
Tibet: darsi fuoco per protesta, contro l’identità nazionale creata a tavolino

Nel tardo pomeriggio di giovedì scorso, a New York, un uomo con in mano una bandiera del Tibet ha raggiunto i pressi del Palazzo di vetro, la sede delle Nazioni Unite, e si è dato fuoco. Lobga Rangzen è morto poco dopo sull’ambulanza che lo stava portando all’ospedale. Era un tibetano in esilio e faceva l’autista di Uber. Attivo sostenitore della causa per l’indipendenza del Tibet dalla Cina, prima del gesto estremo l’uomo aveva postato su Facebook un video in cui incitava i compagni della diaspora a battersi contro le misure repressive di Pechino nei confronti della minoranza tibetana e, in ultima istanza, per la libertà e l’indipendenza.
Poche ore prima, in Cina – spiega Junko Terao sulla Newsletter di Internazionale -, era entrata in vigore una nuova legge sull’unità etnica, approvata lo scorso marzo per creare “un’identità nazionale condivisa” tra i 56 gruppi etnici riconosciuti ufficialmente nel paese, quello han, il maggioritario, e le varie minoranze. La maggior parte è stata ammansita e in qualche modo assimilata riducendo a mero folklore i loro usi e costumi tradizionali. Mentre per i due gruppi più numerosi – i circa 11 milioni di uiguri e i sette milioni di tibetani – la realtà è molto diversa. La legge, duramente criticata da attivisti e governi stranieri perché accusata di mascherare nuovi strumenti di limitazione e repressione delle libertà dei cittadini, impone l’insegnamento del mandarino a tutti i bambini prima della scuola dell’infanzia fino alla fine delle superiori. Il mandarino è già la lingua principale di insegnamento nelle regioni abitate dalle minoranze etniche, ma la nuova legge stabilisce sostanzialmente che le lingue delle minoranze non possono essere la lingua principale di insegnamento a livello nazionale.
Creare a tavolino un’identità nazionale, soprattutto se lo si deve fare con la forza, non è facile e la legge chiama tutti gli enti e le organizzazioni pubbliche e private a collaborare per “forgiare una coscienza comune della nazione cinese”. Per i governo tibetano in esilio – nome ufficiale Central tibetan administration – con sede a Dharamsala, in India, “anche se la Cina presenta questa legge come uno strumento per promuovere ‘l’armonia sociale e l’unità nazionale’, in realtà codifica politiche di assimilazione forzata. Insieme alle misure già in atto – tra cui l’espansione dei collegi coloniali gestiti dallo stato e altre politiche che incidono sulla lingua, la religione, l’istruzione e gli stili di vita tradizionali tibetani – questa legge suscita gravi preoccupazioni per la sopravvivenza a lungo termine dell’identità tibetana”.
L’aspetto che più preoccupa e che ha suscitato critiche è la minaccia di raggiungere anche oltre i confini nazionali chiunque “metta a rischio l’unità etnica e il progresso o inciti al separatismo etnico”. Per Pechino si tratta di una prerogativa legittima di qualunque stato, mentre secondo alcuni analisti intervistati dal South China Morning Post – storico quotidiano di Hong Kong sempre più filocinese – la legge stabilisce un nuovo quadro normativo “per contrastare l’influenza ideologica occidentale” e fornire un mandato legale per l’assimilazione delle minoranze. La clausola in questione, sostiene per esempio Peter T.C. Chang, ricercatore della Malaysia-China Friendship Association, è in realtà solo un deterrente. Senza la collaborazione delle autorità straniere, sarà difficile metterla in pratica. Quello che stabilisce è che il cosiddetto separatismo etnico non sarà più trattato come una questione puramente domestica.
Lobga Rangzen ha percepito la nuova legge come l’ennesima violenza inflitta al suo popolo. L’autoimmolazione come atto estremo di protesta è stato scelto da almeno 150 tibetani tra il 2009 e il 2022, stando alla Campagna internazionale per il Tibet. In dieci casi, a darsi fuoco sono stati membri della diaspora. “Un’epidemia” di cui nel 2020 ha parlato la giornalista Barbara Demick nel suo I mangiatori di Buddha (Iperborea). In quel libro Demick si era concentrata sulla storia della resistenza tibetana in Cina, e l’aveva fatto attraverso le storie di varie persone legate a Ngaba. La città, nell’omonima prefettura della provincia del Sichuan, è una “spina nel fianco di Pechino fin dagli anni trenta”, racconta Demick, quando i soldati tibetani furono i primi a cercare di arginare l’avanzata comunista durante la lunga marcia. Oggi Ngaba, teatro negli anni di violente proteste anticinesi e pesantemente militarizzata, è conosciuta come la “capitale delle autoimmolazioni”. Fu nella strada principale della città che nel 2009 un monaco buddista si cosparse di benzina e si diede fuoco chiedendo il ritorno del Dalai Lama, che dal 1959 si trova in esilio in India. A quella protesta è poi seguita una lunga serie, che è arrivata fino a New York.
[Fonte: Internazionale; Foto: YouTube/Voice of Tibet]



