Onu: il 2025 l’anno più mortale per i Rohingya in fuga via mare

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Lo scorso anno è stato il più mortale mai registrato per i rifugiati rohingya in fuga via mare, con un numero di vittime che ha continuato a salire vertiginosamente nel 2026, ha dichiarato l’Onu il 17 aprile, dopo che centinaia di persone hanno perso la vita in un naufragio all’inizio di questo mese. “Nel 2025, quasi 900 rifugiati Rohingya sono stati segnalati come dispersi o deceduti nel Mare delle Andamane e nel Golfo del Bengala”, ha dichiarato il portavoce dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, Babar Baloch, citato da AsiaNews.

Un popolo perseguitato e un libro che lo racconta

Aveva a bordo circa trecento persone il barcone che si è ribaltato pochi giorni fa nel mare delle Andamane, la porzione di oceano Indiano che bagna la Birmania, la Thailandia e la Malaysia. Era salpato il 4 aprile da Teknaf, nel sud del Bangladesh, ed era diretto verso la costa malaysiana. Trasportava bangladesi e profughi rohingya, popolazione musulmana della Birmania occidentale mai ufficialmente riconosciuta come minoranza e quindi apolide, perseguitata e in gran parte scappata in Bangladesh in diverse ondate nel corso di decenni. L’ultima che abbia fatto notizia è stata nell’agosto del 2017, quando nel giro di tre settimane in quasi 900mila hanno attraversato il fiume Naf, che segna il confine tra la Birmania e il Bangladesh, per riversarsi nei campi di teli e lamiere gestiti dalle organizzazioni umanitarie nella regione di Cox’s Bazar dove vivevano i rohingya arrivati anni prima. Alcuni superstiti del naufragio, aggrappati a pezzi di legno galleggianti, sono stati soccorsi da un’imbarcazione il 9 aprile. Duecentocinquanta risultano dispersi. 

Quella dal Bangladesh alla Malaysia è una rotta della disperazione sempre più battuta da chi non tollera più la sopravvivenza negli insediamenti recintati di Cox’s Bazar tracimati negli anni fino a fondersi con i villaggi intorno, sottolinea Internazionale nella sua newsletter. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), che lì nel 2017 coordinava le attività di quella che poi sarebbe diventata una mastodontica macchina umanitaria, nel 2025 più di 6.500 rohingya si sono affidati ai trafficanti per tentare la traversata dal Bangladesh o dalla costa birmana, e 890 sono morti. Tra il 2024 e il 2025 il numero dei morti e dei dispersi nel mare delle Andamane e nella baia del Bengala è aumentato del 40 per cento. I rohingya che anche dopo dopo la persecuzione da parte dell’esercito birmano – con la complicità dei rakhine (l’etnia maggioritaria nel territorio in cui abitavano da secoli) e degli estremisti buddisti – sono rimasti in Birmania vivono segregati in campi sfollati controllati dall’esercito e da cui non possono uscire.

Un popolo senza terra – distribuito e mal tollerato sui due lati di una frontiera – che prende il mare alla disperata ricerca di un’alternativa. Di tutto questo sappiamo poco perché quasi nessuno lo racconta e, se non fosse per le organizzazioni umanitarie che li assistono e che hanno bisogno di fondi per tenere in piedi la grande macchina umanitaria a Cox’s Bazar, non ne sapremmo proprio nulla. Ma due giornalisti, Emanuele Giordana e Giuliano Battiston, da quasi una decina d’anni si prendono la briga di andare a vedere regolarmente cosa succede sui due lati del confine segnato dal fiume Naf.

Nel novembre del 2017, tre mesi dopo la fuga di massa dal Rakhine, Battiston è nel campo di Kutupalong, a Cox’s Bazar, dove in poche settimane si erano riversati in 850mila, portando la popolazione della “struttura” a oltre un milione di persone. Tre anni dopo, nell’estate del 2020, Giordana arriva a Sittwe, la capitale del Rakhine, per vedere cos’è rimasto di quel pogrom che è costato la reputazione, peraltro già incrinata, ad Aung San Suu Kyi, allora leader del governo civile in una delicata fase di transizione democratica che sarebbe naufragata di lì a pochi mesi. Negli anni i due autori sono tornati a più riprese ognuno nel paese d’elezione per vedere e raccontare la crisi permanente in cui vivono i rohingya e i bruschi cambiamenti avvenuti nel frattempo intorno a loro: la Birmania è precipitata in una una guerra civile che non accenna a fermarsi e ha reso difficile l’accesso al paese, il Bangladesh è stato travolto dalla rabbia degli studenti che hanno rovesciato il governo Hasina avviando il paese verso un futuro ancora incerto. In entrambi i casi i rohingya sopravvivono in un limbo da cui cercano di scappare rischiando la vita.

Su due lati del confine, scritto a quattro mani dai due reporter e appena uscito per Add editore con la prefazione di Paola Caridi, oltre a raccogliere i preziosi racconti dal terreno di Giordana e Battiston, aiuta a collocare nella storia e nelle vicende politiche dei due paesi in cui si dipana una crisi geograficamente lontana, ma che suona molto familiare in questa parte di mondo, “e che anche per questo non può non riguardarci”, rileva ancora Internazionale.

[Fonti: AsiaNews, Internazionale; Foto: UNHCR]