
Sudan: le rotte regionali che sostengono le RSF

Un nuovo documento disegna una estesa rete per la fornitura di armamenti che coinvolge numerosi paesi: oltre a Ciad e Libia, coinvolti anche Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana. Con il Sud Sudan al centro del traffico di oro. Ne riferisce Bruna Sironi su Nigrizia, la rivista dei Missionari Comboniani.
Il conflitto in Sudan non potrebbe prolungarsi se i due contendenti non potessero approvvigionarsi di armi e munizioni. Le accuse reciproche di procurarsele in diversi modi da, o attraverso, paesi della regione sono state ricorrenti nel corso degli ormai 30 lunghi mesi di guerra.
Un recentissimo articolo pubblicato da Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC), organizzazione indipendente con sede a Ginevra, conferma e aggiorna le voci sulla rete di connivenze che facilitano il rifornimento di armamenti alle Forze di supporto rapido (RSF).
Il documento elenca rotte già note e ne illustra altre meno conosciute, disegnando una rete estesa che coinvolge numerosi paesi. Tutte, però, avrebbero gli Emirati Arabi Uniti (UAE nell’acronimo inglese), come punto di partenza, materiale o finanziario. Cosa che Abu Dhabi ha sempre fermamente negato.
La via finora più conosciuta è quella che passa dal Ciad, attiva e individuata fin dalle prime settimane del conflitto, scoppiato nell’aprile del 2023. Il materiale bellico sarebbe stato scaricato regolarmente in due aeroporti non lontani dal confine con il Darfur, Amdjarras e Abéché, e poi trasportato via terra nelle zone controllate dalle RSF.
N’Djamena avrebbe facilitato anche il trasporto via terra di materiale bellico cinese, ufficialmente destinato al Ciad, scaricato nel porto di Douala, in Camerun. Nel corso del 2025, però, il supporto di questo paese sarebbe notevolmente diminuito per l’opposizione interna della numerosa e influente comunità zaghawa, stanziata anche nel Darfur settentrionale, e in particolare nella zona di El Fasher, sotto attacco e minacciata di genocidio dall’espandersi del territorio controllato dalle RSF.
L’oasi di Kufra, nella Libia orientale, dominata dal generale Khalifa Haftar, sarebbe perciò diventata l’hub più frequentato, soprattutto da giugno, quando le RSF hanno preso il controllo del triangolo dove convergono i confini di Libia, Egitto e Sudan.
Inoltre, aerei, si suppone per il trasporto di materiale bellico, sarebbero stati documentati da fotografie satellitari nell’aeroporto di Nyala, capitale del Darfur meridionale. Si tratterebbe di velivoli registrati in Kenya, paese accusato di sostenere le RSF anche per aver ospitato i lunghi negozionati che hanno portato alla nascita dell’alleanza conosciuta come Tasis e del governo parallelo, di fatto a guida RSF, recentemente insediatosi proprio a Nyala.
Anche l‘Uganda non sarebbe estranea al traffico di armi a supporto delle RSF. In maggio l’esercito sudanese, l’altra parte in conflitto, avrebbe distrutto a Nyala un Boeing, trasformato in cargo, registrato in Kenya che trasportava droni. L’aereo sarebbe partito da Entebbe e, dice l’articolo, proprietario e pilota sarebbero ugandesi.
Il Sud Sudan, invece, sarebbe diventato il paese di maggior passaggio dell’oro prodotto nella miniera industriale di Songo, controllata dalle RSF e dalla famiglia del loro comandante, Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti. Nell’estrazione e prima lavorazione dell’oro sarebbero coinvolti anche specialisti russi.
Secondo l’articolo citato, nel marzo 2024 diverse centinaia di chili del prezioso metallo sarebbero stati trasportati a Wau, la più importante città del Sud Sudan settentrionale, da dove sarebbero stati mandati a Juba su un aereo commerciale e poi spediti negli Emirati Arabi Uniti su un jet privato.
Ci sarebbero evidenze anche di altri carichi d’oro, prodotto in miniere artiginali, commercializzati attraverso il Sud Sudan.
Il governo di Port Sudan, emanazione dell’esercito, nei giorni scorsi ha invece accusato le RSF di contrabbandare l’oro attraverso il Ciad, un’accusa non nuova. Una fonte governativa, sentita dal Sudan Tribune, stima in oltre 850 milioni di dollari il valore del prezioso metallo estratto in Darfur e Kordofan e contrabbandato dalle RSF nel corso del 2024 e nei primi mesi di quest’anno.
Starebbe aumentando anche il convolgimento nel conflitto sudanese della Repubblica Centrafricana da cui le RSF avrebbero ricevuto armi all’inizio del conflitto con il probabile coinvolgimento dell’allora gruppo russo Wagner, molto ben radicato nel paese. Ma i rapporti tra le RSF e i miliziani russi si sarebbero deteriorati, dice l’articolo citato, e dunque il supporto sarebbe diminuito fino a cessare quasi del tutto.
Recentemente, però, gli UAE hanno offerto al paese di migliorare le infrastrutture dell’aeroporto di Birao, in prossimità del confine con il Darfur, facendo nascere il sospetto di una sua trasformazione in un altro hub per il rifornimento bellico delle RSF.
Insomma le Forze di intervento rapido, con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti, hanno costruito una rete di supporto vasta e differenziata che dovrebbe garantire loro di poter sostenere un lungo conflitto. È su questa rete che la comunità internazionale dovrebbe intervenire per facilitare la fine della guerra, conclude l’articolo.
[Fonte e Foto: Nigrizia]



