Trump: tra guerra e info-guerra

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In mancanza di una via d’uscita dalla crisi in Medio Oriente, Trump la gestisce tramite una serrata guerra informativa e pronuncia un discorso che non attenua i timori di mercati ed elettorato. Il focus di Francesco Petronella per l’ISPI.

L’unico modo per trattare con i media è inondarli di fango. Queste parole, pronunciate nel 2018 da Steve Bannon – già stratega politico e spin doctor di Donald Trump – suonano quanto mai attuali nel contesto dell’attuale crisi in Medio Oriente. Scatenata, com’è noto, dall’attacco congiunto israelo-americano all’Iran ormai più di un mese fa. Sin dall’inizio dell’escalation, infatti, il presidente americano ha gestito la comunicazione della Casa Bianca riempiendo l’infosfera di notizie, dichiarazioni (talvolta rese a singoli giornalisti per via telefonica) e controversie ricorrenti, spesso contraddittorie. L’obiettivo, come spiegava Bannon qualche anno fa, è di sopraffare i media, creando confusione e disorientandone il pubblico, in una strategia deliberata di sovraccarico informativo. L’atteso discorso di ieri, pronunciato da Trump durante la notte italiana, sembra rientrare appieno in questo tipo di logica. Il Tycoon, evidenzia la CNN, ha cercato di fornire argomentazioni a favore della guerra, promettendo di tornare a colpire duramente l’Iran, ma non è riuscito a placare le preoccupazioni su quando (e come) il conflitto avrà termine. Tanto che, poco dopo il discorso del presidente statunitense, l’Iran è tornato a lanciare missili contro Israele, dopo che ieri le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno condotto una serie di attacchi contro infrastrutture legate al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC, o Pasdaran) nella capitale iraniana. Dimostrazione – non necessaria – del fatto che la guerra potrebbe essere ancora lunga.

Cosa (non) ha detto Trump?

Quando la Casa Bianca aveva annunciato che Trump avrebbe rivolto un discorso alla nazione sul conflitto con l’Iran, ci si attendeva che il presidente avrebbe dato un annuncio di peso. Invece, nel suo intervento di mercoledì sera, durato meno di 20 minuti, Trump si è limitato perlopiù a ripetere le stesse dichiarazioni che sta diffondendo ormai da settimane. Ci si aspettava, ad esempio, che l’inquilino della Casa Bianca dichiarasse “missione compiuta”, annunciando la fine delle operazioni militari. Lo stesso Trump, inoltre, aveva fatto intendere che avrebbe lanciato nuovi strali contro la NATO, dopo aver ventilato ieri l’ipotesi di un abbandono dell’Alleanza atlantica da parte di Washington. Invece, come sintetizza brutalmente Al-Jazeera, nel suo breve intervento, il presidente degli Stati Uniti ha ribadito quattro punti ormai noti e parzialmente in contraddizione l’uno con l’altro: la guerra è necessaria; è già stata vinta; deve continuare; finirà presto. Il magnate newyorchese non ha fornito dettagli su come si concluderà effettivamente la guerra, né sul tipo di accordo che sta cercando di raggiungere con l’Iran (con Teheran che continua a negare vi siano contatti diretti in corso). “Porteremo a termine il lavoro. Ci siamo quasi”, ha detto Trump, promettendo di bombardare l’Iran fino a farlo tornare “all’età della pietra”.

Guerra ancora lunga?

Inoltre, Trump è tornato a minacciare di colpire tutte le centrali elettriche e gli impianti petroliferi iraniani, qualora Teheran non accettasse le sue condizioni per un accordo di pace. Affermazioni come questa rendono difficile pensare che il discorso abbia tranquillizzato gli americani, preoccupati dall’evolversi del conflitto e dai suoi effetti sull’economia reale, o gli investitori internazionali allarmati dalla crisi energetica. Il discorso di Trump ha scosso gli operatori del mercato petrolifero. Sia i prezzi del petrolio a livello globale che quelli statunitensi sono schizzati alle stelle dopo il suo intervento, e i costi della benzina negli Stati Uniti sono aumentati del 37% dall’inizio della guerra. In nessun passaggio, peraltro, il presidente americano ha illustrato una vera e propria strategia di uscita dal conflitto, se non l’ipotesi poco realistica di una capitolazione totale dell’Iran. Nel tentativo di ridimensionare l’impegno attuale degli Stati Uniti, Trump ha sottolineato che i 32 giorni di combattimenti finora trascorsi impallidiscono rispetto agli anni impiegati nelle due Guerre Mondiali, in Corea, in Vietnam e in Iraq. Tuttavia, questi paragoni rischiano di sortire l’effetto opposto, perché suggeriscono che la guerra in Medio Oriente potrebbe durare molto più a lungo di quanto finora pubblicamente ammesso.

Senza un obiettivo?

Carl von Clausewitz diceva che la guerra non è altro se non la continuazione della politica con altri mezzi. Invertendo il concetto, si può dire che l’efficacia dello strumento militare si misura dall’obiettivo politico che permette o meno di raggiungere, non dal grado di distruzione che è in grado di produrre. In questo senso, l’obiettivo politico di Trump in questa guerra – a parte il cambio di regime in Iran, sbandierato nelle prime ore ma tutt’altro che realizzato – sembra proprio l’elemento mancante nell’attuale equazione. In mancanza di un’exit strategy concreta, al Tycoon non resta che rimestare le acque dell’infosfera e riprendere gli insegnamenti di Bannon, la cui strategia comunicativa ha contribuito enormemente a portarlo alla Casa Bianca per la prima volta quasi anni fa. Il punto è semplice: rilasciare flussi continui di contenuti, anche se alcuni vengono smentiti il giorno dopo. L’importante è mantenere il rumore alto e costante. In sintesi, l’infosfera non va “informata”: va inondata fino a farla tracimare. Tuttavia, c’è da domandarsi – di fronte alla concretezza del caro energia e alle bare di soldati americani che tornano in patria con sopra la bandiera a stelle e strisce – se anche la parte di popolo americano più fedele al contraddittorio verbo trumpiano inizierà a nutrire qualche dubbio sul suo operato, in questa guerra e non solo.

Il commento di Gianluca Pastori, ISPI Senior Associate Research Fellow

“Nel suo discorso alla nazione, Trump ha ostentato fiducia, parlando di risultati raggiunti e vittoria vicina; ha ostentato fiducia anche nel descrivere la chiusura dello Stretto di Hormuz come un problema che non riguarda gli Stati Uniti. In realtà, a più di un mese dall’inizio della guerra, l’impressione è che la Casa Bianca non abbia ancora una vera strategia e che l’obiettivo principale sia la ricerca di un dignitoso disimpegno. Nell’opinione pubblica, il favore per la guerra continua a diminuire. È uno scenario che stride con la fiducia espressa da Trump e rende più urgente il problema della exit strategy, soprattutto se si tiene conto dei segnali di disagio che si sono manifestati in seno all’amministrazione e di come, sebbene la base MAGA sia rimasta sinora sostanzialmente fedele al presidente, i suoi umori potrebbero cambiare qualora, nelle prossime settimane, gli effetti del conflitto sul piano domestico dovessero farsi sentire più chiaramente”.

[Fonte e Foto: ISPI]