Gaza: aperture e incertezze

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Riapre dopo quasi un anno il principale collegamento tra Egitto e Striscia di Gaza, ma restano dubbi sul futuro assetto politico e militare della zona, mentre la tregua è costantemente messa in discussione. Il focus dell’ISPI.

Cinquanta persone al giorno, sia in entrata che in uscita. Questo, secondo quanto riferisce il portale d’informazione egiziano Al-Qahera News, è il flusso previsto dopo la riapertura, in queste ore, del valico transfrontaliero di Rafah, che collega l’Egitto alla Striscia di Gaza. Il ripristino pedonale del passaggio, chiuso completamente da Israele a maggio scorso, è stato confermato dalle autorità israeliane, alimentando speranze per un miglioramento delle condizioni nell’enclave costiera palestinese. Ieri, riferisce il Times of Israel, si è svolta una giornata di controlli e test dei sistemi di sicurezza presso il valico, dove è di stanza una squadra composta da rappresentanti dell’Autorità Palestinese e da osservatori dell’Unione Europea. Il valico, tuttavia, è aperto solo per il passaggio dei pedoni palestinesi di Gaza, non di camion che trasportano merci o aiuti umanitari. Le operazioni di passaggio saranno coordinate congiuntamente da Israele ed Egitto, ma resta incertezza sul futuro del territorio palestinese, dove si continua a morire nonostante il cessate il fuoco ‘imposto’ da Donald Trump a ottobre. In generale, gli avvenimenti in questo quadrante restano ormai sullo sfondo del circuito mediatico, risucchiati nel cono d’ombra di crisi apparentemente più cogenti, come quella in Iran.

Ritorno alla normalità?

Prima del conflitto, il valico di Rafah rappresentava l’unico punto di collegamento di Gaza con l’esterno non soggetto al controllo israeliano. Dopo la conquista da parte delle forze israeliane nel maggio 2024, quel passaggio venne bloccato completamente. La sua riapertura di oggi segnala che l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, nonostante tutto, sta andando avanti. Questo porta un barlume di speranza sia a chi desidera abbandonare la Striscia sia a chi aspira a farvi ritorno. Già questa mattina, il valico di Rafah – sul lato egiziano – ha accolto il primo gruppo di palestinesi di ritorno dall’Egitto alla Striscia di Gaza. In senso contrario, la riapertura faciliterà l’accesso dei residenti di Gaza a cure sanitarie all’estero, a viaggi internazionali o a ricongiungimenti familiari in Egitto, paese che accoglie decine di migliaia di palestinesi. Nel primo caso si tratta, ovviamente, di una goccia nell’oceano. La riapertura potrebbe dare, inoltre, un piccolo impulso all’economia disastrata del territorio, considerando che prodotti come l’olio d’oliva palestinese trovano ampio mercato in Egitto e nel resto del mondo arabo. Tuttavia, gran parte di Gaza è ormai ridotta a rovine e, secondo le Nazioni Unite, gli oltre due milioni di abitanti necessitano urgentemente di ingenti quantità di carburante, generi alimentari, farmaci e alloggi di fortuna come tende. Queste attrezzature, tuttavia, devono essere trasportate su camion, cosa che al momento non è consentita. Quasi sicuramente non avrà accesso l’ong Medici Senza Frontiere (MSF), dopo che ieri il governo israeliano ha annunciato imminenti misure per vietarne le attività nell’enclave palestinese, tra le proteste dell’organizzazione.

Segnale positivo?

In epoca prebellica, Rafah era un valico vivace, attraversato da merci e persone in entrambe le direzioni, al netto dei costanti controlli di sicurezza. Durante il conflitto, il lato palestinese del valico ha subito gravi distruzioni. Nell’ambito dell’attuale intesa di cessate il fuoco, resta incerto chi gestirà il valico dal lato palestinese una volta conclusa la guerra. Al momento è una missione civile dell’Unione Europea a supervisionarlo, con il supporto di personale palestinese. Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera UE, ha accolto con favore la riapertura del valico, definendola un’“ancora di salvezza” per i palestinesi malati e feriti nel territorio e un passo avanti nel piano di pace. “L’apertura del valico di Rafah segna un passo concreto e positivo nel piano di pace”, ha affermato, per poi aggiungere: “La missione civile dell’UE è sul campo per monitorare le operazioni di attraversamento e supportare le guardie di frontiera palestinesi”. Rafah rivestirà un ruolo cruciale anche nella fase di ricostruzione di Gaza. Pochi giorni fa, Jared Kushner – genero e consigliere per il Medio Oriente di Trump – ha dichiarato che i primi interventi postbellici si concentreranno sulla creazione di “alloggi per la manodopera” proprio a Rafah e nelle zone limitrofe meridionali, attualmente sotto controllo israeliano. Tuttavia, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo alla Knesset, ha sottolineato che la priorità immediata resta il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia, rimandando a fasi successive ogni discorso sulla ricostruzione.

Tregua apparente?

Al netto dei grandi annunci delle scorse settimane sul ‘Board of Peace’ di Trump – che riguarda sempre meno Gaza e sempre più la crisi del sistema internazionale – i nodi sul disarmo di Hamas e la gestione politica di Gaza gettano una pesante ombra sul futuro dell’area. Ma anche il presente è segnato da tensioni e incertezze. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, secondo i dati forniti dalle autorità sanitarie locali, oltre 500 palestinesi sono stati uccisi in diverse ondate di attacchi israeliani, di cui l’ultima – nella giornata di domenica – ha provocato la morte di 32 persone in varie località della Striscia. Nei giorni scorsi, inoltre, ha fatto molto scalpore un’indiscrezione lanciata da vari quotidiani israeliani, primo fra tutti Haaretz. Secondo fonti militari anonime, le Forze di difesa israeliane (IDF) avrebbero accettato come esatto il bilancio di 71mila palestinesi uccisi a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, fornito dal ministero della Salute locale controllato da Hamas. In un post su X, il portavoce internazionale dell’esercito Nadav Shoshani ha poi affermato: “Le IDF chiariscono che i dettagli pubblicati non riflettono i dati ufficiali delle IDF. Ogni pubblicazione o resoconto su questo argomento verrà diffuso attraverso canali ufficiali e ordinati”. Yair Netanyahu, figlio del premier israeliano, ha commentato in tono critico questa presa di posizione: “Ci sono volute più di 24 ore per smentire la storia di Haaretz, e nel frattempo il danno è già stato fatto, e la menzogna è diventata un fatto. Non è la prima volta”.

Il commento di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre

“La riapertura del valico di Rafah, nelle condizioni attuali, rischia di essere solo simbolica e di non portare effettivi benefici alla stremata popolazione di Gaza. Non è infatti ancora chiaro a chi sarà consentito il passaggio in entrata e in uscita, mentre non è previsto in questa fase l’ingresso di aiuti alimentari e umanitari di cui i palestinesi hanno enorme bisogno. La situazione nella Striscia rimane drammatica, il cessate il fuoco continua a essere violato e c’è grande incertezza sull’avvio della fase due del Piano Trump. Al di là del clamore per la costituzione del Board of Peace, non sono stati compiuti passi concreti e le criticità rimangono irrisolte”.

[Fonte e Foto: ISPI]