
Somalia: tensioni politiche e instabilità rafforzano al-Shabaab

Il movimento terrorista controlla il 30% del territorio, minacciando direttamente la capitale, mentre si moltiplicano le voci su presunte connivenze istituzionali. Persistente instabilità, difficili condizioni di vita della popolazione, frammentazione politica e contrasti tra stati federati e governo nazionale hanno dato nuovo fiato al gruppo jihadista. La prova decisiva della tenuta delle istituzioni saranno le elezioni del 2026. Il servizio di Bruna Sironi (da Nairobi) per Nigrizia.
‘The guerillas are everywhere’: islamist insurgents prepare to seize Mogadishu (‘I guerriglieri sono ovunque’: i ribelli islamisti si preparano a prendere Mogadiscio). È il titolo, decisamente allarmante, di un reportage pubblicato il 27 novembre da The Observer, settimanale britannico associato al quotidiano The Guardian, tra i più autorevoli del mondo.
I guerriglieri sono i miliziani di al-Shabaab, gruppo terroristico affiliato ad al-Qaida, che si pone l’obiettivo di fondare un califfato nel Corno d’Africa. Controllerebbero in questo periodo circa il 30% del territorio della Somalia, comprese le immediate vicinanze della capitale, Mogadiscio.
La ventennale attività del gruppo è stata combattuta da diverse missioni di pace – AMISOM dal 2007 al 2022; ATMIS dal 2022 al 2024; AUSSOM da gennaio di quest’anno – guidate dall’Unione Africana su mandato dell’ONU. Tutte con lo scopo di rafforzare le strutture istituzionali, l’esercito e la polizia nazionali. Tutte evidentemente fallite, o perlomeno rimaste a metà strada nell’obiettivo di sostenere la stabilizzazione del paese.
La frase riportata nel titolo citato è attribuita a Matthew de Waal, direttore del centro studi Sahan, specializzato in ricerche e analisi sulla Somalia e sugli altri paesi del Corno d’Africa.
Ma non è un parere isolato. Somalia at risk of becoming a jihadist state (La Somalia rischia di diventare uno stato jihadista) è il titolo di un articolo pubblicato il 17 novembre dall’African Center for Strategic Studies, strumento di analisi sulle questioni africane del dipartimento per la Difesa (ora per la Guerra) americano.
È probabile che questa convinzione sia alla base di un’importante crescita dell’intervento dell’amministrazione Trump nel paese.
Secondo informazioni di Fox News, riprese da un sito somalo, Hiraan Online, quest’anno ci sarebbero stati più di 100 bombardamenti su basi di al-Shabaab – e dello Stato Islamico che opera nel Puntland, lo stato federato nel nord del paese – contro i 10 dell’anno precedente, sotto l’amministrazione Biden.
Le operazioni, dice l’articolo, avverrebbero in coordinamento con il governo nazionale somalo. È da notare che i bombardamenti non sono mai “chirurgici”, come pretende la propaganda militare. Le vittime civili sono sempre numerose e questo provoca un crescente distacco tra la popolazione e le sue istituzioni.
Una campagna dell’esercito somalo, voluta dal presidente Hassan Sheikh Mohamud all’inizio del suo mandato, nel 2022, aveva avuto qualche successo nell’isolare al-Shabaab e nello strappare al suo controllo molto territorio, animando qualche speranza di una progressiva normalizzazione del paese.
Ma la persistente instabilità, le difficili condizioni di vita della popolazione, la frammentazione politica, i contrasti tra gli stati federati e il governo nazionale di Mogadiscio hanno evidentemente impedito il consolidamento dei risultati raggiunti e hanno dato nuovo fiato al gruppo jihadista.
Il nodo elezioni
I problemi si sono acutizzati negli ultimi mesi, in vista delle prossime elezioni, fissate per il 2026. Nell’occasione saranno eletti le istituzioni locali e il nuovo parlamento nazionale, che a sua volta eleggerà il presidente, con una modalità simile a quella italiana.
Lo scorso agosto, dopo un intenso e complesso dibattito, il presidente e quattro tra i più importanti leader dell’opposizione hanno raggiunto un accordo sul processo elettorale che, secondo la legge approvata nell’ottobre 2024, prevede il passaggio da una modalità indiretta, in cui gli eletti erano proposti dai clan, garantendo un controllo della politica nazionale e delle risorse del paese a quelli più numerosi e potenti, ad una diretta, in cui il voto è personale.
Sarebbe la prima elezione a suffragio universale da 56 anni. Almeno questo è il programma, se non interverranno problemi e ripensamenti durante il percorso verso il voto, come successe nella tornata elettorale precedente.
Certo è che il consenso sulle modalità e sul processo elettorale è ben lontano dall’essere unanime.
Alcuni gruppi di opposizione e due stati federali, il Puntland e il Jubaland, dicono che boicotteranno il voto. Tra gli oppositori più fermi anche l’ex presidente, Sherif Sheikh Ahmed, in carica dal 31 gennaio 2009 al 20 agosto 2012, durante il periodo del governo di transizione.
Secondo lui, le condizioni di sicurezza del paese non consentono di condurre elezioni generali dirette libere e credibili. Le leadership di Puntaland e Jubaland, invece, sottolineano la mancanza di inclusività delle decisioni finora prese e la costante influenza presidenziale sul processo elettorale.
Un primo test sarà quello delle elezioni locali nella regione del Benadir, di fatto coincidente con Mogadiscio, che si terranno il 25 dicembre. Il presidente della commissione elettorale, Abdikarim Ahmed Hassan, ha dichiarato che l’iscrizione alle liste e la distribuzione delle carte elettorali si è svolta senza problemi attraverso 56 punti di registrazione. Alla metà di ottobre vi si erano presentati poco meno di 1 milione i cittadini, a dimostrazione “dell’aumento dell’interesse della gente nel modellare il futuro del paese”, ha aggiunto.
Anche al-Shabaab è decisamente contrario al voto, ma, come è avvenuto nelle elezioni precedenti, potrebbe cercare di influenzarle sia minacciando gli elettori nelle zone sotto il suo controllo, sia infiltrando simpatizzanti nelle liste elettorali con lo scopo di minare le istituzioni dall’interno.
Al-Shabaab alza il tiro
Intanto ha intensificato le azioni terroristiche. Particolarmente preoccupante è stato l’attacco al carcere di massima sicurezza nel centro di Mogadiscio, condotto all’inizio di ottobre, durante il quale sarebbero stati liberati tutti i miliziani del gruppo che vi erano detenuti. L’azione, dicono diversi osservatori, non sarebbe stata possibile senza una rete di connivenze in città.
Recentemente è stato accusato di connivenza con al-Shabaab lo stesso governo somalo. Lo ha fatto, tra gli altri, il ministro dell’Informazione del Puntland che ha usato parole decisamente pesanti, ma senza offrire prove delle sue affermazioni, proprio commentando l’attentato al carcere di massima sicurezza.
Sotto accusa sono anche le presunte trattative segrete del presidente con i jihadisti e le aperture alla concessione della carta d’identità anche ai militanti del gruppo terroristico. L’organizzazione di un sistema unificato di identificazione dei cittadini con l’emissione di una carta d’identità elettronica è uno dei programmi di punta del governo nazionale. Un programma contestato dagli stati federali del Puntland e del Jubbaland e da altri oppositori. Ma dopo le parole del presidente le critiche hanno assunto una portata tale da metterne in discussione la stessa realizzazione.
Un parlamentare dell’opposizione, Hassan Yare, ha sostenuto che così “si incoraggiano i terroristi” e si è spinto fino a suggerire che il presidente starebbe preparando condizioni favorevoli ad un eventuale tentativo di al-Shabaab di prendere Mogadiscio. Per le sue insinuazioni non ha dato nessuna prova.
Sta di fatto che le voci sulle connivenze istituzionali si aggiungono alle analisi indipendenti e qualificate sulla situazione del paese e pongono diversi interrogativi sul suo prossimo futuro.
[Fonte e Foto: Nigrizia]



