Ancora naufragi, morti e torture in Libia. Mons. Perego: in questa Pasqua di guerra i migranti “sono i nuovi crocifissi”

Condividi l'articolo sui canali social

Le parole di mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes, dopo il nuovo naufragio a largo di Lampedusa.

Sono 19 i morti dell’ultimo naufragio a largo di Lampedusa, avvenuto nella notte tra il 31 marzo e il 1° aprile. I 58 superstiti, tra i quali alcuni in gravi condizioni, sono stati trasferiti sull’isola, all’hotspot di contrada Imbriacola.

“Ancora morti nel Mediterraneo. Ancora il Mediterraneo, in questa Pasqua di guerra, è insanguinato. Ogni settimana”. Così mons. Gian Carlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e presidente della Fondazione Migrantes, interpellato dall’agenzia Adnkronos.

“Le vittime – continua mons. Perego – sono ormai oltre 700 solo nei primi tre mesi del 2026, più del doppio dello scorso anno. E nonostante questo dramma, il Governo continua a navigare nell’indifferenza e l’Europa è sempre più disinteressata. Addirittura si fermano le navi delle Ong o le si manda a sbarcare a 1.000 miglia di distanza: un’assurdità che impedisce i soccorsi. E ai morti si uniscono le immagini e i racconti drammatici dei migranti in Libia: i nuovi crocifissi!”.

“Senza corridoi umanitari, senza soccorsi – osserva mons. Perego – la dignità delle persone in fuga è ferita. Nel frattempo, arrivano anche i nuovi profughi dalla Palestina e dall’Iran, per i quali non si è pensato un canale umanitario europeo e una protezione temporanea in Europa”.

Associazione Don Bosco 2000, “il grido di Lampedusa e dell’Egeo: non restiamo a guardare il naufragio dell’umanità”

Davanti all’ennesima tragedia che ha colpito il Mediterraneo e il Mar Egeo, costata la vita a trentasette persone, l’Associazione Don Bosco 2000 esprime profondo cordoglio e lancia un appello che non può più rimanere inascoltato.

“Quello che è accaduto a largo di Lampedusa e sulle coste turche – dichiara il presidente – non è una fatalità, ma una ferita aperta nel cuore dell’Europa”. Le immagini di un bambino di appena un anno arrivato al molo Favaloro senza la madre, salvato solo dalla solidarietà di un’altra donna, rappresentano uno schiaffo alla coscienza collettiva e interrogano profondamente sul senso di umanità della società contemporanea.

Secondo l’associazione, non è più accettabile che il freddo, l’abbandono e l’indifferenza siano la risposta a chi fugge da guerre, povertà e disperazione. Le diciannove persone morte per ipotermia su un gommone rimasto alla deriva per giorni, mentre si dichiarava l’impossibilità di intervenire, evidenziano non solo un limite operativo, ma anche un grave fallimento morale del sistema di soccorso.

Don Bosco 2000, impegnata da anni nell’accoglienza in Sicilia e nei progetti di cooperazione in Africa, ribadisce la necessità di interventi concreti e immediati. È urgente una missione europea strutturata di ricerca e soccorso in mare, che non lasci il peso degli interventi solo alla Guardia Costiera italiana e alle ONG, ma garantisca un coordinamento internazionale nel rispetto del diritto e della vita umana.

Allo stesso modo, diventa indispensabile creare canali legali e sicuri di ingresso, come corridoi umanitari e strumenti di mobilità regolare, per evitare che i viaggi della speranza si trasformino in vere e proprie condanne a morte. Infine, l’associazione richiama a una responsabilità condivisa: territori come Lampedusa e l’intera Sicilia non possono essere lasciati soli ad affrontare un’emergenza che è europea e globale.

“Oggi piangiamo diciannove vittime a Lampedusa e diciotto nell’Egeo – conclude il presidente – ma il nostro impegno continuerà ogni giorno, nelle comunità di accoglienza e nei territori più fragili, per costruire alternative alla disperazione. Alla politica chiediamo un sussulto di umanità: non possiamo permettere che il mare diventi il cimitero della nostra coscienza”.

[Foto: Ciavula]