
Il Papa in Algeria: P. Ferrara, “una terra profetica, un Paese ragionevole”

Il viaggio di Papa Leone XIV in Algeria apre uno sguardo inatteso su un Paese spesso frainteso: in questa terra segnata dalla storia e dalla spiritualità agostiniana, si incontrano oggi la visione di un pontefice che rifiuta la guerra in nome di Dio e l’esperienza di uno Stato che, pur tra contraddizioni, ha scelto la via della mediazione, della sovranità e della coesistenza. L’analisi per la Fondazione Oasis dell’ambasciatore Pasquale Ferrara, già direttore generale per gli affari politici e di sicurezza presso il Ministero degli Esteri, docente alla Luiss e all’Istituto universitario ‘Sophia’ di Loppiano (Firenze).
Un papa americano aveva immaginato di poter mettere piede in Algeria, ed è stato l’argentino Bergoglio. Invece di un sudamericano, l’Algeria accoglie ora un nordamericano, Leone XIV, i cui legami con la terra di Sant’Agostino non sono solo fortemente simbolici e vocazionali (Leone XIV, appunto, un agostiniano), ma anche di consuetudine e di conoscenza. Non è la prima volta, infatti, che Robert Francis Prevost si reca nella terra del Dottore della Chiesa da cui l’Ordine di Sant’Agostino trae ispirazione.
È il Papa statunitense a ricordare che Dio rifiuta la guerra, che nessuno può usare il suo Nome per giustificarla. Un Dio che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta se proviene da chi ha mani che “grondano sangue”.
Quest’uso di Dio per infliggere morte e seminare disperazione non è purtroppo estraneo nella storia algerina, che tuttavia sarebbe profondamente ingiusto ridurre a una narrazione di violenza e conflitto. Non è un caso che tutta la stampa algerina celebrò nel 2018 la beatificazione dei 19 martiri (cattolici) d’Algeria (senza dimenticare gli oltre 100 imam assassinati per il rifiuto della violenza) come un segno di fraternità dall’Algeria per il mondo, riprendendo le parole di papa Francesco.
Per molti aspetti, l’Algeria può essere considerato un Paese paradigmatico, che per decenni ha prodotto molta più storia di quanta riuscisse a consumarne.
In primo luogo, l’Algeria, emergendo da una delle prime ondate di lotte di liberazione nazionale negli anni ‘60 e ‘70, divenne la “Mecca dei rivoluzionari”. Quella fase difficilmente può essere derubricata come un semplice caso di decolonizzazione. Fu molto di più. Ben presto, l’Algeria si trasformò in un laboratorio politico: un Paese che cercava di coniugare il mito fondante dell’indipendenza con la mobilitazione di massa e un’ampia inclusione sociale.
Un secondo motivo per cui l’Algeria è diventata, nel tempo, un riferimento d’interesse politico internazionale risiede nella sua politica estera strutturale, fondata simultaneamente sul non allineamento e sull’adesione al multilateralismo, alla mediazione e alle soluzioni diplomatiche per le crisi regionali. Un esempio significativo – per stare all’attualità – è stato il suo ruolo di facilitazione nei negoziati durante la crisi degli ostaggi americani in Iran (1979-1980). Un corollario di questo approccio algerino alle relazioni internazionali è rappresentato da un impegno di principio alla non ingerenza e alla non interferenza verso Paesi terzi. L’esempio più convincente di questo approccio è la linea politica tenuta dall’Algeria nei confronti della Libia, basata sulla facilitazione piuttosto che sul coinvolgimento diretto, pur mantenendo una posizione chiara e ferma in termini di sicurezza nazionale in relazione alla crisi libica.
Un terzo paradigma attribuibile all’Algeria è la gestione delle transizioni politiche. L’Algeria ha subito l’ascesa di un violento movimento politico islamista e le devastanti conseguenze del conflitto interno degli anni ‘90, soprattutto per la popolazione algerina. Dopo quel decennio drammatico, l’Algeria ha avviato uno dei primi programmi di riconciliazione nazionale, che ha permesso una difficile transizione dalle armi alle urne. I risultati sono stati forse incompleti (in politica non esiste la perfezione), ma rimangono comunque significativi. Un caso di transizione molto diverso e più recente in Algeria è quello che ha fatto seguito alla caduta di Abdelaziz Bouteflika, anche come effetto delle proteste popolari (“Hirak”) nel 2019, oceaniche manifestazioni, totalmente pacifiche, contro la continuazione del mandato del vecchio Presidente già in condizioni di salute critiche, dopo vent’anni di permanenza al potere. Tuttavia, il movimento popolare non è riuscito a trovare una piattaforma politica unificante, perdendo in buona parte l’opportunità di passare dalle piazze ai seggi, dalla protesta alla proposta. In generale, il leitmotiv del cambiamento nell’Algeria contemporanea sembra essere quello del progresso incrementale. Questo percorso in fieri vale anche per alcuni elementi di fondo, come il rispetto non solo formale dei diritti civili e politici, la questione migratoria, lo spazio di manovra della società civile, le libertà economiche. Tuttavia, se dovessimo applicare la classificazione dei regimi politici (in buona parte “ibridi”) proposta da John Rawls, l’Algeria rientrerebbe sicuramente tra i “popoli decenti”, specie se si considerano i regimi di cosiddetta “democrazia illiberale” in giro per il mondo, Europa compresa.
Infine, l’Algeria odierna rappresenta un caso emblematico dell’atteggiamento di importanti attori non occidentali nei confronti del disordine globale emergente. La posizione algerina illustra l’ascesa di quelli che potrebbero essere definiti Paesi “non allineabili”: stati con proprie agende internazionali, che perseguono obiettivi di politica estera autonomi e navigano nelle acque agitate della continua trasformazione della società internazionale, caratterizzata dall’erosione di un ordine basato sulle regole e dall’indebolimento del diritto internazionale.
Si consideri il caso dell’aggressione russa contro l’Ucraina. L’Algeria ha saputo trovare un delicato equilibrio tra i suoi legami storici con Mosca e il rispetto per i principi della Carta delle Nazioni Unite, esprimendo un voto favorevole all’Assemblea Generale per condannare la violazione dell’indipendenza, della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Inoltre, l’Algeria ha dimostrato un approccio articolato nei confronti del gruppo BRICS, collaborando con esso nell’ambito di una più ampia strategia volta a diversificare le partnership internazionali senza rinunciare alla libertà di manovra, cercando così di bilanciare le relazioni sia con gli attori occidentali che con quelli emergenti a livello globale.
In quanto Paese non allineato, l’Algeria ha dimostrato coerenza e costanza nell’affrontare la questione cruciale del Sahara Occidentale, rimanendo fedele alla sua tradizione multilateralista e fermamente contraria a soluzioni unilaterali. La sua posizione riguardo al conflitto israelo-palestinese – in particolare alla guerra asimmetrica di Gaza, oggetto di indagine da parte della Corte Internazionale di Giustizia per genocidio – riflette un’intransigenza di principio nei confronti delle massicce violazioni del diritto internazionale umanitario. Il suo ruolo nel Consiglio di Sicurezza (2024-2025) su questa questione è stato particolarmente significativo. L’Algeria ha redatto e promosso risoluzioni riguardanti Gaza, ponendosi come sostenitrice attiva della responsabilità e dell’impegno multilaterale sul dossier israelo-palestinese, rafforzando la sua linea diplomatica di lunga data a difesa dell’autodeterminazione palestinese.
In uno scenario più ampio, l’Algeria dimostra che la tradizionale divisione tra “sponda nord” e “sponda sud” del Mediterraneo è diventata obsoleta, se non arbitraria. Ciò che prevale sempre più è invece una dimensione verticale o meridionale: un continuum che forma un unico “complesso di sicurezza” – che comprende la sicurezza umana, ambientale e della mobilità – che collega l’Africa subsahariana all’Europa centrale attraverso il Sahel e il Nord Africa. Inoltre, il Mediterraneo è oggi teatro di crescenti tensioni, alimentate dalla corsa alla “riterritorializzazione” del mare (demarcazione delle Zone Economiche Esclusive) e dalla competizione per le risorse energetiche, in particolare petrolio e gas.
La nozione vaga e superficiale di “Mediterraneo allargato” deriva da una concezione geopolitica storicamente e culturalmente approssimativa, ed è ormai ampiamente superata. Si tratta di una formula onnicomprensiva che non riesce a cogliere la complessità afro-euro-mediterranea. Confonde spazi e politiche, ignora le divisioni esistenti e, in definitiva, propone un sincretismo metageografico e metastorico che oscura anziché chiarire le realtà politiche e territoriali. Dovremmo invece parlare di un “Mediterraneo allungato”, un concetto che meglio coglie la profondità strategica dell’Algeria e le interconnessioni strutturali che plasmano lo spazio regionale più ampio.
In un preoccupante scenario internazionale, il percorso diplomatico multilaterale e non aggressivo scelto dall’Algeria è più rilevante che mai dal punto di vista politico. Per questo motivo, l’Algeria può essere annoverata tra gli attori internazionali responsabili, almeno nel contesto mediterraneo-saheliano. Tuttavia, ad Algeri si percepisce – a torto o a ragione – che le grandi e medie potenze tendano a concentrarsi soprattutto sui “facinorosi”, proprio perché generano instabilità, adottano posizioni di confronto e coltivano ambizioni egemoniche.
Nel declino politico della globalizzazione, l’Algeria è un Paese pienamente e direi anche sanamente westfaliano, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questa posizione comporta in un mondo contraddittorio, in cui fenomeni transnazionali e una forte riaffermazione della sovranità e degli interessi nazionali coesistono in un equilibrio instabile e in continua evoluzione. L’Algeria non è genericamente un paese del “Medio Oriente e Nord Africa” (MENA), bensì la quintessenza dell’Africa mediterranea, con una profonda connessione strategica con il continente a cui consapevolmente appartiene. L’Algeria è un Paese fiero, ma non arrogante. L’Algeria è un Paese determinato, ma non aggressivo. L’Algeria è un paese di principi, a volte forse troppo rigidi, ma non necessariamente dogmatici. L’Algeria è un Paese esigente, che fa della fiducia reciproca la moneta di scambio delle sue relazioni esterne.
Il papa nordamericano trova, dunque, in Algeria, alcune convergenze fondamentali. L’Algeria, nella sua visione realistica della politica internazionale, non propugna una pace “disarmata e disarmante”, ma almeno agisce per la coesistenza pacifica.
[Fonte: Fondazione Oasis; Foto: Vatican Media]



