
Usa: dalla tregua con l’Iran alla guerra Maga

Trump strappa a Netanyahu il ‘sì’ a una tregua, mentre la guerra si sposta in casa Maga. È il riflesso di una crisi più ampia, che indebolisce la leadership Usa e ne accelera il declino sulla scena globale. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Alla fine, le pressioni americane hanno funzionato: Benjamin Netanyahu ha accettato in parte di aderire alla tregua sottoscritta da Iran e Stati Uniti, aprendo a negoziati diretti con il Libano per chiudere anche questo fronte. La decisione – presa dopo ore di bombardamenti massicci che hanno causato oltre 300 morti – arriva al culmine dell’operazione ‘Oscurità eterna’, che rischiava di pregiudicare l’intesa con Teheran, mettendo in ombra quello che Donald Trump avrebbe voluto celebrare come un successo personale. La possibile svolta, maturata su spinta diretta dello Studio Ovale, dovrebbe favorire una finestra diplomatica tra Tel Aviv e Beirut mentre a Islamabad, da domani, si aprirà quella tra Washington e Teheran. A rappresentare gli Stati Uniti sarà il vicepresidente JD Vance. Ma se sul piano internazionale si tenta di congelare il conflitto, dentro gli Stati Uniti si consuma un’altra ‘guerra’ tutta interna al partito repubblicano, che racconta quanto l’escalation abbia lacerato l’universo trumpiano. Nato anche come risposta alle cosiddette ‘guerre infinite’ degli Stati Uniti, il movimento è rimasto spiazzato dall’attacco alla Repubblica Islamica che, contrariamente al blitz in Venezuela, rischia di trasformarsi in un pantano. Intanto, molti americani lamentano la perdita di potere d’acquisto, sono sempre più critici nei confronti dell’appoggio a Israele e vorrebbero un’America più isolazionista, meno interventista, guidata esclusivamente dai propri interessi. Oggi, quelle aspirazioni sembrano schiacciate dalle decisioni di un presidente che, pur presentandosi come un alfiere della pace, ha portato gli Stati Uniti in un conflitto il cui esito, a detta di molti, è un’umiliazione strategica con pochi precedenti recenti nella storia americana.
Guerra in casa Maga?
Nelle stesse ore in cui Netanyahu accettava di avviare i negoziati con il Libano, Trump attaccava frontalmente alcuni dei principali influencer e commentatori del mondo MAGA – da Tucker Carlson a Megyn Kelly e Candace Owens – colpevoli di aver criticato la sua gestione della guerra con l’Iran. “Sono degli stupidi”, ha scritto, liquidandoli come dei “guastafeste” che “direbbero qualsiasi cosa pur di ottenere un po’ di pubblicità gratuita ed economica”. Un lungo sfogo, che riflette una profonda rabbia per le critiche di sostenitori un tempo fedeli, che ormai da tempo lo criticano accusandolo di avere ceduto alle pressioni delle lobby israeliane, sposando scelte interventiste funzionali agli obiettivi di Netanyahu. Carlson, ad esempio, aveva criticato duramente l’ultimatum del presidente su Truth la domenica di Pasqua, definendolo “vile sotto ogni punto di vista” e accusando Trump di aver minacciato di commettere un crimine di guerra. Il fuoco di fila dei commentatori più in vista nell’universo Maga non ha dato tregua al tycoon e anche ieri – dopo la sua reazione – non ha mancato di ribattergli a tono. “Forse è arrivato il momento di mettere il nonno in una casa di riposo”, ha scritto Owens su X mentre Kelly – ex volto di Fox News – chiede in tono polemico: “Non può semplicemente comportarsi come una persona normale? La sua tattica negoziale consiste nell’uccidere un intero Paese pieno di civili: uomini, donne e bambini? Un presidente americano? Per far sì che lo Stretto di Hormuz venga aperto? È semplicemente sbagliato”.
La democrazia Usa è in crisi?
La frattura non è marginale: è il segno di una crepa in un ecosistema mediatico e politico che per anni aveva funzionato come cassa di risonanza compatta del trumpismo. Tuttavia, difficilmente produrrà conseguenze reali in termini politici. Nelle ore in cui Trump pronunciava la minaccia di sterminare “un’intera civiltà”, nell’arco di una notte oltre cinquanta deputati democratici chiedevano la sua rimozione tramite impeachment o attraverso il 25° emendamento della Costituzione, che prevede di rimuovere temporaneamente un presidente “incapace di esercitare i poteri e i doveri della sua carica”. Alla risoluzione, tuttavia, non ha aderito nessun rappresentante repubblicano, né alcun esponente di partito ha pubblicamente preso le distanze dalle dichiarazioni del presidente. Per questo, anche se le fratture interne dovessero accentuarsi, il loro impatto sulla traiettoria politica del presidente e della sua amministrazione appare ancora limitato ai circuiti social conservatori. Un ambito che difficilmente riuscirà a tradursi in un costo politico reale per il fallimento di una guerra irrazionale e illegale, che ha finito per isolare gli Stati Uniti, trasformandoli in un nemico globale anche agli occhi dei loro stessi alleati.
Una superpotenza canaglia?
È forse questo il sintomo più grave della crisi che attraversa la democrazia americana. Quello di una parabola discendente dell’egemonia americana in un contesto geopolitico in cui il baricentro si allontana dall’occidente è un refrain costante, smentito più volte nel corso della storia politica Usa. Stavolta, però, è diverso: gli eventi degli ultimi mesi suggeriscono che gli Stati Uniti stiano attraversando una fase di declino: non tanto economico, e nemmeno militare, quanto sistemico e politico. Un declino che Trump, comportandosi come un agente del caos, contribuisce ad approfondire, erodendo il prestigio americano agli occhi dei suoi stessi alleati. Come osserva Robert Kagan su The Atlantic, “l’America è stata grande perché è stata la prima, nella storia, a contribuire alla costruzione di un sistema internazionale basato su regole”. Un sistema che ha retto a shock profondi: guerre impopolari come il Vietnam e l’Iraq, crisi economiche globali originate negli Stati Uniti, come quella del 2008. Oggi, però, quel capitale politico sembra esaurirsi. “Le nazioni che un tempo si schieravano al fianco degli Stati Uniti – scrive Kagan – ora resteranno a distanza o si opporranno, perché Washington non lascia loro altra scelta, non proteggendole né astenendosi dallo sfruttarle”. È il passaggio, conclude, a “un’era di superpotenza americana canaglia. Sarà un’era più solitaria e pericolosa”.
Il commento di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po
“Fanno scalpore le feroci critiche a Trump e alla sua decisione di muovere guerra all’Iran da parte di importanti figure pubbliche della galassia della destra americana più radicale come Tucker Carlson, Megyn Kelly o Candace Owens. Che non si traducono, però, in significative erosioni del sostegno del mondo MAGA a Trump. Perché Trump è MAGA, e non il contrario; e in quanto tale controlla la sua base ed evita che le profonde divisioni presenti al suo interno deflagrino. Il rapporto tra il leader e il suo popolo è insomma fideistico e assoluto: in larga parte indipendente dagli stessi contenuti delle sue politiche. Contenuti che però alimentano un’ostilità crescente a Trump nel resto dell’elettorato, inclusi segmenti decisivi per la sua vittoria nel 2024. Gli elettori MAGA offrono a Trump un sostegno entusiastico e inscalfibile; sono però anche strutturale minoranza nel paese. Insufficiente per vincere le elezioni e, se costantemente radicalizzata, incline a galvanizzare gli avversari e alienare gli incerti”.
[Fonte: ISPI; Foto d’archivio]



