L’ANALISI / Torna la lotta tra Papato e Impero. La veglia in San Pietro punto di svolta: non solo condanna della guerra, ma delle moderne autocrazie

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CITTA’ DEL VATICANO, 14 APRILE – Ci voleva un Papa americano, peraltro il primo della storia, per determinare non certo una nuova convergenza tra il governo degli Stati Uniti e il Vaticano, bensì al contrario la più aspra spaccatura mai registrata tra la Casa Bianca e la Sede apostolica. Ed è come se, dieci secoli dopo, sia tornato in auge un nuovo e post-medievale conflitto tra Papato e Impero: con non più al centro la lotta per le investiture, ma la mancata benedizione da parte della Santa Sede alle attuali guerre, di ogni ordine e grado. Non solo: quello che realmente collega l’attuale scontro con quello di dieci secoli fa è il non assoggettarsi della Chiesa al potere politico, e il fatto che quest’ultimo percepisca un altro potere, di ordine morale oltre che spirituale, comunque a sua volta “universale”, che lo sovrasta e che non è in grado di controllare e contenere.

Ecco allora la reazione scomposta e a dir poco delirante di Donald Trump, che con il suo durissimo attacco a Leone XIV – definito “debole sulla criminalità e pessimo in politica estera” – ha cercato in qualche modo di delegittimare quel potere che sfugge al suo controllo. Tentando persino di far credere che il Papa ritenga “accettabile” che l’Iran possieda l’arma nucleare: una cosa del tutto assurda se si pensa che la Santa Sede da tempo, e ancor più dal pontificato di papa Bergoglio, batte con forza sul tasto del disarmo nucleare, e quindi ritiene inaccettabile che la bomba atomica ce l’abbia non solo eventualmene l’Iran, ma nessun altro, neppure gli Stati Uniti.

Una “dichiarazione di impotenza”, quella del presidente Usa, da cui secondo alcuni osservatori traspare “un profondo disagio”. E lasciamo da parte la sua idea, definita da molti “blasfema”, di dipingersi ieri come una sorta di Cristo taumaturgo, con le mani che sprigionano luce e curano i mali dell’America, tra crocerossine in preghiera e ‘angeli’ che volano in divisa militare insieme ai cacciabombardieri: un’immagine fatta poi sparire perché evidentemente ritenuta insostenibile persino dagli ideatori e dai diretti interessati.

Ma i prodromi e le avvisaglie dello scontro, che resta senza precedenti, c’erano già stati: a partire dalla convocazione del nunzio apostolico al Pentagono lo scorso 22 gennaio – dopo il discorso del Pontefice al Corpo diplomatico -, con la strigliata al rappresentante della Santa Sede e il caldo consiglio rivolto al Papa di stare “dalla parte giusta” sul tema delle guerre, evocando niente meno che lo spettro della “cattività avignonese” (non a caso, altro richiamo storico medievale) sotto i re di Francia, e quindi persino la possibilità di uno scisma cattolico a stelle e strisce. Una ricostruzione dei media smentita da entrambe le parti, ma da considerarsi più che realistica visto quello che è successo dopo.

Poi l’altolà del Papa, naturalmente disatteso, all’attacco in Venezuela. Quindi il suo rifiuto di partecipare il 4 luglio prossimo alle celebrazioni per i 250 anni dell’indipendenza americana, preferendo andare a Lampedusa. E ancora il fatto che Leone XIV abbia definito “inaccettabile” la minaccia distruttiva rivolta da Trump all’intero popolo iraniano (in ballo l’uso, appunto, della bomba atomica?). E di seguito altre ‘punzecchiature’ oltremodo fastidiose per l’inquilino della Casa Bianca: come la ‘standing ovation’ ricevuta sabato scorso nella Cattedrale di Washington dal cardinale Robert McElroy al termine dell’omelia in cui aveva definito “immorale” la guerra all’Iran. E la partecipazione domenica dello stesso McElroy e degli altri cardinali Usa vicini a papa Prevost, quello di Chicago Blase Cupich e quello di Newark Joseph Tobin, alla trasmissione “60 minutes” sul network CBS, per dire che quella all’Iran “non è una guerra giusta” e per ripetere gli appelli alla pace di Leone XIV.

All’origine dell’esplosione dello scontro, comunque, c’è tutto questo ma anche altro. E il punto vero di svolta è stata la veglia per la pace presieduta da papa Leone sabato pomeriggio in San Pietro. Non certo solo una pacifica recita del Rosario, ma una allocuzione, quella del Papa, che può senza dubbio definirsi “storica”, sia per i suoi accenti che per i suoi contenuti. Un punto di non ritorno, dopo il quale ci sarà sempre un prima e un dopo.

E’ stato come l’approdo di un’evoluzione per papa Prevost, da più parti considerato finora un Pontefice timido, troppo posato e accomodante, comunque non della capacità profetica dispiegata dal suo predecessore. Mai Leone aveva pronunciato finora un discorso di questa forza e di così ampia portata. E l’aspetto principale – e oltremodo urticante per una figura come Donald Trump, che si è sentito direttamente chiamato in causa – è che non si è fermato alla sola, e forte, condanna della guerra, ma è andato oltre, prendendo di mira con chiarezza e determinazione tutto il fenomeno delle moderne autocrazie. E di quei messianismi e nazionalismi religiosi che sono una componente fondamentale degli odierni conflitti.

Gli ingredienti contro cui il Papa si è scagliato ci sono tutti: “quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”; “viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita”; “ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro”; “alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio”; “Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita”.

E ancora: “ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio”; “vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!”. La Chiesa, “che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo”, “annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale”. E poi l’invito a tornare “a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica”. Perché quella attuale, evidentemente, non lo è.

Una simile catena di accuse non poteva non suscitare la reazione incontrollata di un personaggio come Trump e la rottura, finora imprevedibile, a cui si è arrivati. Molto ampie, anche in ambito politico, le prese di posizione a sostegno del Papa. Ma si dovrà vedere a cosa tutto questo porterà, sia nel quadro internazionale che nella stessa società americana. Forte l’imbarazzo nel campo del cattolicesimo Usa, che tanta parte ha avuto nel ritorno di Trump alla Casa Bianca. I vescovi hanno espresso “dolore” tramite il presidente della Conferenza episcopale arcivescovo Paul S. Coakley. Ma finora contro le attuali politiche Usa – come ad esempio la dura e repressiva strategia anti-immigrati e le malefatte dell’Ice – si sono schierate solo punte avanzate dell’episcopato, fra cui i tre cardinali sopra ricordati. Bisognerà valutare come lo scontro diretto col Papa inciderà sui consensi che finora Trump vantava nella base cattolica, anche in vista delle elezioni di midterm a novembre. E anche quali altre tensioni e contraccolpi provocherà nei rapporti col Vaticano.

Sempre rievocando la lotta tra Papato e Impero, è improbabile un’andata di Trump a Canossa, viste anche ieri le mancate scuse. Ma lo stesso Leone ha voluto subito tenere il punto e sostenere di non avere “paura” di Trump e di voler continuare “a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo con gli Stati per cercare soluzioni ai problemi”. Esattamente il contrario di quanto fanno le moderne autocrazie, che non riconoscono altro che il proprio potere e la propria forza. “Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore”, ha detto ancora il Pontefice ieri ai giornalisti che lo seguivano nel suo viaggio in Algeria. Un intento la cui necessità è sotto gli occhi di tutti, ma che da ieri ne assume ancora di più.

E se la scorsa notte il cattolico vice presidente Usa JD Vance, valutando l’attacco di Trump a papa Leone, ha sentenziato che il Vaticano dovrebbe “attenersi alle questioni morali”, non si capisce proprio come questo diktat dovrebbe e potrebbe vietare al Papa di schierarsi contro la guerra: non è forse anche questa, o non lo è forse più di ogni altra, una “questione morale”?

[Foto: Virgilio]