Trump, scontro con il Vaticano?

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Il dissidio fra Trump e Leone XIV è il sintomo di una frattura più profonda tra due visioni del mondo e del potere, con possibili ricadute sugli equilibri politici e culturali negli Stati Uniti. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

Che Donald Trump non fosse un fan dei successori al soglio di Pietro era cosa nota dai tempi del confronto con Papa Francesco. Ma l’attacco, diretto e sprezzante, nei confronti di Leone XIV non ha precedenti nella storia delle relazioni Usa con il Vaticano. “Leone dovrebbe essermi grato”, ha scritto Trump in un lungo sfogo notturno su Truth: “Non era su nessuna lista per diventare Papa, è stato messo lì dalla Chiesa solo perché è americano, e pensavano che questo sarebbe stato il miglior modo di rapportarsi con me”. E ancora: “È debole con il crimine, vicino alla sinistra radicale, dovrebbe concentrarsi sul fare il Papa, non il politico”. Un affondo durissimo che arriva dopo una Settimana Santa costellata da minacce costanti contro la popolazione iraniana, e rivolto contro il Papa che aveva denunciato a più riprese la follia della guerra. “Non ho paura dell’amministrazione Trump, né di parlare del messaggio del Vangelo”, ha replicato ai giornalisti il Pontefice mentre era in volo per l’Algeria, e ha aggiunto di non avere intenzione di discutere con Trump “il messaggio della chiesa, il mio messaggio, quello del Vangelo: beati sono i costruttori di pace”. Già nelle ultime settimane il Pontefice aveva denunciato la “smania di onnipotenza” di certi leader, aggiungendo: “Troppe persone soffrono oggi nel mondo. Troppe persone innocenti vengono uccise. E penso che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è un mondo migliore”. Dallo Studio Ovale, Trump ha rincarato la dose: “Non c’è nulla di cui scusarsi – ha detto – il Papa ha torto”.

Escalation pericolosa?

L’attacco frontale di Trump a Leone XIV è l’ultima escalation di un conflitto con la Santa sede che va avanti da tempo, ma che rischia di alienargli un segmento di elettorato, quello cattolico, sconcertato oltre che dalle invettive, anche dal post – di poco successivo – pubblicato da Trump su Truth Social (il cui nome stesso è ironico, ha osservato Leone): un’immagine realizzata con l’intelligenza artificiale in cui il presidente veste gli abiti di Gesù e guarisce un malato, circondato da simboli “patriottici”: bandiera a stelle e strisce, soldati, aquile calve. Il post aveva suscitato talmente tante critiche che Trump l’ha successivamente cancellato, denunciando un malinteso e affermando che lo raffigurava come un medico e non nei panni del Messia. Una precisazione che non ha convinto molti: “Non conosco molti medici con le mani luminose”, ha ironizzato padre James Martin, un prete gesuita intervistato da CNN. L’azzardo, comunque, potrebbe costargli caro. Secondo i sondaggi, i cattolici rappresentano circa un quinto degli elettori americani. Nel 2024, Trump aveva vinto nettamente il loro sostegno con un ampio margine, compreso tra i 10 e i 20 punti: apparentemente la percentuale più alta registrata da un candidato presidenziale negli ultimi decenni. Quel margine è letteralmente crollato negli ultimi mesi. Il dato è particolarmente interessante poiché i cattolici rappresentano una quota dell’elettorato sufficiente a poter decidere le elezioni più combattute.

Il culto di Trump?

Eppure, la storia recente suggerisce cautela. Trump ha più volte dimostrato una capacità fuori norma di ribaltare dinamiche che, per qualunque altro politico, sarebbero state fatali. Dalla costruzione di un’identità ‘popolare’ nonostante un profilo elitario da tycoon miliardario, al consenso nella destra religiosa pur essendo lui l’emblema del contrasto con i valori tradizionali, fino alla narrazione delle elezioni “rubate” da Joe Biden e al ritorno politico dopo il 6 gennaio: ogni passaggio ha rafforzato, più che indebolire, il suo rapporto con una parte dell’elettorato. Quello per Trump appare in alcuni aspetti più un culto, che un movimento politico, in cui buona parte dei suoi sostenitori è convinto che il presidente sia stato ‘scelto da Dio’, e tende a giustificarne le contraddizioni comunque e sempre. Stavolta, però, potrebbe essere diverso: un conto è sfidare avversari politici o istituzioni interne, un altro entrare in rotta di collisione con un’autorità religiosa globale, incarnata per di più dal primo Papa statunitense della storia, che gode di un consenso ampio anche negli Stati Uniti mentre lo stesso Trump, al contrario, si trova in un momento di crisi politica, con indici di gradimento che in alcuni sondaggi recenti scendono sotto il 30%. Di certo la vicenda preoccupa i repubblicani e imbarazza l’amministrazione: Vance, convertito al cattolicesimo nel 2019, ha dichiarato a Fox News che la foto pubblicata da Trump era “uno scherzo” e che “sarebbe meglio per il Vaticano attenersi alle questioni morali”. Marco Rubio, Segretario di Stato e cattolico, è rimasto in silenzio.

Due visioni del mondo?

In questo scontro frontale tra Trump e il Vaticano, la guerra in Iran non è l’unico motivo di attrito. Dal Venezuela alle politiche migratorie, dal rapporto con l’Europa alla tenuta delle istituzioni multilaterali, le distanze sono profonde e sistemiche. Non a caso, in un anno e mezzo, l’attuale amministrazione è riuscita a ricompattare i vescovi americani, storicamente divisi tra progressisti e conservatorischieratisi come un sol uomo dietro il Vaticano. Parallelamente emerge un altro livello di lettura, meno visibile ma rilevante: il ruolo di una parte dell’élite tecnologica che orbita attorno a Trump. Figure come Peter Thiel, tra i primi sostenitori del presidente e mentore del vicepresidente JD Vance, sbarcato poche settimane fa a Roma portando con sé la sua visione ideologica che intreccia tecnologia, politica e suggestioni escatologiche. Nei suoi incontri a porte chiuse ha sostenuto che l’Anticristo cercherà di rallentare il progresso tecnologico, imbrigliando l’innovazione umana con regolamenti e vincoli morali. Non a caso Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, ha pubblicato diversi articoli che mettono in guardia dalla minaccia rappresentata dalla sua visione apocalittica definendolo un “agente del caos”. In questo contesto, lo scontro fra Trump e Leone XIV assume una dimensione diversa. Non è più un episodio isolato, ma il riflesso di due visioni del mondo che difficilmente possono convivere: da un lato quella che si legittima nella forza, nell’identità e nella promessa di redenzione terrena; dall’altro un’idea di potere che si misura nel limite, nella mediazione e nella responsabilità morale. Leone XIV ha declinato l’invito della Casa Bianca per le celebrazioni dei 250esimo anniversario della Repubblica e con ogni probabilità eviterà viaggi negli Usa durante la campagna elettorale. Ma il suo magistero, ancorato al diritto e al limite etico del potere, aleggia ugualmente sul voto di novembre. 

Il commento di Gianluca Pastori, ISPI Senior Associate Research Fellow

“Gli attacchi del tutto irrituali di Trump e Vance a Papa Leone XIV sono un segno delle divisioni e delle contraddizioni che attraversano oggi il mondo cattolico statunitense. Negli anni scorsi, una parte di questo mondo si è avvicinata molto alle posizioni dell’amministrazione, soprattutto sui temi etici; tuttavia, la Casa Bianca sembra fare fatica a inquadrare le sue richieste nella propria agenda politica. I recenti irrigidimenti delle gerarchie episcopali confermano la crescente disaffezione dei cattolici USA nei confronti del Presidente, una disaffezione che il suo avventurismo militare ha contribuito ad alimentare. Su questo sfondo, gli attacchi di Trump e Vance suonano come il tentativo della Casa Bianca da una parte di ‘uscire dall’angolo’ in cui si è venuta a trovare rispetto a una fetta importante della sua constituency, dall’altra di riaffermare la propria posizione agli occhi della parte più ‘dura’ della sua base di consenso, attingendo anche al bagaglio di diffidenza con cui questo segmento dell’opinione pubblica continua a guardare a quello che sarebbe il tiepido patriottismo del cattolici ‘a stelle e strisce’ e la loro ‘doppia lealtà’ verso il Romano pontefice”.

[Fonte e Foto: ISPI]