“La guerra con l’Iran non è finita”, Israele si prepara su più fronti

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La guerra con l’Iran «non è finita». Il capo delle forze armate israeliane Eyal Zamir lo aveva dichiarato poche ore dopo la firma del memorandum tra Washington e Teheran, quando il conflitto sembrava avviarsi verso una chiusura. E lo ha ribadito ora che il ritorno a uno scontro ad ampio raggio appare sempre più probabile. Alla cerimonia di consegna dei brevetti ai nuovi piloti dell’aeronautica, Zamir ha scelto poche parole, ma nette: «Sul tavolo ci sono nuovi piani. Grandi operazioni potrebbero ancora attenderci. Siate pronti».

È il messaggio che Tel Aviv manda mentre Stati Uniti e Iran provano, almeno ufficialmente, a lasciare spazio alla diplomazia dopo due notti di scontri, spiega il portale Moked/Pagine Ebraiche. Israele, però, non considera chiuso il dossier e l’esercito continua a seguire da vicino gli sviluppi in Iran.

«Con o senza accordo, l’Iran non avrà armi nucleari», ha promesso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ricordando che la forza militare americana resta per Israele un «moltiplicatore di potenza». Ma il suo discorso non si è fermato a Teheran. Netanyahu ha parlato anche di Libano e di superiorità aerea, due punti che per Gerusalemme sono ormai legati alla stessa esigenza: mantenere libertà di azione in un Medio Oriente dove vecchi assi si indeboliscono e nuovi fronti si aprono. È anche un riferimento implicito alla Turchia e alla possibile vendita di F-35 ad Ankara, dossier che inquieta Israele e che il premier considera una minaccia diretta al vantaggio militare qualitativo israeliano.

L’esercito, ha aggiunto il ministro della Difesa Israel Katz, è «vigile e pronto alla ripresa della campagna» contro l’Iran, anche con attacchi autonomi israeliani. «Se dovremo tornare, torneremo con una forza ancora maggiore», ha affermato. La frase arriva mentre Teheran minaccia apertamente una nuova escalation: un alto funzionario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha avvertito che, in caso di attacchi contro le infrastrutture della Repubblica islamica, la risposta colpirà anche «il regime sionista», che «non sarà immune».

Il fronte turco

C’è poi la Turchia, ormai parte dello stesso quadro di preoccupazioni israeliane: non solo per la possibile vendita degli F-35 ad Ankara, ma anche per il ruolo crescente del Paese come retrovia politica di Hamas. Secondo il quotidiano filo-saudita Asharq Al-Awsat, Hamas ha trasferito negli ultimi mesi gran parte del proprio baricentro organizzativo dal Qatar alla Turchia. Le riunioni della leadership estera del gruppo terroristico, che per anni si erano svolte soprattutto a Doha, sarebbero tornate a Istanbul. Hamas, riporta Ynet, starebbe cercando di avvicinarsi al nuovo regime siriano, sostenuto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

È lo sfondo su cui si inseriscono le parole del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. In un’intervista a un media degli Emirati Arabi Uniti, Fidan ha accusato Israele di mettere a rischio la stabilità della Siria e ha sostenuto che il governo Netanyahu non vuole vedere una Siria stabile e prospera. Poi ha rovesciato su Gerusalemme la responsabilità dell’instabilità regionale, accusando i politici israeliani, «a cominciare da Netanyahu», di cercarsi un «nuovo nemico» nella Turchia. Secondo Fidan, la politica del governo israeliano è un problema non solo per Israele e per il Medio Oriente, ma anche per la sicurezza internazionale. Aggiungendo che, a suo avviso, il presidente Usa Donald Trump «lo capisce».

[Fonte: Moked/Pagine Ebraiche; Foto: Idf]