
Mattarella nella Casa della Famiglia Abramitica ad Abu Dhabi. Intervista a mons. Martinelli

Di Antonella Palermo
“Nella Casa della Famiglia Abramitica, dove le voci di fedi diverse sono fonte di ricchezza e condivisione, la tolleranza e la coesistenza emergono come fondamento di civiltà e modello di pace. Possa questa dimora restare fonte di ispirazione per il dialogo tra i popoli. Un obiettivo che l’Italia, come gli Emirati Arabi Uniti, sostiene con convinzione”. È quanto il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella ha lasciato scritto lo scorso 28 gennaio firmando il Libro d’onore al termine della visita alla Casa della Famiglia Abramitica di Abu Dhabi, nell’ambito della visita negli Emirati Arabi Uniti.
Monumento simbolo dell’amicizia tra le fedi, dove sorgono la chiesa di San Francesco d’Assisi, la sinagoga Moses Ben Maimon e la moschea Ahmed El-Tayeb, il complesso interreligioso, progettato dall’architetto David Adaye e costruito sull’isola di Saadiyat, è stato ispirato dal Documento sulla fratellanza umana, firmato da Papa Francesco e dal Grande imam di Al-Azhar, sette anni fa, il 4 febbraio 2019 proprio nella capitale degli Emirati Arabi Uniti. Aperta al pubblico l’1 marzo 2023, la struttura della Casa della Famiglia Abramitica è stata concepita, anche a livello architettonico, in modo che rappresentasse l’unità e la tolleranza fra le tre fedi discendenti da Abramo.
“Tra i tanti aspetti che rendono gli Emirati Arabi un punto di riferimento nella vita internazionale, c’è anche questo straordinario carattere di apertura al dialogo tra le religioni, che è ben più di tolleranza o di convivenza”, ha detto il presidente Mattarella parlando con i giornalisti all’uscita dalla Casa. “È una sollecitazione al contributo che insieme possono dare le grandi religioni e questa casa di Abramo con una moschea, una sinagoga, una chiesa cristiana è davvero un punto di riferimento che indica questa grande visione di cui c’è grande necessità nella vita internazionale”. Il vescovo Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, ha accolto e salutato il capo dello Stato nella chiesa di San Francesco. A Tra Cielo e Terra, le riflessioni del presule.
Eccellenza, può raccontarci qualcosa dell’incontro?
L’incontro con il Presidente Sergio Mattarella è stato un incontro cordiale, bello, significativo, semplice. È stato intenso, anche se breve. Penso che sia stato molto importante il fatto che il presidente della Repubblica, nella sua visita ufficiale negli Emirati Arabi Uniti, abbia voluto includere la visita anche all’Abrahamic Family House, perché questo ha voluto dire, a mio avviso, il riconoscimento del valore pubblico delle religioni e del dialogo tra le religioni. Quindi l’esperienza religiosa non come un affare privato, di nicchia, ma come un evento che ha implicazioni antropologiche, umane, sociali. Qui si vede la prospettiva della collaborazione tra persone che appartengono a religioni diverse e tre luoghi di culto distinti, che si ispirano anche se in modi diversi alla figura di Abramo, ma che nello stesso tempo sono interconnessi.
Non esiste, come dire, la possibilità di fare una “super religione” che le comprenda, questa è una contraddizione, un non-senso. Invece, la strada è quella del riconoscimento reciproco, del rispetto reciproco, dell’accoglienza e della conoscenza vicendevoli che superano tanti pregiudizi, e poi la possibilità di camminare insieme, scoprire che possiamo condividere un cammino di edificazione, di valori positivi, che siano un bene per la società e per la cultura. Credo che questi siano i valori che il presidente Mattarella ha voluto vivere anche lì.
Il fatto che anche la chiesa di San Francesco sia stata visitata dal presidente è un valore aggiunto perché, come sappiamo, quest’anno è l’anno in cui si celebra il giubileo dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Nel breve dialogo che abbiamo avuto con il presidente all’interno della chiesa, a un certo punto ha affermato che questa non poteva che essere dedicata a San Francesco, santo dalla valenza universale, che ha incarnato proprio la fraternità universale, capace anche di valorizzare i valori di cui l’altro è portatore.

Il presidente ha parlato dell’importanza del dialogo interreligioso e della “straordinaria apertura” degli Emirati Arabi Uniti “al dialogo tra le religioni, che è ben più di tolleranza o di convivenza”. Eccellenza, cosa può dire su questo aspetto?
A mio avviso, il presidente ha colto bene il vero significato di queste parole che qui vengono usate molto frequentemente e che infatti nel loro etimo arabo vogliono dire esattamente quello che ha indicato Mattarella, cioè molto di più di quello che noi intendiamo. Quell’espressione “tolleranza”, che potrebbe giocare un po’ sui valori minimi di una coesistenza in cui non ci si disturba vicenda, in realtà è molto di più. Sono termini che indicano una prospettiva di cammino comune, più dell’idea dell’ospitalità, dell’accoglienza, della condivisione. Ecco, questa mi sembra la prospettiva fondamentale.
Aggiungerei un riferimento che ci riporta all’origine degli Emirati Arabi Uniti, alla visione di Sheikh Zayed, considerato qui il padre della nazione, il quale è riuscito a convincere gli altri sei emiri ad unirsi insieme nel formare appunto gli Emirati Arabi. Fin da subito ha avuto una visione ampia, cosmopolita, ispirata alla possibilità di far incontrare popoli, culture diverse, anche con una oculata politica di immigrazione. Il 90% dei residenti degli Emirati Arabi Uniti, ricordo, sono migranti, provengono da oltre 200 nazioni diverse. Quindi è proprio nel DNA degli Emirati Arabi Uniti, che si sono costituiti nel 1971, questa idea di interculturalità, di capacità di dialogo tra persone di fedi diverse, come fattore positivo che può incrementare il bene sociale condiviso.

La Casa della Famiglia Abramitica è nata sull’onda del Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune: quanto è importante oggi tenere vivo quel messaggio e, anzi, svilupparne sempre di più i contenuti?
Certamente, l’Abrahamic Family House nasce come una sorta di ricezione di quel documento, atto concreto in cui si pone un’esperienza possibile. Essa non è solo un centro con tre luoghi di culto: c’è il forum per gli incontri, per il confronto, per la crescita comune, per la formazione al dialogo interculturale e interreligioso. Abbiamo bisogno di luoghi come questo, dove sia possibile percorrere sentieri di condivisione, sottolineare il bene dell’essere insieme e dell’essere insieme differenti, quindi il bene dell’altro in quanto è altro. Questo ci fa capire come le religioni sono diverse, certamente, ma comune è l’umanità – come spesso si ripete proprio nell’Abrahamic Family House -, e l’umanità è desiderio di Dio, desiderio di pace, di comunione, di relazione.
L’umano è un grido verso Dio, perché quando l’uomo dimentica Dio, quando si chiude alla trascendenza, all’altro, allora la vita si chiude nel suo orizzonte e rischia di disumanizzarsi. Il dialogo interreligioso che si può sperimentare nell’Abrahamic Family House effettivamente indica Dio come la questione fondamentale dell’uomo, cioè l’uomo ha bisogno di uscire da se stesso verso l’altro fino all’Altro con la ‘A’ maiuscola, destino di ogni realtà e di ogni persona. Nella Fratelli Tutti, lettera di profonda ispirazione francescana, c’è un grande approfondimento del Documento di Abu Dhabi. Qui l’esperienza religiosa, del dialogo tra persone di fedi diverse ha una prospettiva profondamente sociale e antropologica.
Qui non si tratta solo di sottolineare la differenza delle dottrine, ma capire che possiamo fare dei cammini insieme per edificare l’umano, costruire insieme una società più umana, più fraterna, dove ci si prende cura di più l’uno dell’altro. Ed è proprio la fede, radicata nel mistero di Dio come amore, che ci rende capaci, pur nella fatica e nella contraddizione, e capaci di prenderci cura dell’altro soprattutto quando è nel bisogno o in una condizione particolare di povertà. Questo a mio avviso è come un nuovo e affascinante capitolo, con un fondamento antico, nella storia del rapporto tra le religioni: la possibilità di mettere a tema l’umano, per risanare le ferite, guarire le divisioni.
Non a caso, proprio nel mese di ottobre dell’anno scorso, abbiamo celebrato i 60 anni della Dichiarazione Nostra Aetate. Papa Leone ha effettivamente ripreso questa radice conciliare del cammino che la Chiesa ha fatto. Ecco, davvero dobbiamo continuare a pregare, osare questi cammini, soprattutto in un momento così drammatico come quello che stiamo vivendo in questo tempo: quanto bisogno c’è di avere dei fatti, di poter sperimentare che è possibile camminare insieme tra persone di fedi diverse. È quello che provo sempre quando vedo la Casa Abramitica, quando entro dentro, quando vado a celebrare, quando si incontrano fedeli di diverse appartenenze religiose. Questo è un luogo che effettivamente può essere una grande provocazione positiva per tutti, dentro posizioni polarizzate: riconoscere che è possibile lavorare insieme per un mondo più fraterno, più giusto, più umano.
[Foto: Presidenza della Repubblica]


