
Iran: calma tesa sullo stretto di Hormuz

Dopo due giorni, il fuoco incrociato fra Stati Uniti e Iran si è fermato. Nessuna delle due potenze sembra determinata a tornare a una guerra aperta. Ma nemmeno vuole fare un passo indietro sul futuro dello stretto. Il focus di Michele Bertelli per l’ISPI.
Dopo ore di attacchi reciproci fra Washington e Teheran, in Iran aleggia oggi una calma tesa. Ancora ieri l’Iran aveva lanciato attacchi contro le infrastrutture militari statunitensi nelle monarchie del Golfo, riporta l’agenzia stampa Reuters. Immediatamente dopo, i media iraniani hanno raccontato di diverse esplosioni nel sud del paese, anche vicino a Bushehr, dove si trova uno dei maggiori impianti nucleari. Quale sia la direzione che i due paesi vogliano intraprendere però non è ancora chiaro: Reuters ha infatti parlato con due funzionari americani in forma anonima. Il primo ha sottolineato che non ci sono state operazioni recenti da parte americana. Il secondo ha invece ribadito che Washington è ancora determinata a raggiungere una risoluzione e che il “dialogo tecnico continua”. Nel pomeriggio, è stato lo stesso Trump a confermare: l’Iran ha chiesto di continuare il dialogo, e gli Stati Uniti hanno accettato. Anche se il presidente americano ha ribadito di nuovo che il cessate il fuoco è finito, secondo quanto riporta Al Jazeera English.
Stretto di Hormuz chiuso?
Dopo lo scambio di colpi dei giorni passati, il traffico nello stretto di Hormuz è comunque crollato, secondo quanto riporta l’emittente inglese BBC. Solo 23 fra petroliere e navi cargo lo hanno attraversato nella giornata di mercoledì. Inoltre, secondo l’impresa di analisi marittima Lloyd’s List Intelligence, da martedì nessuna imbarcazione di grandi dimensioni ha seguito la via di navigazione indicata dagli americani. Da mercoledì alla prima parte della mattina di giovedì, infine, solo cinque navi sono state rilevate mentre lo attraversavano, ha dichiarato la piattaforma di intelligence marittima Windward ad Al Jazeera English. La riduzione è impressionante: prima della guerra, dallo stretto di Hormuz transitava circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e di gas naturale liquefatto. Ed è per questo che l’incertezza sulla sua percorribilità presenta grandi incognite per il mercato degli idrocarburi. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la chiusura di Hormuz nei mesi passati era arrivata a sottrarre fino a 14 milioni di barili di crudo al giorno. La firma del memorandum d’intesa che prolungava di sessanta giorni il cessate il fuoco e la riapertura avevano portato un po’ di respiro, con un aumento della fornitura globale di 4,1 milioni di barili al giorno durante il mese di giugno. Ma oggi siamo ancora al di sotto di circa 9,4 milioni di barili rispetto a prima della guerra. La IEA stima che quest’anno la fornitura non sarà sufficiente a soddisfare tutta la domanda, e chiuderemo con un deficit di 860.000 barili al giorno a livello mondiale. Se lo stretto venisse riaperto, per il 2027 la fornitura dovrebbe nuovamente superare la domanda. Ma una ripresa delle ostilità potrebbe cambiare tali previsioni. Un accordo di pace duraturo è quindi necessario per normalizzare il mercato, a detta della IEA.
Chi controlla Hormuz?
L’aumento delle azioni iraniane contro le imbarcazioni commerciali è quindi lo specchio dell’importanza rivestita da questo tratto di mare, di cui la Repubblica islamica vuole mantenere il controllo. Per il Progetto Minacce Critiche (CTP) dell’American Enterprise Institute, il dominio dello stretto rimane infatti per l’Iran il deterrente strategico principale. Intenzioni messe nero su bianco anche dal principale negoziatore iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, che su X ha scritto che “lo Stretto di Hormuz riaprirà solo sotto accordi iraniani, non attraverso minacce statunitensi”. Le Guardie della rivoluzione islamica hanno d’altronde già attribuito agli attacchi americani la responsabilità del blocco dei passaggi. Secondo loro, il numero di imbarcazioni che lo avevano attraversato nelle ultime due settimane sotto la supervisione iraniana era risalito a circa il 50% dei livelli prima della guerra. In risposta, l’esercito americano ha invece sostenuto che più di 800 imbarcazioni e 380 milioni di barili di petrolio hanno potuto attraversare lo stretto da inizio maggio grazie all’intervento americano, ribadendo che la Repubblica islamica non ne ha il controllo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, sono fermi nel voler mantenere un regime di libero passaggio. E proprio su questo punto si sta infrangendo il disegno del memorandum di intesa siglato il mese scorso per raggiungere un accordo di pace.
Un accordo che scricchiola?
Intervistato dal quotidiano Domani, Ali Vaez, analista iraniano dell’International Crisis Group (IGC) ha spiegato che il riacuirsi del conflitto è legato proprio al modo in cui il memorandum di intesa fra Stati Uniti e Iran è stato elaborato. “Entrambe le parti stanno cercando di utilizzare la forza militare per imporre la propria interpretazione di quanto previsto”, ha detto. Nella sua ultima analisi, il centro sostiene che “Washington e Teheran sono arrivati a trattare l’accordo non come un ponte dalla guerra alla diplomazia, ma come un’estensione della guerra con altri mezzi”. Parte del problema risiederebbe nella vaghezza con cui è stato definito il punto 5, che richiede all’Iran di discutere la “futura amministrazione e i servizi marittimi” dello stretto con l’Oman e gli altri paesi costieri del Golfo. A metà giugno, una fonte dell’amministrazione americana aveva spiegato al sito conservatore Daily Wire che quel punto era stato inserito pensando che gli stati del Golfo sarebbero riusciti a moderare la posizione di Teheran. Secondo Critical Threats, il governo iraniano è invece diventato molto più ostile nei confronti dei paesi del Golfo proprio a causa della loro opposizione a concedergli la gestione. Teheran ha infatti visto l’accordo come una opportunità di usare Hormuz per consolidare un vantaggio politico ed economico. Al contrario, per Washington l’accordo avrebbe dovuto stabilizzare i mercati dell’energia e limitare le attività della Repubblica islamica nella regione. Di conseguenza, la scintilla che rischia di riaprire il conflitto è scaturita proprio dalla gestione dello stretto. Ciononostante, Vaez ritiene che nessuna delle due parti voglia far saltare l’intesa: “l’alternativa non è realmente vantaggiosa né per gli Stati Uniti né per l’Iran”, ha detto. Washington può infatti infliggere enormi danni, ma non può forzare l’Iran ad arrendersi a un prezzo inaccettabile. Di contro, la Repubblica islamica può infliggere gravi danni economici agli Stati Uniti e ai suoi partner regionali, così come all’economia globale, ma non è in grado di costringerli ad accettare tutti i suoi desiderata. Nel frattempo, la diplomazia accelera per cercare di far ripartire di nuovo il dialogo. Il primo ministro del Qatar e il ministro degli Esteri egiziano si sono parlati oggi al telefono per far sì che il memorandum venga implementato e la libera navigazione consentita. Sembra quindi che il negoziato andrà avanti. A meno di inaspettati colpi di scena: il Wall Street Journal ha infatti scoperto che i servizi segreti israeliani sarebbero in possesso di informazioni secondo cui Teheran avrebbe un nuovo piano per assassinare Trump. Se le informazioni dovessero rivelarsi veritiere, giocherebbero certamente un peso sul futuro dei rapporti fra i due paesi.
Il commento di Valeria Talbot, Head, Osservatorio MENA ISPI
“Le dichiarazioni di Washington e Teheran di questi giorni confermano quanto lo stretto di Hormuz sia diventato l’elemento centrale dell’attuale crisi. L’Iran rivendica il diritto di gestirne la riapertura senza cedere alle pressioni degli Stati Uniti, sfruttando il proprio peso su una rotta fondamentale per il commercio mondiale di petrolio. Dal canto suo, il presidente Trump ha lasciato intendere che il memorandum d’intesa firmato a giugno sarebbe ormai superato, segnando un ulteriore irrigidimento dei rapporti tra Washington e Teheran. Pochi, però, nella regione – e anche negli Stati Uniti in vista delle elezioni di metà mandato – desiderano un ritorno a una guerra su vasta scala”.
[Fonte e Foto: ISPI]


