
Inondazioni in Mozambico: anatomia di un disastro annunciato

Le alluvioni che hanno colpito il sud hanno provocato circa 800mila sfollati e 130 vittime. I disastri ambientali si ripetono nella storia recente del paese. Il FRELIMO cambia le leggi, ma è tutto il sistema a essere obsoleto. Il servizio di Luca Bussotti per Nigrizia.
Rosita Pedro Mabuiango è stata uno dei simboli del Mozambico contemporaneo. Sulle prime, il suo nome potrebbe non dire molto. Nel 2000 però, durante le terribili inondazioni che colpirono il sud del paese e in modo particolare la provincia di Gaza (curiosa omonimia con un’altra terra martoriata), la storia di Mabuiango fece il giro del mondo.
La madre infatti, nel pieno del disastro, trovò la forza di farla nascere su un albero. Mezzo mondo poi, si mobilizzò nel tentativo di aiutarla a sopravvivere.
Purtroppo, Rosita Pedro Mabuiango se n’è andata nel bel mezzo delle inondazioni che hanno travolto il Mozambico nelle ultime settimane, che si stanno dimostrando ben peggiori di quelle del 2000. “Baby miracolo”, come è stata a lungo ricordata Mabuiango, si è spenta lo scorso 12 gennaio a neanche 26 anni a causa di un’anemia che la perseguitava da anni e che le spesso inesistenti strutture sanitarie mozambicane non sono state in grado di curare.
La triste coincidenza che lega la vita e la morte di Mabuiango sono gli eventi climatici estremi che da tanti anni colpiscono il paese. Nei 25 anni di vita di “Baby miracolo”, purtroppo ben poco è cambiato nella capacità di Maputo di gestire questi fenomeni, che si sono per altro abbattuti nel paese con una certa regolarità (basti citare i cicloni Idai, Kenneth, Dikelede, Chido e Dzuzai, l’ultimo in ordine di tempo dal 2019 a oggi).
Le tempeste sono solite manifestarsi sempre nello stesso periodo dell’anno – tra novembre e marzo – e concentrarsi nelle zone meridionali del paese: Gaza in primis, quest’anno accompagnata dalle province della capitale Maputo, di Inhambane e Sofala.
Fra danni, vittime e solidarietà internazionale
Le Nazioni Unite hanno calcolato che tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, le inondazioni hanno interessato circa 3000 km² del territorio nazionale (su un totale di 801.000), provocando circa 130 morti (tra cui tre persone uccise dai coccodrilli che si sono riversati nelle città, trasformate in fiumi in piena) e oltre 800mila sfollati.
In questi giorni si stanno avvicendando le offerte di assistenza umanitaria internazionale, ex post, come è solito succedere col Mozambico.
Il governo statunitense ha quindi stanziato 840mila euro, specialmente per il rifornimento di cibo e acqua, mentre il Portogallo ha appena inviato un contingente militare, periti tecnici e aiuti dal valore di 300mila euro.
Al di là della (peraltro scontata) solidarietà internazionale, occorre comprendere come fenomeni ciclici e, ormai, regolari, nella loro eccezionalità, continuino a mettere in ginocchio il Mozambico.
Leggi vuote
Una prima spiegazione va ricercata nella legge L.10/2020, approvata sei anni fa. Questa norma ha almeno nominalmente riformulato le regole con cui il paese affronta le emergenze, trasformando l’Istituto nazionale per la gestione delle calamità naturali (INGC) in Istituto nazionale di gestione e riduzione del rischio di disastri (INDG).
Da un lato, questa transizione dell’istituto ha permesso finanziamenti sempre più ingenti da parte dei partners internazionali. Dall’altro però, ha fatto aumentare i livelli di corruzione e cattiva gestione. La pessima gestione amministrativa ha addirittura spinto la Banca mondiale a chiedere all’INDG di rimborsare più di 500mila dollari di fondi ricevuti perché spesi senza una giustificazione idonea.
A livello normativo, la L.10/2020 affida molta importanza all’assistenza a posteriori, piuttosto che ai meccanismi di prevenzione del rischio. Inoltre, l’efficacia dell’ente è stata indebolita da una struttura iperburocratica e dall’esclusione di alcuni attori locali fondamentali, come i comuni.
Alle carenze della legge del 2020 va aggiunta l’inadeguatezza della gestione a livello territoriale: oltre alla scarsa manutenzione del sistema fognario, a partire da quello della capitale, ovunque nel paese si è lasciato costruire senza vincoli.
Il risultato è che in località come Boane, a una trentina di chilometri da Maputo, centinaia di case sono state edificate in modo abusivo sul corso dei fiumi, ostruendo il passaggio dell’acqua con conseguenze potenzialmente ancora peggiori di quelle a cui abbiamo già assistito. Il responsabile del distretto della città ha quindi ordinato nei giorni scorsi l’abbattimento di circa 2.000 di queste costruzioni.
I conti con le responsabilità
Il dibattito politico si è immediatamente acceso, all’indomani del disastro. Alla prima emergenza, il governo del presidente Daniel Chapo si è dimostrato fragile, per non dire inesistente. Si parla qui di un governo con una legittimità già molto bassa, visti i brogli che hanno segnato le elezioni del 2024, vinte dal partito FRELIMO che governa il Mozambico da oltre 50 anni.
La stampa locale ha condannato l’atteggiamento dell’esecutivo di fronte al dramma delle inondazioni, scrivendo di una «gestione amatoriale» e di una «catastrofe annunciata».
Le opposizioni, a loro volta, non hanno perso l’occasione per attaccare: Venâncio Mondlane, leader del partito Anamola, ha denunciato l’ignavia del governo, visto che da mesi le previsioni metereologiche indicavano la possibilità di alluvioni molto forti durante l’inverno.
RENAMO e MDM, formazioni storiche delle opposizioni mozambicane, hanno sottolineato l’inefficienza dell’INGD, ritenuto fortemente politicizzato e carente da un punto di vista tecnico. Infine, il partito Nova Democracia ha preferito intervenire direttamente con azioni di assistenza umanitaria alle vittime, lasciando da parte la politica.
Un atteggiamento paradossalmente simile a quello del FRELIMO, che si è concentrato sull’aiuto umanitario, cercando di aggirare le polemiche e invocando l’unità nazionale. Il governo dal canto suo non ha potuto evitare di rinviare di un mese l’inizio dell’anno scolastico, previsto per fine gennaio.
Il bilancio politico di queste inondazioni sta diventando un incubo, per Chapo e il suo esecutivo monocolore. Il paese sembra ormai al collasso, incapace di gestire eventi estremi ma anche fenomeni di più lunga durata di cui non si vede la fine, come il conflitto contro le milizie di Cabo Delgado, che prosegue ormai dal 2017.
“Baby miracolo”, con la sua morte, ha probabilmente segnato la fine di un’intera epoca a cui era legato il sogno mozambicano di un riscatto collettivo che, al contrario, sembra oggi sempre più distante e improbabile.
[Fonte: Nigrizia; Foto: Nigrizia/World Vision]


