IL LIBRO / “Crescere, la guerra”, Francesca Mannocchi e la parola poetica

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Di Antonella Palermo

In una virgola è la chiave di lettura. Quella posta nel titolo “Crescere, la guerra” (Einaudi, 2026), che crea la ferita tra un movimento di edificazione e uno, contrario, di abbattimento, deserto, polverizzazione. Una ferita che la giornalista e scrittrice Francesca Mannocchi – innumerevoli i suoi reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Yemen, Afghanistan, Ucraina, Palestina e molti altri Paesi -, esplora con lucidità, misura, precisione. Postura che l’autrice assume e continuamente chiede, ancora in questa raccolta di undici poesie, a chi legge. Documento, racconto, canto: nei testi, che ben si prestano a una mise en espace (già realizzata a teatro con il musicista Rodrigo D’Erasmo), si intrecciano le storie di Fahim, Samya, della nonna di Jenin, di persone con un nome e un volto a cui la guerra ha sparigliato l’abitare, i codici di orientamento, confuso la grammatica del quotidiano.

Sedetevi, / avvicinatevi al fuoco. Nel prologo si coglie subito quello che Vittorio Sereni ne “Gli strumenti umani” indicava come il fine della parola poetica che sta non tanto nella facoltà di comunicare, quanto in quella di accomunare. Suggerisce il recupero di un’eco che si rifà a un’oralità primigenia, dove la lingua è casa, non prigione, dove si può e deve sostare, in ascolto, con prossimità, dove mettere a fuoco non è distruzione indiscriminata, ma è scrutare meglio per capire. Aver imparato: è la frequente enunciazione dell’io lirico, coincidente con l’autrice stessa. Ed è una disposizione che conferisce un tono a tutto il libro in cui la verità non è mai possesso, conquista, pregiudizio, ma frutto di un incontro, di occhi che intersecano le traiettorie altrui, con una necessaria dose di dubbio ed empatia. C’è infatti una zona grigia della guerra dove essa, come scriveva la poetessa e giornalista austriaca Ingeborg Bachmann a cui è dedicato l’esergo,“non è più dichiarata ma proseguita”. È soprattutto qui che si deve indagare con una lente adeguata, in questa soglia a cui ci si mostra perlopiù indifferenti, dove si annida un vocabolario che imprigiona (Ogni vostro termine era un alibi. / Ogni titolo, un detergente morale. / Ogni silenzio, un permesso di uccidere.).

Che fine fa la parola nella guerra? È la domanda fondamentale che si pone Mannocchi, consapevole che essa diventa significante vuoto ogni volta in cui la si spolpa, con violenza, di un abitare, di un figlio con un nome, di una terra, sul piano delirante della propaganda o su quello semplicemente legato alla fragilità della lingua, da sola insufficiente a dire poiché serve un corpo. Allora cambia tutto (Ho capito che scrivere non è spiegare. / È lasciare che la lingua si ferisca / per fare posto all’Altro). L’avvertenza esplicita e ricorrente in questa meta-poesia è per un uso della parola mai approssimativo, cedevole a sbrigative etichettature, a meri vessilli da sbandierare: la parola non è merce da prendere o consegnare ma segno da interpellare. E la poesia, con quel più di realtà che mette in campo – ha ribadito l’autrice alla recente rassegna romana Libri Come -, consente proprio di raccontare le guerre al netto di questi rischi. Cosa è infatti la poesia se non “la scrittura nella sua forma più nuda e più esatta, più svergognata e spudorata”?

Il libro di Mannocchi si inserisce perfettamente nella linea evidenziata da Jorie Graham, Premio Pulitzer, autrice della raccolta di poesie 2040 (Crocetti, 2025) che, nell’intervista di Daniela Fargione su L’Indice, nel numero di aprile, afferma: “Le forme di dominio autoritario non colpiscono solo i corpi o le istituzioni: attaccano anzitutto la parola. Ne restringono l’orizzonte, ne corrodono la ricchezza, fino a intaccare la capacità stessa di pensare, producendo una schiavitù fatta di consenso ottuso e compiacente. Di questi tempi, l’uso della parola è un rischio per chi fa il mestiere di scrivere, perché la parola penetra nelle nostre menti e scava, mette in dubbio certezze, evoca storie e mondi alternativi”.

Mannocchi ha l’inusuale capacità, anche quando espone in pubblico le sue analisi giornalistiche, di prendere la parola dopo una sospensione che prepara la dialettica, pacata ma ferma. È lo stile, autorevole e concreto, che si ritrova nelle sue poesie. Smascherare ogni strategia, questo fa l’autrice. Ci ricorda quella “pura superficie” di cui ha scritto Guido Mazzoni, la sua analisi sul rapporto linguaggio-mondo, parlando di una “pellicola buona” soppiantata da un’altra dentro cui regredire. Mannocchi si situa su questa soglia recuperando la nominazione delle cose, dei soggetti, dei fatti, delle responsabilità. Uno svelamento tanto imprescindibile quanto impraticato, che voi (gli imperialisti di questo tempo) avete perso, preferendo una lingua ripulita che non ferisce più nessuno: conflitto, instabilità, incidente geopolitico.

Sorprende come sia proprio la voce laica di Mannocchi a pungere come una spina su un tasto cruciale, Dio che abbiamo purtroppo sempre più disincarnato: Ci chiediamo se Dio abiti ancora il mondo. / Io credo che abiti nelle rovine del volto. L’Altro, con tante occorrenze in questo libro, è la dignità dell’essere umano così ignorata e calpestata dalle narrazioni correnti sulla guerra. Evidente quel rimando a Je est un autre di rimbaudiana memoria: alle identità ridotte a una finzione, per effetto di infrastrutture inquinanti generate da brutalità e superficialità, si oppone uno sguardo limpido, orizzontale, una enunciazione chiara, un dire onesto. E se un giorno mi chiederanno: «Che cosa hai visto?» / Io risponderò: / «Ho visto il volto dell’Altro, / e nel suo volto / ho riconosciuto il mio».

[Foto: Secondo Tempo Notizie, Tra Cielo e Terra]