Cecenia e Nagorno-Karabakh: il Caucaso, crocevia del mondo russo

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La malattia di Kadirov e il colpo di mano dell'azero Aliev che spazza via l'enclave armena hanno dominato la settimana. Mentre Baku fa pesare in Europa la forza acquisita a spese di Mosca nel mercato del gas, il Cremlino lascia fare accusando gli armeni di aver troppo flirtato con gli occidentali. Cercando di non perdere dopo l'Ucraina anche il Caucaso, il suo “lato mediorientale”. Ne parla, in un'analisi per AsiaNews, don Stefano Caprio, grande conoscitore della cultura e della storia russe, ex missionario, docente al Pontificio Istituto Orientale di Roma.

In questa settimana si sono sovrapposte due circostanze apparentemente minori, rispetto alla tragedia della guerra in Ucraina che ha occupato gli interessi di tutti i politici e i mezzi d’informazione durante l’Assemblea generale dell’Onu. Si tratta di questioni caucasiche, la malattia del capo ceceno Ramzan Kadyrov e la guerra contro gli armeni del capo azero Ilham Aliev, relative quindi a una “terra di mezzo” tra Europa e Asia i cui confini, geografici e spirituali, sono da sempre piuttosto aleatori, come del resto si può dire in generale per tutte le dimensioni di confronto tra i due continenti, di cui solo la Russia è parte equivalente.

Due guerre sono scoppiate nel Caucaso subito dopo la fine dell’Urss ormai più di trent’anni fa, la guerra civile cecena e la guerra tra azeri e armeni, e le loro conseguenze continuano a farsi sentire sullo sfondo dell’invasione dell’Ucraina. La principale, e la più terribile, fu quella tra russi e ceceni, durata molto a lungo e con conseguenze devastanti, che ha segnato più di tutte l’ascesa di Vladimir Putin al potere di Mosca. L’oscuro capo dell’Fsb (Kgb) fu chiamato proprio per risolvere l’intricato problema di Groznyj, la capitale della Cecenia rasa al suolo dalle truppe russe, che intendeva guidare anche la vicina Inguscezia in una nuova formazione statale, quella della Ičkeria indipendente. Putin riuscì a trovare la soluzione dopo anni di stragi, insieme a uno dei più valorosi comandanti ceceni, il gran muftì Akhmad Kadyrov, da lui messo a capo della repubblica di Cecenia all’interno della Federazione russa, e poi saltato in aria con tutta la tribuna delle autorità dello stadio Sultan Bilimčanov di Groznyj, durante la parata per la Vittoria del 9 maggio 2004.

I responsabili dell’attentato erano i terroristi indipendentisti e radicali islamici, guidati da Šamil Basaev, che fu a lungo braccato sulle montagne cecene dal figlio di Kadyrov, Ramzan, divenuto primo ministro reggente e quindi presidente di Groznyj. Basaev morì in circostanze piuttosto misteriose il 10 luglio 2006, in quella che sembrava un’operazione preventiva dell’esercito russo durante il summit del G8 di San Pietroburgo, forse uno degli ultimi tentativi della Russia di trovare il suo posto tra i grandi della Terra. Kadyrov-padre fu solennemente sepolto nella Moschea cattedrale di Groznyj, e a lui sono intitolate strade e monumenti come grande padre della Patria russa e cecena insieme; Kadyrov-figlio, che Akhmad voleva tenere lontano dal potere per le sue tendenze violente e incontrollabili, regna da allora incontrastato sulla Cecenia, in totale sintonia con il capo del Cremlino.

Ed ecco che proprio nella fase più critica della guerra in Ucraina, dopo un’estate tormentata dalla rivolta e infine dalla morte di Evgenij Prigožin, il “cuoco amico” che stava mettendo in crisi l’autorità di Putin, le condizioni di salute di Ramzan Kadyrov sono peggiorate al punto da farlo ritenere già morto da alcuni, mentre pare sia in stato di coma farmacologico in una clinica di Mosca. Anche Kadyrov criticava i vertici della difesa russa per debolezze e cedimenti nei confronti degli ucraini, contro cui egli aveva schierato fin dall’inizio i suoi feroci kadyrovtsy, che insieme ai “musicisti” della compagnia Wagner costituivano “l’esercito alternativo” che permetteva a Putin di giocare sia le carte dell’aggressione feroce, sia quelle della lunga guerra di posizione.

Il mistero sulle condizioni di Kadyrov entra quindi nella lunga e variopinta narrazione dei tanti nemici o ex-amici di Putin (o anche amici ancora in carica) che per vari motivi creano disagi al padrino del Cremlino e vengono eliminati, o comunque messi da parte, con manovre difficili da decifrare. In alcuni casi si tratta di azioni clamorose come l’esplosione dell’aereo di Prigožin (sempre ammesso che non si trattasse di una sceneggiata), in molti altri casi si usano mezzi più maligni come i vari veleni messi a punto dagli specialisti dell’Fsb, come nel caso di Aleksej Naval’nyj e tanti altri, e come sembra anche di Ramzan Kadyrov. Il capo ceceno ha cominciato a soffrire di gravi problemi renali dallo scorso aprile, e pare sia anche stato operato ad Abu Dhabi; si rincorrono le voci sui medici che lo starebbero curando, insieme a quelli brutalmente eliminati come inetti o traditori. Kadyrov e Putin fanno girare video in cui se la ridono alle spalle di tutti, ma l’autenticità di queste immagini sembra pari a quella del cadavere carbonizzato di Prigožin, e forse non si saprà mai tutta la verità in entrambi i casi.

Di sicuro, due figure come il “cuoco pietroburghese” e il “macellaio ceceno” dovevano uscire di scena prima del 2024, quando la rielezione di Putin dovrà celebrare lo zar vittorioso su tutti i nemici dell’Occidente depravato, e le voci critiche sull’efficacia delle sue guerre non saranno minimamente tollerate. I nemici interni di Putin non sono infatti i pacifisti, in via di estinzione in Russia, ma i veri guerrafondai, a cui non interessano le “vittorie metafisiche” incensate dal patriarca Kirill, ma le conquiste di territori produttivi per gli affari, e il dominio su vaste zone a tutte le latitudini.

Ed ecco ora che un altro “amico” di eredità sovietica potrebbe inficiare la glorificazione di Putin, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliev (figlio del primo presidente Gejdar), che ha deciso dopo lunghi tira e molla con russi e armeni (ma anche con americani e francesi) di chiudere definitivamente la questione del Nagorno Karabakh, altro conflitto risalente alla fine dell’Unione Sovietica. Nel Caucaso meridionale, che non fa parte della Federazione russa, la confusione geografica, culturale, religiosa e politica è la principale caratteristica, ancor più della metà settentrionale della regione; e nel caso della guerra tra azeri e armeni assume anche dimensioni epocali, quelle dello scontro plurisecolare tra cristiani e musulmani. Come per altre tensioni delle aree ex-sovietiche, quelle dell’Asia centrale o dei popoli minori della stessa Federazione russa, la guerra in Ucraina ha rinfocolato le ambizioni degli uni o degli altri, e la Russia putiniana sta cedendo gran parte della sua autorità e del suo controllo, non potendo sostenere tutti i fronti aperti e condizionare tutte le evoluzioni politiche.

L’Azerbaigian è un prodotto di tante sovrapposizioni della storia tra Europa e Asia, eredi dei Selgiuchidi e governati dai Savafidi fino ai tempi moderni, per poi suddividersi in tanti khanati estremamente instabili e relativamente autonomi, che controllavano molte rotte commerciali internazionali tra l’Asia e l’Occidente. Inglobato nell’Unione Sovietica dopo la rivoluzione e la guerra civile dagli anni Venti, appena crollato l’impero sovietico si è ritrovato a fare i conti con le divisioni interne, la più grave delle quali fu appunto la proclamazione dell’indipendenza del Nagorno Karabakh, a cui in questi giorni sembra sia stata posta fine. La guerra scoppiata nel 1994, e mai risolta da alcun trattato, è stata ripresa a fine 2020, con la “guerra dei quaranta giorni” (dal 27 settembre al 10 novembre) che ha permesso agli azeri di riprendersi 5 città, 4 centri minori e circa 240 villaggi, nei sette distretti di quello che gli armeni continuano a chiamare Artsakh, il Karabakh nella loro lingua. Con le azioni dei giorni scorsi tutta la zona è stata messa sotto il controllo di Baku, compresa la capitale Stepanakert, anche se ci vorrà tempo per risolvere fino in fondo la “reintegrazione” degli armeni del Nagorno Karabakh nello Stato dell’Azerbaigian.

Le conseguenze per la Russia sono imprevedibili, per le tante variabili in gioco in questa zona. Gli armeni sono tradizionalmente molto legati ai russi, che li salvarono ai tempi del genocidio turco, costituendo con la repubblica sovietica di Erevan un sicuro rifugio dalla totale distruzione e dispersione dell’antico popolo monofisita, il primo a creare uno Stato cristiano ancora prima dell’imperatore Costantino. Gli azeri sono turanici sciiti, che contendono all’Iran una buona parte di territorio in cui vivono i loro connazionali, chiamato “Azerbaigian meridionale”, e si appoggiano molto sulla Turchia, altra nazione storicamente interessata dalle vicende caucasiche. Senza contare che ormai Baku sta sostituendo Mosca per una buona fetta del mercato del gas da esportare in Europa, e dal Caucaso potrebbero passare diverse altre rotte commerciali da Oriente a Occidente e viceversa, con l’occhio vigile della Cina sullo sfondo.

Il Cremlino sta di fatto coprendo le azioni di Aliev, accusando gli armeni di aver troppo flirtato con gli occidentali, cercando almeno di ottenere una sottomissione dell’Armenia anche alla Russia, oltre che all’Azerbaigian. Le “forze di interdizione” russe non hanno interdetto alcunché, non solo negli ultimi giorni, ma in tutti i due anni in cui si sono posizionate lungo i confini del Nagorno Karabakh. Dopo aver ormai perso per sempre l’Ucraina, il suo “lato europeo”, la Russia cerca di non perdere anche il Caucaso, il suo “lato mediorientale”. Ma soprattutto Putin non vuole perdere la faccia davanti al mondo intero.

(Fonte: AsiaNews - Stefano Caprio; Foto: Flickr/David Stanley)