
Repubblica Democratica del Congo: fuga da Goma

I ribelli filo-rwandesi dell’M23 espugnano Goma, e la caduta della città chiave nell’est del Congo rischia di innescare un conflitto più ampio. Questo il punto di Alessia De Luca per l’ISPI.
È una fuga di massa, disordinata e improvvisa, quella in corso in queste ore a Goma, capoluogo del Nord Kivu, una delle province della Repubblica democratica del Congo presa d’assalto dalle milizie ribelli filo-rwandesi. La città – in cui vivono circa due milioni di abitanti – si è ritrovata sguarnita anche delle ultime protezioni rimaste: i militari della Forze armate congolesi (Fardc), così come i peacekeepers della missione Onu (Monusco), hanno abbandonato le loro postazioni di fronte all’avanzata delle milizie del “Movimento 23 marzo” (M23) che diverse fonti indicano come già presenti nel centro cittadino. I ribelli sono sostenuti dal Rwanda e il governo di Kinshasa ha equiparato l’attacco a una “dichiarazione di guerra” da parte del paese vicino. Gli esperti delle Nazioni Unite ritengono credibile l’accusa e affermano che il Rwanda ha schierato tra 3mila e 4mila soldati e fornito una notevole potenza di fuoco per supportare, operativamente e logisticamente, l’M23 nei combattimenti. L’apparente presa di Goma, al culmine di una campagna militare che in oltre due anni ha sfollato più di 300mila persone, mette a nudo le debolezze dello stato centrale congolese le cui forze armate, dispiegate in una regione remota e lontana dalla capitale Kinshasa, sono corrotte e incompetenti. Ma è anche un segnale preoccupante che Kigali, indicata da più parti come sponsor dei ribelli, sia disposta a usare la sua forza per ridisegnare la mappa della regione rischiando un’altra catastrofica guerra africana.
Chi sono i ribelli dell’M23?
Ben addestrato e armato, l’M23, è solo l’ultima di una lunga serie di milizie che affliggono la regione del Kivu, il cui sottosuolo è ricchissimo di minerali e pietre preziose e che affermano di combattere per proteggere la popolazione di etnia Tutsi del Congo. La zona, infatti, è teatro di conflitti che affondano le loro radici nel genocidio rwandese del 1994, quando circa 800mila persone – la maggior parte delle quali di etnia Tutsi – furono massacrate da estremisti Hutu nell’arco di poco più di tre mesi. Il genocidio si concluse con l’avanzata di una forza di ribelli Tutsi comandata da Paul Kagame, ora presidente del Rwanda. Temendo rappresaglie, si stima che un milione di Hutu siano fuggiti oltre confine, in quella che oggi è la Repubblica Democratica del Congo. Alla luce dei continui focolai di tensione a ridosso della frontiera, una missione di caschi blu delle Nazioni Unite è dispiegata nell’est del Congo dal 1999. La Monusco – la più estesa e longeva missione di peacekeeping dell’Onu al mondo – conta al suo attivo oltre 10mila uomini, ma è stata più volte oggetto di critiche e gravi scandali. Il presidente Félix Tshisekedi, definendola “un fallimento durato oltre un quarto di secolo”, ne aveva chiesto il ritiro entro la fine dell’anno scorso. Ma la partenza è stata rinviata e a dicembre la missione è stata prorogata di un altro anno. Anche la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc), che riunisce 16 paesi della regione, ha schierato una forza militare che però non è riuscita a fermare l’avanzata ribelle.
Nessuno cita Kigali?
In una dichiarazione rilasciata domenica, Kigali non ha negato esplicitamente di sostenere l’M23, affermando che i combattimenti vicino al confine costituiscono una “grave minaccia” alla sua sicurezza e integrità territoriale. Il governo rwandese accusa inoltre di essere usato “come capro espiatorio”, attribuendo i recenti scontri alle autorità congolesi e affermando che queste ultime si sono rifiutate di avviare un dialogo con l’M23. Un negoziato di pace mediato dall’Angola aveva condotto, lo scorso anno, a un accordo di cessate il fuoco. Tuttavia, l’intesa è rapidamente naufragata e i combattimenti sono ripresi. Il ministro degli Esteri congolese Therese Kayikwamba Wagner ha quindi esortato il Consiglio a imporre sanzioni mirate “tra cui il congelamento dei beni e il divieto di viaggio, non solo contro la catena di comando delle forze armate rwandesi, ma contro i decisori politici responsabili di questa aggressione” chiedendo anche “un embargo totale sulle esportazioni di tutti i minerali etichettati come rwandesi, in particolare coltan e oro”.
Onu: too little too late?
Il coinvolgimento di uno stato vicino, messo nero su bianco nei rapporti dell’Onu e denunciato da diverse cancellerie internazionali, conferisce alla crisi nel Kivu una dimensione internazionale. William Ruto, presidente del Kenya, sta cercando di far sedere allo stesso tavolo i vertici di Congo e Rwanda. Nei giorni scorsi, poi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in una riunione d’emergenza sulla crisi in atto, ha esortato le “forze esterne” a ritirarsi immediatamente dal territorio congolese, ma senza citare esplicitamente il coinvolgimento di Kigali. Molti osservatori giudicano quella critica implicita al Rwanda troppo debole e troppo tardiva. Per tre decenni Kigali è stata ritenuta un interlocutore stabile in una delle regioni più instabili del continente. Gli Stati Uniti hanno profuso aiuti e investimenti. Per questo, nel 2012, la pressione esercitata da Washington su Kagame, riuscì a risolvere una crisi analoga. Ma ora che alla Casa Bianca c’è Donald Trump, che non sembra attribuire all’Africa nessun peso sullo scacchiere geopolitico, in pochi ritengono che lo scenario si ripeta. La normalizzazione delle relazioni con il Rwanda non riguarda solo gli Usa. Il Reno Unito di recente ha stretto un controverso accordo con Kigali per il rimpatrio dei richiedenti asilo. E l’Ue ha stretto accordi minerari e infrastrutturali e dato al suo esercito 40 milioni di euro per combattere un’insurrezione nel nord del Mozambico. “Ma anche se il Rwanda è un’autocrazia stabile – osserva l’Economist – fomentando la violenza nei suoi dintorni, ha dimostrato ancora una volta di essere un esportatore di caos”.
Il commento di Giovanni Carbone, Head, ISPI Africa Programme
La violenza interna fu all’origine del regime di Paul Kagame, frutto dell’intreccio tra l’insurrezione armata e il genocidio che avevano segnato i primi anni Novanta in Rwanda. Da quel momento, la violenza sul fronte esterno è stata una delle ragioni d’essere di un sistema securitario ferreo, inevitabile risposta, secondo il governo, alle milizie attive nelle aree del Congo-Kinshasa, appena oltre il confine e dunque sulla porta di casa. E la violenza continua ad essere ormai da decenni, sia internamente che esternamente, lo strumento privilegiato dal leader di Kigali per affrontare chiunque possa minacciare la sopravvivenza dell’attuale assetto di potere politico ed economico rwandese. Già trenta anni fa Kagame non esitò a portare Kigali in guerra contro Kinshasa, invadendo di fatto un’ampia parte del Congo. Il crinale che si sta percorrendo oggi rischia di condurre nuovamente verso un conflitto su ampia scala tra i due paesi e nella regione, in una delle aree più miserevoli del pianeta, scavando una profonda ferita in un’Africa che fatica sempre più a realizzare l’idea di unità e il progetto di integrazione continentali.
[Fonte: ISPI; Foto: ANS/Missioni Salesiane]


