
Trump decidendo sulla guerra all’Iran, “andrà tutto bene”

Questa settimana Internazionale rilancia uno straordinario articolo del New York Times, un’inchiesta basata su fonti interne che ricostruisce con notevole livello di accuratezza le riunioni e le conversazioni che hanno convinto Trump ad attaccare l’Iran. Merita di essere letta per intero, anche perché permette di farsi un’idea molto precisa del clima che c’è nella Casa Bianca e del modo in cui il presidente arriva a dirimere le questioni più complicate.
A un certo punto viene riportato uno scambio fra Trump e Tucker Carlson, commentatore di destra molto critico sulla guerra. Nei mesi scorsi Carlson è andato più volte nello studio ovale per avvertire Trump che un conflitto con l’Iran avrebbe distrutto la sua presidenza. Un paio di settimane prima dell’inizio delle ostilità, il presidente aveva cercato di rassicurarlo al telefono: “So che ti preoccupa, ma andrà tutto bene”. Carlson gli aveva chiesto come facesse a saperlo. “Perché va sempre così”, aveva risposto Trump.
“Mi è tornato in mente uno scambio di Trump con un giornalista durante una conferenza stampa nel 2018, a proposito dei negoziati sul programma nucleare nordcoreano”, scrive Alessio Marchionna sulla newsletter di Internazionale.
“Quanto ci vorrà per capire se i nordcoreani sono seri o no?”, aveva chiesto il giornalista.
“Credo che me ne accorgerò in un minuto”, aveva risposto il presidente.
“Come?”.
“È il mio talento, il mio istinto, quello che so fare”.
Questa fiducia quasi mistica nel proprio istinto è il filo che tiene insieme molte delle decisioni più rischiose prese da Trump in politica estera. Nel caso iraniano, il presidente era convinto di poter piegare una realtà estremamente complessa a una logica semplice: per ottenere risultati rapidi e definitivi basta fidarsi delle impressioni personali e parlare con le persone giuste. Una visione che lo ha portato a dare credito alle rassicurazioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu – che gli aveva prospettato uno scenario ottimistico in cui il regime di Teheran sarebbe crollato in poche settimane – più che alle valutazioni dei suoi stessi apparati di sicurezza.
Le valutazioni erano sul tavolo di Trump da settimane ed erano tutt’altro che ambigue. Secondo il direttore della Cia John Ratcliffe, l’idea di un cambio di regime era “ridicola”, per il segretario di stato Marco Rubio era una “stronzata”; il capo dello stato maggiore Dan Caine aveva avvertito che gli israeliani tendono da sempre a sovrastimare le loro capacità e a promettere risultati militari difficilmente realizzabili.
Intanto altre voci più qualificate erano state marginalizzate o rimosse. Da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca, più di 1.300 funzionari del dipartimento di stato sono stati licenziati, il consiglio di sicurezza nazionale è stato svuotato e diplomatici esperti come Nate Swanson – che aveva previsto il rischio di un pantano iraniano – sono stati messi da parte, anche sotto la pressione di figure esterne come Laura Loomer, influnecer complottista di estrema destra. Al posto di funzionari esperti, Trump ha preferito consiglieri leali, amici o parenti, come Steve Witkoff e Jared Kushner, meno inclini a contraddirlo.
L’operazione venezuelana di gennaio, che in poche ore ha permesso di rimuovere il presidente Nicolás Maduro e avere un governo amico a Caracas, ha rafforzato in Trump la convinzione di essere infallibile. Se una missione così rischiosa poteva andare liscia, perché non avrebbe dovuto funzionare anche in Iran? Così quel particolare “successo” è diventato la lente attraverso cui gestire ogni crisi internazionale, con un misto di audacia militare e intuito personale.
Trump avrebbe dovuto sapere – perché gliel’avevano detto chiaramente – che il regime iraniano era molto più solido di quello venezuelano, e che avrebbe retto l’urto iniziale per poi contrattaccare, colpendo gli alleati statunitensi nel Golfo e soprattutto usando lo stretto di Hormuz come leva strategica. Ma anche in questo caso ha sentito solo le voci che assecondavano i suoi istinti più aggressivi, mettendosi da solo in una posizione in cui non c’erano buone opzioni. Su Hormuz ha dato retta alle rassicurazioni irrealistiche degli israeliani, secondo cui i bombardamenti sarebbero stati così devastanti da rendere vano qualsiasi tentativo iraniano di bloccare lo stretto. E alla fine, ormai con le spalle al muro, ha dovuto accettare un cessate il fuoco e trattative con quei leader che giorni prima aveva chiamato “pazzi bastardi”.
Per quanto si sforzi, la Casa Bianca sta facendo molta fatica a presentare gli ultimi sviluppi come una vittoria, anche per l’apparente dilettantismo con cui ha gestito i passaggi per mettere fine alle ostilità. Israele, irritato dalla frenesia con cui Trump cerca una via d’uscita, ha inasprito i bombardamenti sul Libano, cosa che ha convinto l’Iran a tenere chiuso lo stretto di Hormuz, di fatto impedendo al cessate il fuoco di entrare in vigore giorni dopo che era stato proclamato. E in ogni caso si è capito presto che la tregua è stata annunciata senza che ci fosse un vero piano su cui negoziare, se non quello basato sulle richieste degli iraniani e che gli Stati Uniti non possono accettare: stop agli attacchi, risarcimenti a Teheran per i danni subiti, fine delle sanzioni, nessuna concessione sul nucleare e pedaggi per passare lo stretto di Hormuz.
A ulteriore dimostrazione di come le minacce estreme di Trump tradissero un senso di impotenza e il bisogno di trovare in fretta una via d’uscita.
Tutto questo pesa sui negoziati. Il regime iraniano non solo è sopravvissuto, ma esce anche rafforzato, più intransigente e militarizzato di prima. Alla guida del paese c’è ora un leader molto più giovane, Teheran mantiene la capacità di lanciare droni nella regione e può provare a ricostruire il suo arsenale missilistico. Soprattutto, ha ottenuto qualcosa che non aveva mai avuto in decenni di confronto con gli Stati Uniti: un controllo di fatto dello stretto di Hormuz, snodo cruciale per l’energia globale e per catene produttive strategiche. Avendo imparato a usare l’energia come arma, probabilmente l’Iran non ha nemmeno bisogno di un’arma nucleare per esercitare pressione, pur continuando a disporre di significative scorte di uranio arricchito.
Anche il fattore tempo favorisce gli iraniani più degli Stati Uniti. Con l’apertura dei negoziati, Trump ha bisogno di arrivare rapidamente a un risultato, di poter rivendicare un successo prima che il conflitto torni a impantanarsi e lo costringa a scegliere di nuovo tra escalation (quindi un conflitto militare e un caos economico devastanti) e ritiro con la coda tra le gambe (cioè con un Iran più ricco e potente). Gli iraniani, indeboliti dai bombardamenti delle ultime settimane, non possono permettersi di combattere a oltranza, ma hanno dimostrato di poter sopportare la devastazione causata dagli attacchi israeliani e americani più di quando Trump possa sopportare le conseguenze economiche e politiche di una guerra prolungata.
Come era prevedibile, la prima giornata di negoziati non ha portato a nulla. Dopo 21 ore ininterrotte di trattative, la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente JD Vance ha lasciato il Pakistan senza aver trovato un accordo. Le posizioni sono distanti soprattutto sul controllo di Hormuz e sul programma nucleare iraniano.
[Fonte: Internazionale; Foto: HDBlog]



