Trump-Europa: abisso transatlantico

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Trump si scaglia contro gli alleati: tra accuse, minacce di un ritiro dalla Nato e tensioni su Hormuz, la guerra nel Golfo mette a nudo la crisi nei rapporti transatlantici. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

A oltre un mese dall’inizio della guerra all’Iran, le capitali del Medio Oriente soggette ai bombardamenti non sono le uniche vittime del conflitto: se non sul piano materiale, almeno su quello diplomatico le relazioni transatlantiche, che pure hanno conosciuto alti e bassi nel corso della loro lunga storia, vivono forse il momento peggiore di sempre. Al linguaggio felpato di diplomatici e leader europei, che si sforzano di ripetere come tra le due sponde dell’Atlantico nulla sia cambiato, si contrappongono le invettive sempre più dure e sfrontate del presidente Donald Trump. Il quale, ancora una volta, sul suo social Truth ha accusato gli alleati di non averlo sostenuto nel conflitto e detto ai governi preoccupati per i prezzi del carburante di “andarsi a procurare il petrolio da soli”. “Fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo. Dovrete imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi”, ha scritto il tycoon, aggiungendo che una volta chiuse le ostilità con Teheran la responsabilità di mantenere aperto lo stretto di Hormuz spetterà ai Paesi che ne dipendono. “Non è compito nostro…sarà compito di chiunque utilizzi lo stretto”. Parole che sembrano confermare quanto rivelato nei giorni scorsi dal Wall Street Journal, secondo cui il presidente americano avrebbe confidato in più di un’occasione ai suoi consiglieri di voler porre fine alle ostilità contro Teheran anche senza ottenere la riapertura dello Stretto da cui passa oltre un quinto del petrolio e del gas naturale mondiale.

Usa e Ue ai ferri corti?

Che gli europei guardassero alla guerra contro Teheran come a un disastro da evitare non è un segreto per nessuno. Come pure il fatto che, fin dalle prime ore, abbiano iniziato manovre volte a evitare ogni coinvolgimento in un conflitto considerato illegale dal punto di vista del diritto internazionale e controproducente per i loro interessi. Il primo a rompere le righe è stato Pedro Sanchez. Il leader spagnolo ha accusato Trump di aver scatenato un conflitto dalle conseguenze imprevedibili, negando agli Stati Uniti l’uso delle basi Nato e del suo spazio aereo per la guerra. Se gli altri leader europei non sono stati altrettanto diretti, nessuno tuttavia ha colto l’invito del tycoon ad assistere gli Usa nel Golfo. Man mano che la guerra proseguiva, e l’opinione pubblica europea si mostrava sempre più contraria, timidi segnali di reazione hanno cominciato a manifestarsi: la Francia ha bloccato il transito di aerei carichi di rifornimenti militari diretti in Israele, mentre l’Italia ha negato all’ultimo minuto il permesso di atterraggio in Sicilia ai bombardieri statunitensi. Il Regno Unito, dal canto suo, ha permesso agli Usa di utilizzare le sue basi per una guerra che il governo di Londra ha definito “illegale”, ricevendo comunque un pubblico biasimo da Trump.

Trump sta fallendo?

Se c’è una cosa che la frustrazione di Trump nei confronti degli europei rivela, è il fatto che la strategia del tycoon non sta dando i frutti sperati e che Washington si trova in una situazione da cui è difficile uscire: Ie minacce del presidente di “obliterare” la Repubblica Islamica non stanno scalfendo i resti del regime iraniano, mentre quest’ultimo a sua volta sta dimostrando di saper fare buon uso dei suoi asset. Se gli Usa non opteranno per un intervento di terra, un’opzione ad altissimo rischio, potrebbero dover essere costretti a un umiliante patteggiamento. Secondo Axios Cina e Pakistan hanno presentato una nuova iniziativa per porre fine alla guerra, che includerebbe un cessate il fuoco in cambio della riapertura dello Stretto. A fare la differenza, per Teheran, sarebbero le garanzie poste da Pechino che si affermerebbe come il vero deal-maker della trattativa. Certo Trump dissimulerebbe, presentando l’accordo come una vittoria ‘assoluta’ ma il mondo è pronto a giudicarlo al di là della sua roboante retorica. “Proprio come la Cina ha scoperto l’anno scorso con le terre rare, l’Iran ha trovato una presa letale sui mercati globali” in grado di indurre Trump “a fare Taco” osserva Edward Luce sul Financial Times, aggiungendo che “anche se dichiarasse una vittoria unilaterale nel Golfo, l’Iran sa ormai di avere più influenza di lui sull’inflazione statunitense”.

Via dalla Nato?

Al di là dell’Iran, la crisi transatlantica rivela una spaccatura sempre più profonda. Negli ultimi 15 mesi, dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump si è comportato in modo sprezzante nei confronti di coloro che fanno sempre più fatica a definirsi suoi alleati che ne hanno subito le intemperie per non compromettere quel che resta del sostegno americano all’Ucraina o la coesione della Nato. Anche questo ultimo baluardo, però, sembra stia per crollare: rispondendo alla domanda di un giornalista del Telegraph, il presidente Usa si è spinto oltre le consuete critiche, chiarendo senza mezzi termini di stare “seriamente valutando” il ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica. “Non sono mai stato convinto dalla Nato. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e lo sa anche Putin”. Gli occhi di tutti, perciò, sono puntati sullo Studio Ovale, dove Trump terrà questa sera un discorso in prima serata sull’Iran, il primo dall’inizio della guerra. L’ipotesi più accreditata è che annunci un accordo formale con l’Iran o un graduale ritiro degli Stati Uniti dichiarando che Washington ha raggiunto i suoi obiettivi. Quanto agli alleati, Trump ha annunciato che esprimerà il suo “disgusto” per la Nato. Per l’asse transatlantico è giunto il momento della verità? Se così non fosse, l’impressione è che non bisognerà aspettare molto.

Il commento di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po

“Torna ad attaccare la Nato e gli alleati europei, Donald Trump. Prospettando uscite dall’alleanza in realtà impossibili a realizzarsi, ché dovrebbero essere ratificate da una maggioranza dei due terzi del Senato. E minacciando un ben più realistico disimpegno statunitense che svuoterebbe la Nato di senso e capacità. Sullo sfondo agiscono sia la visione imperiale di Trump sia un antieuropeismo, se non una vera e propria eurofobia, ormai sempre più diffusi e condivisi tra l’elettorato di destra negli Usa. In virtù dei quali l’Europa costituisce al meglio interlocutore subalterno, se non vera e propria colonia di Washington, e al peggio un nemico politico e ideologico”.

[Fonte e Foto: ISPI]