
La devastazione del sud del Libano

Domenica 26 aprile è stata la giornata più sanguinosa in Libano da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco raggiunto da Hezbollah e Israele il 16 aprile e poi esteso, con la mediazione degli Stati Uniti, fino alla metà di maggio. Le due parti si sono accusate a vicenda di violare l’accordo e i bombardamenti israeliani nel sud del paese hanno ucciso almeno 14 persone. Gli attacchi sono proseguiti e due giorni fa hanno ucciso altre otto persone, tra cui tre esponenti della protezione civile.
Il gruppo armato sciita – riferisce Francesca Gnetti nella Newsletter di Internazionale – ha dichiarato che non fermerà le incursioni contro le truppe israeliane in Libano e le città nel nord d’Israele finché Tel Aviv continuerà a violare il cessate il fuoco; che non aspetterà una diplomazia che si è “mostrata inefficace”, e non farà affidamento sulle autorità libanesi incapaci di “proteggere il paese”.
Le truppe israeliane agiscono all’interno di quella che hanno definito una “linea gialla”, che delimita una fascia di territorio libanese di circa dieci chilometri lungo tutto il confine, da dove gli abitanti sono stati costretti a sfollare. Il 26 aprile è stata ordinata l’evacuazione di altre sette città situate a nord del fiume Litani e oltre la “zona cuscinetto” occupata dall’esercito israeliano prima del cessate il fuoco. Dal 2 marzo, quando sono riprese le ostilità tra Israele e Hezbollah, sono stati uccisi più di 2.500 libanesi, secondo il ministero della salute di Beirut, e più di un milione sono sfollati. Hezbollah ha ucciso due civili in Israele e sedici soldati israeliani sono morti in Libano.
Un articolo di L’Orient-Le Jour, pubblicato nel prossimo numero di Internazionale, raccoglie le voci delle persone scappate dal sud del Libano, che hanno trovato rifugio in una scuola adibita a centro di accoglienza a Sidone. In molti hanno provato a tornare alle loro case in seguito all’entrata in vigore del cessate il fuoco, ma hanno fatto marcia indietro di fronte alla devastazione che hanno trovato. Come mostrano anche alcune immagini satellitari (per esempio queste pubblicate da Al Jazeera), l’esercito israeliano sta sistematicamente radendo al suolo interi villaggi e cittadine nell’area dove porta avanti la sua incursione militare. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno denunciato una replica delle tattiche messe in atto nella Striscia di Gaza, con l’annientamento di tutte le infrastrutture civili, comprese abitazioni, edifici storici e strutture sanitarie.
Come riferisce Al Jazeera in un altro approfondimento con mappe e immagini, esperti legali, analisti e funzionari locali avvertono che l’obiettivo di Israele è “svuotare la geografia residenziale”, creando una “zona cuscinetto spopolata lungo il fronte di confine che impedisca in modo permanente il ritorno dei residenti sfollati e imponga con la forza una realtà demografica sul terreno”. A emergere come epicentro della devastazione, nota Al Jazeera, è Bint Jbeil, cittadina di confine dove nelle ultime settimane si sono concentrati gli scontri tra esercito israeliano e miliziani di Hezbollah.
Parlando con l’emittente qatariota, il sindaco Mohammad Bazzi denuncia “una campagna organizzata per colpire l’architettura civile e l’identità” della città. Secondo lui più del 70 per cento di Bint Jbeil è stato distrutto, con tremila abitazioni rase al suolo, e il 20 per cento parzialmente danneggiato. Le demolizioni si sono concentrate soprattutto nel centro commerciale e nei quartieri più antichi e ricchi di storia, ma sono state colpite anche centrali elettriche, reti idriche, terreni agricoli, scuole e ospedali. Bazzi osserva che la distruzione sistematica è proseguita senza sosta anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, indicando “una strategia a lungo termine di cancellazione territoriale piuttosto che una necessità tattica immediata”.
In un comunicato pubblicato la settimana scorsa, il comune di Bint Jbeil ha accusato Israele di commettere un “ecocidio”, un “urbicidio” e un “domicidio”, termini che evocano le tattiche distruttive impiegate nella Striscia di Gaza negli ultimi anni. Le accuse sono confermate in un rapporto da poco pubblicato dal ministero dell’ambiente libanese, in cui è analizzato nel dettaglio “l’atto di ecocidio” commesso dall’esercito israeliano durante gli attacchi compiuti nel paese tra l’ottobre 2023 e il dicembre 2024. L’aggressione, denuncia il rapporto (che non tiene in considerazione l’offensiva degli ultimi mesi), “ha rimodellato il paesaggio fisico ed ecologico” del sud del Libano, causando gravi squilibri ambientali e la perdita di ecosistemi essenziali.
Nella sua prefazione, la ministra dell’ambiente Tamara el Zein scrive: “La portata e l’intenzionalità dei danni arrecati alle foreste, ai terreni agricoli, agli ecosistemi marini, alle risorse idriche e alla qualità dell’aria costituiscono quello che deve essere riconosciuto come un atto di ecocidio, con conseguenze che vanno ben oltre la distruzione immediata. Il danno ambientale che dobbiamo affrontare non è semplicemente di natura ecologica, è una questione di salute pubblica, sicurezza alimentare, mezzi di sussistenza, tessuto sociale e resilienza nazionale”.
Un altro schema ricorrente nelle guerre israeliane, nella Striscia di Gaza come in Libano, è prendere di mira i giornalisti. Amal Khalil si aggiunge a una lunga lista. Nota ed esperta giornalista di 43 anni, lavorava per il quotidiano libanese Al Akhbar ed è stata uccisa il 22 aprile. In un’accurata ricostruzione, L’Orient-Le Jour racconta l’accaduto. Nel primo pomeriggio Khalil stava viaggiando verso Bint Jbeil insieme alla collega Zeinab Faraj, fotografa freelance, quando una bomba israeliana ha colpito un’auto che accompagnava il convoglio, uccidendo i due occupanti. Khalil e Faraj si sono rifugiate in un edificio vicino e sono riuscite a chiamare aiuto. Ma l’esercito israeliano ha impedito per ore l’arrivo dei soccorsi e ha preso di mira lo stabile dove si trovavano le donne.
Dopo aver ricevuto il via libera, i soccorritori della Croce rossa sono riusciti a mettere in salvo Faraj, ferita alla testa e a una gamba, ma sono stati costretti ad allontanarsi a causa di nuovi attacchi israeliani. Il corpo di Khalil è stato recuperato solo a tarda sera sepolto sotto le macerie. Secondo il Committee to protect journalists, che chiede un’indagine internazionale, dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso quindici giornalisti e operatori dell’informazione in Libano.
An-Nahar ricorda che la morte di Khalil “non è un incidente isolato, ma appartiene alla lunga storia di sacrifici fatti da giornalisti e fotografi durante le crisi e le guerre” degli ultimi anni in Libano. In un articolo in cui elenca i nomi dei giornalisti uccisi dal 2023, il giornale libanese riflette sul fatto che le loro vicende sono parte integrante del “dolore cronico” di un paese che non riesce a liberarsi della guerra. Al Jazeera accosta l’omicidio di Khalil a quello della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, uccisa da un soldato israeliano nel 2022. In entrambi i casi le giornaliste sono state deliberatamente prese di mira da un “regime israeliano che agisce nella più totale impunità”, solo perché stavano testimoniando quello che accadeva intorno a loro.
[Fonte: Internazionale; Foto: Yeni Safak English]



