
Villaggi cristiani nel Libano meridionale: allerta sicurezza

Parla ad ACS padre Maroun Youssef Ghafari, parroco di Alma Sha’b.
Quattro comuni cristiani del Libano meridionale – Alma Sha’b, Rmeich, Debel e Aïn Ebel – hanno espresso la loro «profonda preoccupazione» riguardo all’inizio del ritiro dell’esercito libanese da diverse località di confine, che potrebbe avere «gravi ripercussioni sulla sicurezza», in una dichiarazione pubblicata il 31 marzo 2026. I firmatari sono determinati a rimanere sulla loro terra, «nonostante tutte le circostanze», e fanno appello allo Stato libanese, alle agenzie specializzate delle Nazioni Unite e alle organizzazioni umanitarie internazionali.
Padre Maroun Youssef Ghafari, parroco di Alma Sha’b, ha parlato con Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), confermando questi gravi timori e descrivendo come i suoi parrocchiani, sfollati in tutto il Paese, stiano lottando per mantenere viva la speranza mentre cercano di provvedere ai propri bisogni materiali e spirituali.
In qualità di parroco di Alma Sha’b, come reagisce all’allarme lanciato dai comuni di Alma Sha’b, Rmeich, Debel e Aïn Ebel?
Il ritiro apre la strada a un futuro incerto e a una situazione estremamente pericolosa, soprattutto perché, fino ad ora, l’esercito libanese ha scortato i convogli di aiuti destinati a questi villaggi. Inoltre, i funzionari israeliani dichiarano quotidianamente che rimarranno in Libano fino a quando Hezbollah non sarà disarmato e che distruggeranno i villaggi in prima linea, eppure i villaggi ancora abitati sono quelli cristiani, e i loro residenti sono pacifici. Gli abitanti di Rmeich e Aïn Ebel sono determinati a rimanere sulla loro terra, anche se dovessero «mangiare la terra», come ha dichiarato in televisione il 31 marzo il parroco di Rmeich.
I cristiani sono legati alla loro terra e al loro Stato. Purtroppo, questo attaccamento alla “terra del messaggio” – questa terra visitata da Cristo, dalla Vergine Maria e dagli Apostoli – sembra esigere il dono di sé e la testimonianza del sangue, come è stato per mio fratello Sami, così come per padre Pierre Raï, il parroco di Qlayaa. Anche tre giovani cristiani maroniti di Aïn Ebel sono stati uccisi dai bombardamenti del 12 marzo, e altri due cristiani di Debel, un padre e suo figlio, sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco sulla strada.
Dove si trovano lei e i suoi parrocchiani, e com’è la vostra vita quotidiana?
Tutti gli abitanti della parrocchia e del villaggio sono stati costretti a lasciare Alma Sha’b il 10 marzo. Sono sparsi in tutto il Paese. Solo un piccolo numero di famiglie si è trasferito nei centri di accoglienza. Insieme al nostro consiglio parrocchiale, al comune di Alma Sha’b e alla cellula di crisi, siamo riusciti a rintracciare tutti. Cerchiamo di rimanere in contatto con loro e di rispondere ai loro bisogni urgenti, secondo i nostri mezzi molto limitati. Ma Dio non abbandona i Suoi figli. Colui che nutre gli uccelli del cielo e veste i fiori dei campi si prende cura anche di noi, Suoi figli, attraverso la Sua provvidenza.
Personalmente, mi trovo ad Aaraya, a est di Beirut. Tuttavia, dopo aver perso mio fratello davanti ai miei occhi, sto cercando di raccogliere le mie forze a tutti i livelli. Sono un sacerdote e un servitore della comunità che mi è stata affidata, ma sono anche un essere umano: gioisco con chi gioisce e piango con chi piange. Oggi, mentre siamo nella Settimana Santa, ripeto: «L’anima mia è triste», facendo eco alle parole del Signore Gesù nel Giardino degli Ulivi. Gesù stesso pianse davanti alla tomba del suo amico Lazzaro, profondamente commosso… tale è il mio stato d’animo oggi.
A questo proposito, come sta vivendo la sua gente l’avvicinarsi della Pasqua?
Dalla guerra del 2023, ho preso l’iniziativa di inviare ogni mattina sui social media una meditazione basata sulla Parola di Dio. Continuo a farlo, ponendo l’accento sulle dimensioni spirituale, sociale e morale. Inoltre, restiamo attenti ai bisogni di ogni singolo individuo: alcuni esitano a farsi avanti, mentre altri lo fanno spontaneamente.
Per quanto riguarda la Settimana Santa, abbiamo deciso con il consiglio parrocchiale che i fedeli partecipino alle celebrazioni nelle parrocchie in cui risiedono attualmente. L’anno scorso, nonostante la distruzione, la chiesa di Alma Sha’b era piena. Quest’anno, l’incontro sarà limitato al sabato sera nella chiesa di Sant’Antonio il Grande a Jdeidé el-Metn, alla periferia della capitale.
Quale messaggio avete per i benefattori di ACS?
Grazie ad ACS per l’attenzione che state dedicando alla situazione e a noi come popolazione sfollata. Tutti noi nutriamo la speranza che la croce che portiamo diventi un ponte verso una resurrezione di cui non conosciamo il momento. Ma la resurrezione arriverà. Abbiamo una testimonianza da rendere. Cristo è risorto; è davvero risorto.
[Foto: Oxfam Italia]



