Rohingya: “è come se le loro vite non contassero”

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Molti sono scomparsi in mare, ma l’ultima tragedia in barca mette in luce l’indifferenza dell’ASEAN. Ne riferisce Joseph Masilamany su Uca News.

Il mare custodisce bene i suoi segreti. Un’altra imbarcazione è affondata di recente al largo delle coste tra Malaysia e Thailandia, inghiottendo vite e speranze. Le autorità malesi e thailandesi continuano a contare sopravvissuti e morti, con 27 vittime e decine di dispersi finora, eppure il crescente numero delle vittime solleva interrogativi senza risposta che la regione si rifiuta di affrontare.

Apolidi nella loro stessa patria, vengono cacciati dal Rakhine, evitati dai vicini e ignorati da coloro che parlano di “armonia regionale” nelle sale diplomatiche rivestite di marmo.

Il Myanmar, un paese a maggioranza buddista, continua a negare gli abusi contro i musulmani Rohingya, sostenendo che siano immigrati clandestini provenienti dall’Asia meridionale. Eppure migliaia di persone fuggono dagli scontri tra milizie etniche e le forze della giunta militare al potere, cercando sicurezza lontano dalla loro patria, spesso a costo della vita.

Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), oltre 5.300 Rohingya hanno tentato di fuggire dal Myanmar e dal Bangladesh in barca tra gennaio e inizio novembre di quest’anno.

Più di 600 persone sono state dichiarate morte o disperse. Entrambe le agenzie hanno chiesto una maggiore cooperazione internazionale e una soluzione politica in Myanmar per affrontare le cause profonde degli sfollamenti forzati, avvertendo: “Finché non saranno risolte le cause profonde degli sfollamenti forzati in Myanmar, i rifugiati continueranno a intraprendere viaggi pericolosi in cerca di sicurezza”.

La recente tragedia al largo di Koh Tarutao, in Thailandia, non è stata un episodio isolato. Ogni settimana, nelle acque del Sud-est asiatico, si vedono imbarcazioni sovraccariche e inadatte alla navigazione, con famiglie stipate tra speranza e paura. Le madri stringono i figli. I bambini si aggrappano ai tronchi alla deriva. I padri fissano l’orizzonte con sguardo assente, portando con sé sogni che probabilmente non si realizzeranno mai.

Ogni vita persa è un atto d’accusa morale nei confronti di una regione che afferma di dare valore alla prosperità, al commercio e al turismo, ma non riesce a proteggere i più vulnerabili.

ASEAN: un fallimento morale

A ogni vertice dell’ASEAN, il silenzio è assordante. L’agenda si sposta rapidamente dal commercio alla tecnologia, ma mai alla dignità umana. Nessun comunicato congiunto ha osato chiamare questa crisi con il suo nome: un fallimento morale. I rifugiati vengono considerati in termini statistici, non come persone. Se ne parla come di una “questione di confine” piuttosto che come un obbligo umanitario. È come se le loro vite non contassero.

Eppure contano. Ogni bambino annegato, ogni madre aggrappata a una tavola di legno, ogni tomba senza nome lungo la costa: ognuno di essi è un rimprovero a una regione che si vanta della “prosperità condivisa” ignorando l’umanità condivisa.

Con l’avvicinarsi del 16 novembre, Giornata Mondiale dei Poveri, ci viene in mente il messaggio duraturo di Papa Francesco: “I poveri non sono un problema da risolvere, ma fratelli e sorelle da accogliere”.

Durante il suo pontificato, ha invitato tutti i cristiani, le strutture sociali e le istituzioni ad andare oltre la pietà o la compassione passeggera, sollecitando presenza, ascolto e azioni concrete.

I Rohingya, i migranti, i rifugiati: non sono statistiche. Sono nostri fratelli e sorelle. Ignorarli significa privarci della verità più profonda del Vangelo: che Dio si identifica con i poveri, gli sfollati, i dimenticati.

Malaysia, Indonesia, Thailandia e altri stati confinanti non possono continuare a trattare questo come un problema altrui. La protezione dei rifugiati deve diventare una responsabilità regionale collettiva, con corridoi sicuri, meccanismi di asilo e risposte di soccorso coordinate. La non interferenza nel genocidio è complicità. L’opportunismo politico non può prevalere sull’obbligo morale.

Ogni giorno che passa senza un’azione decisa, il mare inghiotte altre vite – e con esse, la nostra coscienza.

È allettante considerare queste tragedie come notizie lontane, facili da scorrere sui social media. Ma ogni statistica nasconde una storia: un padre che ha promesso un’istruzione ai suoi figli, una madre che sussurrava preghiere nel buio, un ragazzo che sognava di giocare a cricket, una ragazza che immaginava una scuola che non sarebbe mai esistita. Queste non sono masse senza volto.

Questi sono i nostri fratelli e sorelle, l’incarnazione vivente della chiamata di Cristo ad amare lo straniero, il prossimo, il povero.

La crisi dei Rohingya è più di un dilemma regionale. È una cartina di tornasole morale per l’umanità stessa. Il mare può reclamare i loro corpi, ma la nostra inazione reclama le nostre anime.

Le voci regionali e internazionali dovrebbero levarsi per far sì che l’ASEAN affronti i fallimenti strutturali che costringono le persone in acque insidiose, e che i governi considerino i Rohingya come esseri umani piuttosto che come un inconveniente.

La Giornata Mondiale dei Poveri non è semplicemente un giorno sul calendario; è un appello. Un appello a vedere un bambino annegato non come una statistica, ma come Cristo travestito. Un appello ad ascoltare il grido di madri, padri e figli che non chiedono carità, ma giustizia e protezione.

Le acque che inghiottono i Rohingya sono specchi che riflettono la profondità della nostra indifferenza: “Salvami, o Dio, perché le acque mi sono arrivate al collo”. — Salmo 69:1

Finché l’ASEAN non agirà, finché i governi non riconosceranno il loro dovere morale, finché i potenti non smetteranno di nascondersi dietro la dottrina della non interferenza, il mare continuerà a inghiottire i dimenticati.

E il nostro silenzio? Continuerà a santificare le onde.

[Fonte: Uca News (nostra traduzione); Foto: Human Rights Watch]