
Ungheria, il dopo Orbán e il futuro dell’Europa

La clamorosa sconfitta di Viktor Orbán, dopo 16 anni al potere in Ungheria, è un segnale importante. Ma ora l’Europa sappia cogliere l’occasione che ha davanti. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Dopo 16 anni di governo, gli elettori ungheresi archiviano l’era di Viktor Orbán e del suo partito Fidesz. Con un’affluenza del 78%, la più alta nella storia del paese, i cittadini hanno affidato a Tisza, il partito guidato da Péter Magyar, 138 seggi in parlamento su 199, ovvero più dei due terzi necessari per cambiare le leggi più importanti, incluso il sistema elettorale. Fidesz si è fermato a 55 seggi, mentre sei seggi sono andati al partito di estrema destra Mi Hazánk Mozgalom. Il primo ministro uscente – in carica dal 2010 – ha ammesso la sconfitta e ha telefonato a Magyar per congratularsi. A Budapest, migliaia di persone si sono radunate in piazza Kossuth, davanti al Parlamento, per festeggiare fino a tarda notte. “Insieme abbiamo abbattuto il regime di Orbán, insieme”, ha detto loro Magyar nel discorso della vittoria: “Abbiamo liberato l’Ungheria; ci siamo riappropriati della nostra patria”. Magyar ha affermato che le istituzioni indipendenti ungheresi sono state “asservite” a un sistema di potere corrotto e ha chiesto al presidente della Repubblica, l’orbaniano Tamás Sulyok, di dargli l’incarico “e poi dimettersi”. Quindi ha chiesto di fare lo stesso “a tutti coloro che hanno frodato l’Ungheria”, citando tra gli altri il presidente della Corte Suprema, il procuratore generale e i capi dell’autorità garante della libertà di stampa e dell’autorità garante della concorrenza. Dal canto suo, Orbán ha riconosciuto un risultato “doloroso ma inequivocabile” e ha annunciato: “Continueremo a servire la nazione ungherese e la nostra patria anche dall’opposizione”.
L’Ungheria sceglie l’Europa?
Come prevedibile, le reazioni dall’Europa alla vittoria di Magyar sono state estremamente positive. Orbán aveva infatti trasformato il voto in un vero e proprio referendum a cui gli elettori ungheresi hanno risposto con decisione: “L’Ungheria ha scelto l’Europa – ha dichiarato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen – questa notte il cuore dell’Europa batte più forte”. Congratulazioni ed entusiasmo si sono registrati nella maggior parte delle capitali dei 27, Polonia, Germania, Francia e Spagna in testa. “Insieme – ha detto Emmanuel Macron – faremo avanzare un’Europa più sovrana, per la sicurezza del nostro continente, la nostra competitività e la nostra democrazia”. Nei pensieri di tutti c’erano le estenuanti trattative degli ultimi anni, con Budapest aveva tenuto in scacco i pacchetti di sanzioni contro Mosca e gli aiuti all’Ucraina. “Collaboreremo con spirito costruttivo”, ha dichiarato anche la premier italiana Giorgia Meloni. “Ringrazio il mio amico Viktor Orbán – ha aggiunto – per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione”. Di certo, Bruxelles ha molto di cui discutere con il nuovo governo ungherese: riforme in materia di stato di diritto e lotta alla corruzione che consentiranno lo sblocco di 17 miliardi di euro di fondi UE congelati. Adesso, infatti, l’attesa è che Budapest sblocchi il mega prestito europeo da 90 miliardi all’Ucraina, di cui Kiev ha bisogno urgentemente e che Orbán aveva impedito. Magyar ha annunciato inoltre che consentirà l’apertura di capitoli negoziali con il Paese di Volodymyr Zelensky – che a sua volta si è congratulato con lui – anche se ha annunciato un referendum sull’adesione di Kiev.
Una sfida enorme?
Anche se l’attesa generale, non solo a Bruxelles, è che la politica dei veti che imbrigliano l’Europa sia finita, Magyar non sarà un partner facile. Cresciuto tra le fila di Fidesz, il nuovo premier ungherese in pectore è stato protagonista di un’ascesa fulminea, dopo aver abbandonato i vertici del partito nel 2024 denunciandone opacità e corruzione. Fatta eccezione per la questione migratoria, dove ha promesso di adottare una linea persino più dura rispetto a Orbán, Magyar ha promesso di ripristinare i controlli e gli equilibri democratici, riparare i rapporti con l’Ue per sbloccare i fondi europei congelati e reprimere la corruzione. Ha assicurato inoltre di porre fine alla dipendenza energetica russa entro il 2035, ma adoperandosi al contempo per “relazioni pragmatiche” con Mosca. Il compito che lo attende in patria è enorme: l’Ungheria attraversa una fase di profonda stagnazione economica, mentre durante i 16 anni di governo Fidesz ha riempito i gangli dello Stato ungherese, i media e la magistratura di fedelissimi; resta da vedere come reagiranno a quello che si prospetta non tanto come un cambio di governo, ma come la trasformazione di un intero sistema. Quello che lo stesso Orbán aveva definito una “democrazia illiberale”, e che aveva forgiato attraverso l’uso massiccio della propaganda e di campagne di odio e diffamazione con cui il paese dovrà fare i conti. Se non dovesse riuscirci, il cambio di governo, da solo, non sarà servito a granché.
L’Europa ha un’occasione da non sprecare?
Se la sconfitta di Orbán è un duro colpo per i suoi due grandi sponsor – Donald Trump e Vladimir Putin – per il quale era una sorta di cavallo di Troia all’interno dell’UE, che ha ostacolato in ogni modo il sostegno a Kiev, l’Europa farebbe bene a sfruttare il momento. Orbàn ha polarizzato i 27 come nessun altro, ponendosi come avversario dichiarato di Bruxelles, e perno di una strategia di estrema destra per prendere il controllo dell’Unione attraverso il gruppo dei cosiddetti ‘Patrioti’ all’Europarlamento. Oggi la sua uscita di scena offre all’Europa l’opportunità di rafforzarsi e affrontare i suoi problemi. È un’occasione per dare finalmente all’Ucraina il sostegno di cui ha bisogno, per definire un bilancio settennale ambizioso, per portare avanti l’allargamento e per smantellare il requisito dell’unanimità che ha permesso ai singoli Stati membri di tenere in ostaggio la politica estera comune. Più facile a dirsi che a farsi, considerato che anche alcuni dei paesi che in queste ore festeggiano la fine dell’era Orbán sarebbero riluttanti a rinunciare al diritto di veto, poiché non vogliono cedere il controllo su questioni delicate. Eppure, con le elezioni in calendario tra un anno in Francia, Italia, Spagna e Polonia, quello che arriva da Budapest rappresenta un segnale significativo. Sta all’Europa fare in modo che si trasformi nell’inizio di una svolta, e non solo in una battuta d’arresto temporanea per i populismi.
Il commento di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca ISPI
“Senza giri di parole, la vittoria di Magyar ha una portata storica per l’Ungheria. Il paese vuol cambiare classe dirigente e politiche interne. Quando si tratta però di politica estera e UE le cose si fanno meno chiare. Certo, Magyar si avvicinerà a Bruxelles e potrebbe togliere il veto al prestito a Kiev, anche perché ha bisogno dei 17 miliardi ancora bloccati dall’UE. E non dimenticherà l’appoggio di Usa e Russia a Orbán in campagna elettorale. Ma la sua visione del mondo appare al momento piuttosto simile a quella di Orbán. Cambiamento sì, ma entro limiti ungheresi”.
[Fonte e Foto: ISPI]


