Il Papa in Camerun, “il mondo è devastato da una manciata di dominatori. I governanti abbiano mente lucida e coscienza integra”

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Mentre non si fermano gli attacchi al Pontefice dalla Casa Bianca, prosegue il viaggio apostolico in Africa. “E’ possibile vivere in pace, io continuo a testimoniarlo”, ha affermato Leone. Ma “la pace non è uno slogan, non sia fondata su minacce e armi”. E nell’incontro per la pace di oggi a Bamenda ha aggiunto: “guai a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici”.

CITTA’ DEL VATICANO, 16 APRILE – “In questi due giorni in Algeria, penso che abbiamo davvero avuto una meravigliosa opportunità di continuare a costruire ponti, a promuovere il dialogo. Penso che la visita alla Moschea [di Algeri] sia stata significativa e che abbia dimostrato che, sebbene abbiamo credenze diverse, modi diversi di pregare e modi diversi di vivere, possiamo convivere in pace. E dunque penso che promuovere questo tipo di visione sia qualcosa di cui il mondo ha bisogno oggi, e che insieme possiamo continuare a offrirla nella nostra testimonianza mentre proseguiamo questo viaggio apostolico”. Mentre risuonano ancora gli echi e gli strascichi del suo scontro con Donald Trump e gli attacchi e ‘avvertimenti’ dalla Casa Bianca sul tema della guerra continuano, questo è uno dei passi del saluto che papa Leone XIV ha rivolto ieri ai giornalisti durante il volo che lo ha portato da Algeri a Yaoundé, capitale del Camerun, secondo Paese visitato in questo suo viaggio in Africa.

Nell’incontro con le autorità del Camerun al Palazzo presidenziale, dopo la visita di cortesia al presidente Paul Biya, il Pontefice si è presentato “come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace”. “Viviamo un tempo, infatti, in cui la rassegnazione dilaga e il senso di impotenza tende a paralizzare il rinnovamento che i popoli avvertono profondamente. Quanta fame e sete di giustizia! Quanta sete di partecipazione, di visioni, di scelte coraggiose e di pace!”, ha proseguito. Ed “è mio grande desiderio raggiungere il cuore di tutti, in particolare dei giovani, chiamati a dare forma, anche politica, a un mondo più equo”.

Rivolto ai governanti, papa Leone ha avvertito che “servire il proprio Paese significa dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo: della maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia”. “All’inizio dell’anno in corso – ha ricordato – ho invitato l’umanità a rifiutare la logica della violenza e della guerra, per abbracciare una pace fondata sull’amore e sulla giustizia. Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza”.

Secondo papa Prevost, “la pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza. Per questo ribadisco con forza: ‘Il mondo ha sete di pace […]. Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!’ (Discorso in presenza dei capi religiosi in occasione dell’Incontro Mondiale per la Pace, 28 ottobre 2025). Questo grido vuol essere un appello alla volontà di contribuire a una pace autentica, anteponendola a qualunque interesse di parte”.

“La pace, infatti, non si decreta: si accoglie e si vive – ha aggiunto -. È un dono di Dio, che si sviluppa in un’opera paziente e collettiva. È responsabilità di tutti, in primo luogo delle autorità civili. Governare significa amare il proprio Paese e anche i Paesi vicini; vale anche nelle relazioni internazionali il comandamento: ama il tuo prossimo come te stesso! Governare significa ascoltare realmente i cittadini, stimare la loro intelligenza e la loro capacità di contribuire a costruire soluzioni durature ai problemi”.

E “l’autorità pubblica è chiamata ad essere ponte, mai fattore di divisione, anche dove sembra regnare l’insicurezza. La sicurezza è una priorità, ma va sempre esercitata nel rispetto dei diritti umani, unendo rigore e magnanimità, con particolare attenzione ai più vulnerabili. Una pace autentica nasce quando ciascuno si sente protetto, ascoltato e rispettato, quando la legge è un argine sicuro all’arbitrio del più ricco e del più forte”. “Perché si affermino la pace e la giustizia”, inoltre, “occorre rompere le catene della corruzione, che sfigurano l’autorità, svuotandola di autorevolezza. Occorre liberare il cuore da quella sete di guadagno che è idolatria: il vero guadagno è lo sviluppo umano integrale, ossia la crescita equilibrata di tutti gli aspetti che rendono la vita in questa terra una benedizione”.

Infine, “le tradizioni religiose, quando non vengono stravolte dal veleno dei fondamentalismi, ispirano profeti di pace, giustizia, perdono e solidarietà. Favorendo il dialogo interreligioso e coinvolgendo i leader religiosi nelle iniziative di mediazione e riconciliazione, la politica e la diplomazia possono avvalersi di forze morali in grado di placare le tensioni, di prevenire le radicalizzazioni e di promuovere una cultura di stima e rispetto reciproco”.

Rispetto ad altri Paesi africani, il Camerun – che ha una popolazione di circa 28 milioni di abitanti – gode di una certa stabilità politica e sociale. Tuttavia un gran numero di camerunesi vive in povertà con un’agricoltura di sussistenza. Nel 1998 il Camerun era in cima all’elenco di Transparency International dei paesi più corrotti al mondo; ciò spinse il governo di Biya (rieletto l’anno precedente) a creare un apposito organismo anticorruzione. Nel 2010 il Camerun, come la maggior parte degli stati africani, ha festeggiato i 50 anni dall’indipendenza. Il paese è uno dei pochi del continente a non aver mai subito le conseguenze di un riuscito colpo di Stato o di un rovesciamento violento del potere.

Dal 2017 però è in corso una ribellione separatista armata interna nelle sue regioni anglofone del nord-ovest e del sud-ovest. Le tensioni si sono acuite dopo le elezioni presidenziali del 2018. Nel settembre 2019 il presidente Biya ha organizzato un dialogo nazionale con l’intenzione di risolvere il conflitto tra le forze armate e i ribelli separatisti, ma le misure hanno prodotto pochi risultati. Vari tentativi nel 2020 e 2021 di risolvere la crisi in Camerun sono falliti.

Nei primi cinque mesi del 2021, i gruppi separatisti armati hanno perpetrato almeno 27 attacchi con ordigni esplosivi improvvisati in 13 città, più che in tutti i precedenti anni di crisi messi insieme; hanno stuprato, ucciso, torturato, aggredito con violenza, minacciato e rapito centinaia di persone, tra cui donne, operatori umanitari, insegnanti e bambini, per la loro presunta collaborazione con l’esercito.

Dal punto di vista religioso, la maggioranza della popolazione è cristiana (70%) soprattutto nella fascia centro-meridionale (cattolici 40%, protestanti 30%); seguono poi l’islam (20%) e l’animismo (10%), soprattutto nel centro-nord del Paese.

Oggi il Papa – salutato da un’accoglienza popolare entusiasta e coloratissima – si è recato a Bamenda, nel cuore della regione dilaniata dalla violenza indipendentista, il nord-ovest del Paese, luogo stravolto dalla violenza tra separatisti anglofoni e forze del governo centrale, una crisi dimenticata dal mondo, che in dieci anni circa ha prodotto migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. Qui Leone, nella Cattedrale di San Giuseppe, è stato protagonista di un incontro per la pace nella “martoriata regione”.

“Sono qui per annunciare la pace – ha affermato -, ma subito trovo che voi la annunciate a me e al mondo intero. Infatti, come poco fa ha ricordato uno di voi, la crisi che ha sconvolto queste regioni del Camerun ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un Movimento per la Pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti avverse. In quanti luoghi vorrei che ciò avvenisse! La vostra testimonianza, il vostro lavoro per la pace può essere un esempio per il mondo intero!”.

“Guai, invece – ha significativamente aggiunto -, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso”. “Gesù ci ha detto: Beati gli operatori di pace! – ha sottolineato il Pontefice citando le Beatitudini – Sì, miei cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo!”.

“I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire – ha denunciato ancora papa Leone -. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare. Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a U – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. Il mondo è devastato da una manciata di dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!”.

“La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella – ha suggerito -. Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere! Siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta di cui le antiche culture per millenni si sono prese cura”.

Prima di ripartire per Youndé, il Papa ha celebrato la messa davanti a una grande folla all’Aeroporto internazionale di Bamenda. “Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra: le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani”, ha detto nell’omelia. E “alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo”.

“Tutto questo rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia – ha aggiunto Leone XIV -. Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione”.

[Foto: Vatican Media]