
Iran, l’ora della massima pressione

Aumentano le minacce di Washington contro Teheran. Il Pentagono ha diverse opzioni sul tavolo per colpire il regime iraniano, ma un’escalation potrebbe sfociare in guerra regionale. Il focus dell’ISPI.
“Abbiamo diverse navi molto grandi e molto potenti in partenza verso l’Iran proprio ora, e sarebbe stupendo non doverle usare”. Il presidente USA, Donald Trump, preannuncia così l’attacco all’Iran, avvertendo il regime che, per evitarlo, dovrà fare due cose: stop al nucleare e stop ai massacri di manifestanti. Quella che Trump ha battezzato “bellissima armada”, cioè navi da guerra guidate dalla portaerei USS Abraham Lincoln, si trova in prossimità delle coste iraniane. Il Pentagono starebbe valutando diverse opzioni militari, raggruppabili in due insiemi: un attacco mirato e limitato nel tempo che colpisca siti strategici per il nucleare e luoghi simbolo del regime iraniano, simile a quanto avvenuto a giugno 2025; un’operazione più estesa, che possa includere anche uomini sul campo, e che porti alla caduta dell’ayatollah Ali Khamenei. Dal canto suo, l’Iran si dichiara pronto a rispondere. E sulla possibilità di un accordo sul nucleare, il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi fa sapere che il paese è sempre stato aperto alla possibilità di un accordo equo e giusto, senza costrizioni e minacce, garantendo l’assenza di armi nucleari. E nel tentativo di trovare un mediatore, Araghchi oggi si trova ad Ankara, dove ha incontrato il suo omologo turco Hakan Fidan: “Non rinunceremo alla diplomazia”, ha detto il ministro degli Esteri iraniano, sottolineando come questa sia l’unica possibile soluzione. Mentre la Turchia si pone come mediatore, la situazione resta estremamente volatile e al momento non sono pianificati incontri negoziali di alcun tipo tra USA e Iran.
Iran accerchiato?
Secondo il New York Times, gli obiettivi strategici delle minacce degli Stati Uniti sarebbero tre: la rinuncia al programma di arricchimento dell’uranio; la riduzione del numero e della gittata dei missili balistici; la fine del sostegno alle milizie proxy nella regione, ovvero Hamas, Hezbollah, gli Houthi e altri gruppi in Iraq. Sono richieste che Tehran accoglierebbe difficilmente perché lo metterebbero in una posizione di estrema debolezza interna e regionale, segnando una resa su alcuni dei principali pilastri che tengono in piedi il regime: il programma nucleare, l’arsenale missilistico e le milizie alleate che minacciano la sicurezza di Israele. Ma la pressione su Tehran arriva anche dall’interno. Sebbene da qualche giorno le proteste siano state placate dalla brutale repressione delle autorità iraniane, che secondo alcune stime avrebbero ucciso decine di migliaia di cittadini, il dissenso interno è in fermento. Allo stesso tempo, però, è difficile immaginare se e come questo possa andare a braccetto con un intervento militare statunitense. In primis perché il dissenso è multiforme ed eterogeneo: non rappresenta un coro univoco contro il regime dell’ayatollah in quanto tale, includendo una più trasversale opposizione al governo, ma senza che questa sia necessariamente indirizzata al sistema istituzionale teocratico iraniano. E poi perché, tradizionalmente, le minacce e gli attacchi degli Stati Uniti hanno sempre aiutato il regime a ricompattarsi anche grazie alla propaganda e alla retorica nazionalista.
Scenario venezuelano?
Tra le opzioni che il Pentagono starebbe valutando ci sono anche operazioni militari mirate che possano portare a una destituzione della guida suprema iraniana, in uno scenario simile a quello di inizio gennaio in Venezuela. Tuttavia, i due contesti sono estremamente diversi. A differenza del Venezuela, un’operazione di questo tipo potrebbe portare ad una rapida escalation a livello regionale; inoltre, il regime iraniano dispone di un arsenale militare estremamente più sofisticato e diversificato, sebbene deteriorato dopo il confronto militare con Israele a giugno 2025, dotato di droni, missili balistici e razzi che potrebbero rapidamente rispondere agli attacchi statunitensi o colpire basi americane e alleati degli Usa nella regione, in particolare nel Golfo. Un’incursione segreta da parte di un commando, d’altro canto, sarebbe ben più complessa rispetto a quanto avvenuto a Caracas. Come riferito mercoledì al Senato dal Segretario di Stato Marco Rubio, gestire un regime change in Iran sarebbe molto più complicato ed è per questo che Trump sta valutando tutte le opzioni sul tavolo. Anche un’incursione di terra mirata ai siti strategici del nucleare iraniano sembra difficile: il precedente che scoraggia l’amministrazione Trump su tale opzione è quello del 1980, quando il presidente Jimmy Carter fallì il tentativo di liberare i 52 ostaggi del corpo diplomatico statunitense e gli elicotteri USA vennero abbattuti dalle forze iraniane.
Quali conseguenze per il petrolio?
Nel frattempo, non sono tardate le reazioni dei mercati energetici. Come riporta il Financial Times, giovedì il petrolio Brent ha registrato un rialzo del 4%, superando quota 70 dollari al barile, in risposta alle minacce USA nei confronti dell’Iran. Secondo gli analisti, cresce la preoccupazione sul mercato per il rischio di un attacco e, anche se non accadesse, la presenza militare degli Stati Uniti nella regione alimenta un clima di tensione persistente. I timori che gli Stati Uniti possano replicare con l’Iran la strategia già usata con il Venezuela, sequestrando petroliere, unito ai recenti problemi di approvvigionamento in Kazakistan (dove si stima che un danno agli oleodotti abbia provocato la perdita di 40 milioni di barili), hanno ridotto la fiducia che il mercato mondiale del petrolio sia ben rifornito. La volatilità dei mercati è dovuta alle eventuali conseguenze di un’escalation sui flussi di petrolio iraniano e sul traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Ogni giorno, petroliere che trasportano greggio e gas naturale liquefatto transitano attraverso lo Stretto per consegnare carichi in tutto il mondo. Sullo Stretto si trovano tutti i più importanti produttori di petrolio della regione, incluso l’Iran. Anche per questo, molti paesi arabi stanno invitando alla de-escalation e chiedono un ritorno al dialogo.
Il commento di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po
“Sono diverse le possibili motivazioni che spingono Donald Trump a minacciare una nuova azione militare contro l’Iran. Vi è la speranza di poter dare una spallata decisiva al traballante regime. Agisce l’obiettivo di esercitare massima pressione su Teheran per indurla ad abbandonare il programma nucleare o i programmi di rilancio del sostegno ai suoi diversi alleati regionali. Incide, infine, la dimensione politica interna statunitense, la necessità di allontanare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla polemica generata dalle azioni dell’ICE a Minneapolis e di magnificare non solo l’impareggiabile potenza militare degli Stati Uniti, ma anche la presunta capacità di Trump di farne abile e spregiudicato uso”.
[Fonte: ISPI]; Foto: Press TV]



