Il Papa nel Giovedì Santo, “il mondo è conteso da potenze che lo devastano”

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Leone XIV celebra la messa crismale nella Basilica di San Pietro. Poi nel pomeriggio in Laterano la messa ‘in Coena Domini’ con il rito della lavanda dei piedi a dodici sacerdoti.

“E’ ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico il bene può venire dalla prevaricazione”. E “occorre arrivare là dove si è inviati con semplicità, onorando il mistero che ogni persona e ogni comunità porta con sé. Siamo ospiti: lo siamo come vescovi, come preti, come religiose e religiosi, come cristiani. Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista”. Sono alcuni passi dell’omelia di papa Leone XIV nella messa crismale del Giovedì Santo celebrata stamane da Prevost, per la prima volta come vescovo di Roma, nella Basilica di San Pietro.

Quello di oggi è anche il giorno in cui vengono consacrati gli oli che poi saranno utilizzati per i vari sacramenti durante l’anno – come Battesimo, Cresima o unzione degli infermi – ed è soprattutto la giornata ‘sacerdotale’ per eccellenza, quella in cui vescovi e presbiteri rinnovano le promesse sacerdotali.

Il Pontefice ha voluto indicare anche “una terza dimensione, la più radicale forse, della missione cristiana”. E cioè che “la croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova”.

Leone XIV ha quindi ricordato un “testimone” che gli è “particolarmente caro”. “Un mese prima della sua morte, sul quaderno degli Esercizi spirituali, il santo Vescovo Óscar Romero così annotava: ‘Il nunzio di Costa Rica mi ha messo in guardia da un pericolo imminente proprio in questa settimana… Le circostanze impreviste si affronteranno con la grazia di Dio. Gesù Cristo aiutò i martiri e, se ce ne sarà bisogno, lo sentirò molto vicino quando gli affiderò il mio ultimo respiro. Ma, più dell’ultimo istante di vita, conta dargli tutta la vita e vivere per Lui… Mi basta, per essere felice e fiducioso, sapere con certezza che in Lui è la mia vita e la mia morte; che, nonostante i miei peccati, in Lui ho riposto la mia fiducia e non resterò confuso, e altri proseguiranno, con più saggezza e santità, il lavoro per la Chiesa e per la patria’”.

E ha tracciato un parallelo col “cammino di Gesù in un mondo conteso tra potenze che lo devastano”. “Al suo interno sorge un popolo nuovo, non di vittime, ma di testimoni. In quest’ora oscura della storia è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte – ha concluso il Papa -. Rinnoviamo il nostro ‘sì’ a questa missione che ci chiede unità e che porta la pace”.

“Dio ha dato esempio non di come si domina, ma di come si libera; di come si dona la vita, non di come la si distrugge”

Non in un carcere o in un altro luogo della sofferenza umana, come amava fare papa Francesco ad ogni Giovedì Santo come vero esempio della “Chiesa in uscita”, ma nella Basilica papale di San Giovanni in Laterano, presente anche il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti. E non più la lavanda dei piedi indistintamente a uomini e donne, ma più tradizionalmente a dodici sacerdoti, in rappresentanza degli apostoli. La messa ‘in Coena Domini’ di Leone XIV, che apre il Triduo pasquale e in cui si commemora l’Ultima Cena di Gesù come pure l’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro, ha vesti più tradizionali di quelle del predecessore. Ma i significati profondi corrispondono.

Parlando appunto della lavanda dei piedi, papa Leone spiega che “il gesto del Signore fa tutt’uno con la mensa alla quale ci ha invitato. È un esempio del sacramento: mentre ne conferma il senso, ci consegna un compito che vogliamo assumere come nutrimento per la nostra vita”. “Quel che il Signore ci fa vedere, prendendo l’acqua, il catino e il grembiule, è molto di più che un modello morale – osserva -. Egli ci consegna infatti la sua stessa forma di vita: lavare i piedi è gesto che fa sintesi della rivelazione di Dio, segno esemplare del Verbo fatto carne, sua memoria inconfondibile. Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza”.

E  “anche noi dobbiamo ‘apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza, […] perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione’ (Omelia della Messa in coena Domini, 20 marzo 2008)”. Queste parole di Papa Benedetto XVI, ricorda Prevost, “riconoscono lucidamente che noi siamo sempre tentati di cercare un Dio che ‘ci serve’, che ci faccia vincere, che sia utile come il denaro e il potere. Non comprendiamo invece che Dio ci serve davvero, sì, ma col gesto gratuito e umile di lavare i piedi: ecco l’onnipotenza di Dio”. Così “si compie la volontà di dedicare la vita a chi, senza questo dono, non può esistere. Il Signore sta in ginocchio per lavare l’uomo, per amore suo. E il dono divino ci trasforma”, aggiunge.

Col suo gesto, infatti, secondo papa Leone, “Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto”. “Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore – sottolinea -. Abbiamo bisogno del suo esempio per imparare ad amare, non perché ne siamo incapaci, ma proprio per educare noi stessi, gli uni gli altri, all’amore vero”. “L’esempio dato da Gesù”, infatti, “non può essere imitato per convenienza, di malavoglia o con ipocrisia, ma solo per amore”.

“Lavando la nostra carne, Gesù purifica la nostra anima – spiega il Pontefice -. In Lui, Dio ha dato esempio non di come si domina, ma di come si libera; di come si dona la vita, non di come la si distrugge”. Allora, “davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi”. Il Giovedì Santo “è perciò giorno di ardente gratitudine e di fraternità autentica”, conclude il Papa.

[Foto: Vatican Media]