lo aveva annunciato così tante volte che sull’intesa sono aleggiati dubbi fino all’ultimo, soprattutto dopo i massicci raid israeliani sui sobborghi meridionali di Beirut e le minacce di rappresaglia iraniana. Stavolta, però, il presidente americano ha rabbiosamente richiamato il premier Benjamin Netanyahu, imponendogli di fermarsi e riuscendo così a salvare l’accordo. Come prevedibile ognuno racconta la sua verità: gli Usa parlano di “trionfo storico” e l’Iran sostiene di aver “umiliato” gli Stati Uniti e Israele. Entrambe le parti rivendicano una vittoria schiacciante. Propaganda a parte, nessuna delle due affermazioni è vera, anche perché giovedì a Ginevra, Washington e Teheran firmeranno solo un documento che estende il cessate il fuoco di 60 giorni, consentendo la riapertura dello Stretto di Hormuz e la cessazione della guerra di Israele in Libano, nonché la graduale revoca delle sanzioni contro l’Iran. A questa fase seguiranno i negoziati sulla questione nucleare, sulle scorte di 440 chilogrammi di uranio altamente arricchito e sulle altre complesse questioni in sospeso, come i missili balistici e il sostegno dell’Iran ai proxy nella regione. In altre parole, l’accordo riporta indietro le lancette dell’orologio alla situazione prebellica, ma di per sé non risolve nulla; il difficile arriva ora.
Chi vince e chi perde?
Considerato che non si può fare affidamento sula narrativa delleparti in causa per valutare chi vince e chi perde in questa guerra, bisogna considerare i fattori oggettivi: Donald Trump non ottiene il successo sperato; dovrà infatti accontentarsi di un processo negoziale che difficilmente porterà gli Stati Uniti al raggiungimento di un accordo migliore del Jcpoa ottenuto da Barack Obama nel 2015 e stracciato dallo stesso Trump appena arrivato alla Casa Bianca nel 2016. Alla luce di una guerra chiaramente mal concepita, che ha destabilizzato la regione e il mondo, la credibilità politica e la potenza militare degli Stati Uniti appaiono più danneggiati che rafforzati a livello internazionale. Detto ciò, il più grande perdente in questo accordo di cessate il fuoco e dell’intero conflitto è senza dubbio Benjamin Netanyahu, che gli americani accusano di averli trascinati in guerra e di aver tentato per ben due volte di sabotare i negoziati, bombardando Beirut. Il presidente americano ha usato parole durissime nei confronti del primo ministro israeliano, a poche settimane da elezioni in cui il premier rischia di perdere la leadership del paese. Netanyahu non può rivendicate di aver rovesciato la Repubblica Islamica, né di aver estirpato Hamas da Gaza e Hezbollah dal Sud del Libano. L’opposizione lo definisce già “uno dei fallimenti più clamorosi” nella storia di Israele.
Nel nome del popolo iraniano?
Per quanto riguarda l’Iran, invece, la semplice sopravvivenza a questi mesi di conflitto rappresenta un enorme successo per il regime di Teheran. La Repubblica islamica non solo è sopravvissuta all’eliminazione dei suoi leader, tra cui la Guida Suprema Ali Khamenei, ma ha condotto una guerra asimmetrica, sfruttando a proprio vantaggio il blocco dello Stretto di Hormuz per tenere in ostaggio l’intera economia globale. I nuovi leader del regime, ormai definitivamente militarizzato, emergono da questa guerra con un paese prosciugato dalle sue risorse, ma pronto a ricevere decine di miliardi di dollari in aiuti e liberi di esportare petrolio. Si impegnano a non sviluppare armi nucleari: un impegno che avevano già preso nel 2015 e che, a lungo termine, non gli costerà nulla. Niente pare essere cambiato, se non in peggio con un regime che esce rafforzato dal conflitto, per il popolo iraniano, nel cui nome questa guerra era stata inizialmente dichiarata. Per gli iraniani non c’è nulla: né nell’accordo, né nelle prospettive di un dopoguerra amaro per i dissidenti della Repubblica Islamica.
Un accordo, molte incognite?
Ciononostante, mentre si recherà a Evian, in Francia, per il vertice del G7, il presidente degli Stati Uniti presenterà l’accordo con Teheran come una conquista geopolitica e l’inizio di una nuova era di stabilità per il Medio Oriente, da sbandierare all’estero e in patria in vista di una difficile campagna per le elezioni di medio termine di novembre. Ma a prescindere da come Trump sceglierà di presentarlo, l’accordo somiglia più a una tregua che non a una pace o comunque a una soluzione definitiva. Se il Libano è il fronte critico più evidente, anche la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, mentre iniziano i colloqui sul programma nucleare iraniano, lascia ampio spazio a controversie e incomprensioni. Anche negli Stati del Golfo, secondo il Financial Times si respireranno sentimenti contrastanti. Paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti hanno un disperato bisogno di una soluzione che consenta il libero flusso delle esportazioni di energia attraverso lo stretto e che ripristini la fiducia degli investitori. Ma una pace fragile, interrotta da occasionali attacchi di droni o missilistici, potrebbe non essere sufficiente a rassicurare turisti e lavoratori stranieri, e a ricreare quell’immagine di porto sicuro nel cuore di una regione attraversata dall’insicurezza.
Il commento di Paolo Magri, Presidente Comitato Scientifico ISPI
“Happy birthday Mr President: alla fine, dopo innumerevoli false partenze l’accordo c’è, nel giorno degli 80 anni di Trump: cessa il fuoco (per 60 giorni), riapre Hormuz (fra 30). Certo una buona notizia: l’alternativa era “più guerra” e Hormuz ancora chiuso. E dunque, vissero tutti felici e contenti? La cautela, pur nella buona notizia, è d’obbligo. Primo: mancano ancor diversi giorni prima della firma e alla luce di ciò che abbiamo visto in questi tre mesi, può succedere di tutto. Secondo: è un accordo per trovare l’accordo. Ci sono voluti 67 giorni per arrivare qui, pensare che ne bastino 60 per affrontare e risolvere temi che dividono da anni (nucleare iraniano, sanzioni usa, missili balistici tra gli altri) richiede molto ottimismo, anche sul ruolo di boicottaggio che cercheranno di giocare i falchi dentro Israele e Iran. Terzo: se anche tutto andasse per il meglio, il ritorno alla normalità energetica non sarà immediato. Hormuz andrà sminato, serviranno garanzie di sicurezza per gli armatori, si faranno i conti sugli impianti distrutti nei vari paesi del Golfo. Ci vorrà tempo, diversi mesi nelle stime più accurate. La buona notizia di ieri, in sostanza, riduce l’incertezza militare ed economica ma non la azzera; interrompe il sanguinamento ma non rimargina certo le ferite della regione che, in questi 104 giorni di crisi si sono ulteriormente aggravate”.
[Fonte e Foto: ISPI]



