
Sudan: il conflitto valica i confini

A tre anni dal suo avvio, la guerra civile si espande coinvolgendo sempre più direttamente Etiopia, Ciad e Sud Sudan. Dopo ripetuti attacchi sul suo territorio N’Djamena ha chiuso il confine orientale schierando l’esercito, mentre a Est sale la tensione con Addis Abeba, accusata di ospitare campi di addestramento e forniture militari per le milizie RSF. Il servizio di Bruna Sironi per Nigrizia, la rivista dei Missionari Comboniani.
Mentre si avvicina l’anniversario del suo inizio – tre anni che si compiranno il 15 aprile – quello sudanese sembra assumere ormai la dimensione di un conflitto regionale.
La situazione è gravissima nel Darfur Settentrionale, ai confini con il Ciad, dove, dalla fine dell’anno scorso, ci sono stati diversi incidenti e sconfinamenti di azioni belliche che hanno coinvolto cittadini e località ciadiane.
Il primo episodio è della fine dell’anno scorso. L’ultimo è del 18 marzo. Un attacco con droni attribuito alle Forze di supporto rapido (RSF) nelle vicinanze di Tiné, cittadina sul confine, in cui sono rimaste uccise almeno 17 persone, tutte ciadiane. Tiné è uno dei due “corridoi” usati dai rifugiati sudanesi per mettersi in salvo e dagli aiuti umanitari per portare soccorso alla popolazione rimasta in Darfur.
L’altro è quello di Adré, a 200 chilometri circa di distanza. Nella zona di Adré l’ultimo attacco con droni è del 12 marzo, il terzo in poche settimane. Nell’operazione ci sono state almeno una trentina di vittime, tra cui 9 morti. Tra i feriti, 7 erano ciadiani e gli altri profughi sudanesi, di cui 4 donne e 6 minori non accompagnati.
Alla metà di marzo in Ciad, in campi profughi sterminati in prossimità del confine, si trovavano più di un milione e mezzo di rifugiati sudanesi, in stragrande maggioranza provenienti dal Darfur, più di 900mila dei quali arrivati dopo l’inizio di questo conflitto.
Il 23 febbraio il governo di N’Djamena, per ragioni di sicurezza, ha chiuso la frontiera. Questo rende più difficili le operazioni di soccorso alla popolazione rimasta in Darfur. Ma sembra che, almeno per ora, i profughi possano ancora passare e mettersi in salvo.
Se i rapporti tra il governo del Ciad e le RSF sono in continuo peggioramento per il moltiplicarsi e l’aggravarsi degli sconfinamenti e per le pressioni di Egitto e Arabia Saudita su N’Djamena, quelli con la giunta militare sono pessimi fin dalle prime fasi del conflitto. Le autorità sudanesi, infatti, affermano che armi, munizioni, carburante e molto altro arriva alle RSF dagli Emirati Arabi Uniti attraverso il Ciad.
L’anno scorso il generale Al-Atta, secondo in grado nell’esercito sudanese, aveva affermato pubblicamente che gli aeroporti ciadiani, compreso quello della capitale, sarebbero obiettivi legittimi perché servono per il rifornimento delle forze nemiche. Dopo aver chiuso il confine il Ciad ha rafforzato la presenza militare e avvertito che ogni azione ostile sul suo territorio sarà considerata una minaccia diretta alla sovranità nazionale.
Il posizionamento rispetto alle due parti belligeranti in Sudan ha provocato tensioni e lacerazioni nella leadership ciadiana, contribuendo all’instabilità del paese, che, a detta di alcuni analisti, potrebbe, prima o poi, essere addirittura trascinato nella guerra.
La polveriera Blue Nile e il confine etiopico
Altra frontiera diventata caldissima negli ultimi giorni è quella tra l’Etiopia e lo stato sudanese del Blue Nile.
Il 24 marzo miliziani dell’SPLM-N (ala di Abdel Aziz al Hilu, presenti nel Blue Nile ormai da anni) e delle RSF, hanno attaccato e preso la cittadina di Kurmuk e altre, minori, nelle vicinanze, in una zona di importanza strategica perché vicinissima al confine etiopico, e precisamente alla regione di Gambella. L’attacco ha provocato la fuga di circa 73mila persone. La maggior parte si è diretta a nord, verso la capitale dello stato, Damazin.
Verso Damazin e Rosiers, seconda città per importanza dello stato del Blue Nile, si stanno dirigendo anche migliaia di persone provenienti dalla zona di Geissan, da dove pure arrivano notizie di ammassamento di truppe e di combattimenti.
La giunta militare sudanese accusa l’Etiopia di supportare le RSF e i suoi alleati, permettendo l’organizzazione di campi di addestramento sul suo territorio, da cui sarebbero partiti anche gli attacchi con droni di questi giorni. L’attività, dice la giunta sudanese, sarebbe finanziata dagli Emirati Arabi, buoni alleati dell’Etiopia e sostenitori delle RSF.
Lo stato del Blue Nile è di notevole importanza per il Sudan. Nelle vicinanze di Damasin si trova la diga di Rosiers, che forma un ampio bacino sul corso del Nilo Blu, il ramo del fiume proveniente dall’Etiopia e più ricco d’acqua. La diga è tra le più importanti del Sudan sia per la produzione d’energia che per l’irrigazione. La GERD, la grande diga etiopica, pure costruita sul Nilo Blu, si trova a pochissimi chilometri, appena oltre il confine.
Il supporto alle RSF e la gestione del flusso delle acque del Nilo Blu rendono da tempo molto tesi i rapporti tra Khartoum e Addis Abeba.
Il Sud Sudan e l’Upper Nile
Ad aggiungere complessità alla situazione, il territorio della regione di Kurmuk si trova incuneata tra l’Etiopia e il Sud Sudan. Nella confinante contea sudsudanese di Maban, nello stato dell’Upper Nile negli ultimi mesi dilaniato da scontri durissimi tra l’esercito nazionale e diversi gruppi di opposizione, si trovano ben quattro sterminati campi (Doro, Gendrassa, Yusf Batil e Kaya) che, all’inizio di quest’anno, ospitavano ancora più di 200mila profughi dal Blu Nile.
La gran maggioranza fuggiti tra il 2011 e il 2012 dai combattimenti tra l’SPLM-N, ala Malik Aggar (ora vice presidente della giunta militare) e l’esercito sudanese, durante il regime del presidente Omar al-Bashir, deposto nell’aprile del 2019.
La presenza di così tanti rifugiati in un ambiente dall’ecosistema fragile, caratterizzato negli ultimi anni da cicli ricorrenti di alluvioni, e da instabilità politica sia nella contea di Maban che negli stessi campi profughi, fa della zona un punto critico, che si aggiunge agli altri nella regione.
Khartoum ha già accusato il Sud Sudan di permettere il passaggio e gli sconfinamenti degli uomini delle RSF e dei suoi alleati sul suo territorio, e in particolare, si dice, proprio nello stato dell’Upper Nile.
L’area contesa di al-Fashaga
In un’altra zona di frontiera, quella tra le regioni settentrionali dell’Etiopia e il Sudan orientale, in corrispondenza dello stato di Gedaref, rimane sempre aperto il problema della zona agricola di al-Fashaga, contesa da decenni tra i due paesi. Nell’area le operazioni militari sono iniziate anche prima dello scoppio dell’attuale guerra civile sudanese. Le tensioni sono tali che potrebbero riacutizzarsi in ogni momento.
Diversi sono gli osservatori che paventano un possibile confronto diretto tra Addis Abeba e Khartoum, stante i numerosi punti di frizione tra i due paesi.
Quattro anni fa, nelle prime settimane della guerra, si diceva che, se non si arrivava a deporre le armi in tempi brevi, la crisi sudanese avrebbe potuto innescare una crisi regionale. Una previsione che potrebbe essere molto vicina ad avverarsi, purtroppo.
[Fonte e Foto: Nigrizia]


