Eccezione spagnola?

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Madrid rivede al rialzo le stime di crescita, ma la storia di successo dell’economia spagnola si regge su un equilibrio fragile: osservata speciale in Europa e nel mirino della destra in patria. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

La Spagna quest’anno crescerà più del previsto. Lo ha annunciato il governo di Madrid rivedendo al rialzo le previsioni di crescita per quest’anno e per i prossimi due, migliorando al contempo le stime sull’occupazione e il deficit di bilancio. L’esecutivo di Pedro Sanchez prevede che nel 2026 l’economia spagnola crescerà del 2,6% anziché del 2,2% come previsto inizialmente: una cifra significativamente superiore a quella di altri paesi europei che faticano a raggiungere una crescita del prodotto interno lordo dell’1%. Madrid ha anche rivisto al rialzo la stima di crescita per il 2027, portandola al 2,2% e ha affermato che rimarrà al di sopra del 2% fino al 2029. Nonostante le crisi globali, le tensioni commerciali generate dalla guerra dei dazi di Donald Trump, le incognite sullo Stretto di Hormuz e il perdurare della guerra in Ucraina dunque, l’economia spagnola fa molto meglio di altre grandi economie europee: la produttività cresce e la disoccupazione scende al livello più basso dal 2008. Mentre la Germania frena e il governo francese fatica ad approvare il bilancio, Madrid vive una stagione che gli spagnoli stessi faticano a riconoscere: quella che le è valsa il soprannome di ‘locomotiva’ d’Europa, un tempo riferimento per antonomasia di Berlino. Gli alberghi si preparano a un’estate da record, le fabbriche assumono, i titoli di Stato restano stabili anche quando il prezzo dell’energia, altrove, rallenta la crescita e impensierisce i governi.

Un salto di qualità?

A colpire gli osservatori non è soltanto la velocità della ripresa, ma la sua qualità. Per anni la crescita spagnola è stata raccontata come un fenomeno trainato quasi esclusivamente da turismo e manodopera a basso costo. Oggi il quadro è più articolato: la disoccupazione è diminuita, pur restando al di sopra della media dell’Unione europea, ma soprattutto sono cambiati i lavori che si creano: più qualificati e con stipendi migliori. Secondo Goldman Sachs, negli ultimi anni l’occupazione è cresciuta soprattutto nei settori a più alto valore aggiunto, servizi professionali, finanza, tecnologie dell’informazione, a un ritmo doppio rispetto a Francia e Italia. Significa che la Spagna non si limita ad assorbire più lavoratori, ma sta progressivamente spostando la propria economia verso attività a più alto valore aggiunto, come dimostra anche l’andamento della produttività per ora lavorata, la migliore tra le quattro maggiori economie dell’Unione. Questo cambio di passo ha conquistato anche la fiducia dei mercati finanziari. Lo spread dei titoli di Stato spagnoli è rimasto contenuto, mentre altri Paesi europei hanno visto impennare il costo del proprio debito per finanziare le misure contro il caro energia. Gli investitori, insomma, continuano a scommettere su Madrid anche se il governo spende più di altri per proteggere famiglie e imprese dai rincari (attenuati da un mix energetico fortemente orientato verso le rinnovabili) e nonostante i ripetuti scandali che hanno coinvolto l’entourage e la stessa famiglia di Sanchez.

Un caso unico in Europa?

C’è però un ingrediente del successo spagnolo che lo rende anche un caso politicamente unico in Europa: l’apertura ai migranti. Mentre quasi tutti i governi europei, di destra e di sinistra, inseguono politiche più restrittive, Madrid sembra aver scelto la strada opposta, convinto che una drastica riduzione dei flussi migratori potrebbe costare al Paese diversi punti di pil. Forte di questa convinzione, la Moncloa ha avviato un piano di regolarizzazione che ha coinvolto circa mezzo milione di persone, proprio mentre nell’Ue si sperimenta una profonda revisione delle politiche di accoglienza e si apre la strada a rimpatri più rapidi, controlli più rigorosi alla frontiera e ai cosiddetti centri di rimpatrio al di fuori del blocco per le persone respinte. Sul tema migratorio, Madrid sembra aver intrapreso un cammino diverso rispetto all’orientamento prevalente in gran parte dell’Europa. In una lettera indirizzata ai rappresentanti permanenti degli Stati membri del blocco, il governo spagnolo ha espresso la propria opposizione al nuovo regolamento sui rimpatri – uno degli elementi chiave del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo – mettendone in discussione la legalità e la proporzionalità e chiedendo all’UE di adottare norme migratorie fondate sul “pieno rispetto del diritto internazionale e del diritto dell’Unione europea”.

Un paradosso decisivo?

La politica di ‘porte aperte’ inaugurata da Sanchez ha portato a un aumento straordinario dei nuovi arrivi. Secondo il Financial Times, in meno di un quarto di secolo, “la popolazione spagnola nata all’estero è passata da una su 20 residenti a quasi una su 5, una percentuale superiore persino a quella degli Stati Uniti”. Una scommessa che se al momento sembra stia pagando sul piano economico, si sta rivelando però sempre più costosa su quello politico. Il leader del partito di destra radicale Vox, Santiago Abascal, ha trasformato l’immigrazione nel bersaglio principale della propria narrativa, attribuendole la responsabilità della crisi abitativa, dell’aumento della criminalità e del sovraccarico dei servizi pubblici. Una strategia che sta portando i suoi frutti, anche grazie ad un paradosso: nonostante le ottime performance economiche, la sensazione diffusa tra gli spagnoli non è quella di un benessere crescente. La causa principale è soprattutto la crisi abitativa. Da anni in Spagna la domanda di abitazioni cresce più velocemente di quanto il mercato riesca a costruire, e questo squilibrio si è tradotto in rincari che colpiscono soprattutto i più giovani e le grandi città come Madrid e Barcellona, dove trovare un affitto accessibile è diventato un’impresa. È proprio su questo terreno che la destra radicale ha costruito gran parte del proprio consenso, presentando la questione ‘casa’ come la prova tangibile che la crescita non sta beneficiando i cittadini comuni. I sondaggi confermano questa percezione: secondo il think tank Funcas, più della metà degli spagnoli ritiene che la propria condizione economica sia peggiore rispetto a prima della pandemia. La Spagna resta, per ora, l’eccezione positiva di un’Europa che fatica a crescere. Ma il suo successo si regge su un equilibrio fragile tra apertura economica e tenuta sociale, tra fiducia dei mercati e malcontento dei cittadini. Con un governo di minoranza già instabile, e in vista delle elezioni nel 2027 l’immigrazione rischia di diventare il principale terreno di scontro politico anche se l’economia che essa contribuisce ad alimentare continua a sorprendere in positivo.

Il commento di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca ISPI

“Ci si sorprende quasi dei risultati dell’economia spagnola degli ultimi anni, soprattutto se paragonati a quelli dei principali paesi europei. Tanto più che questi risultati sono stati raggiunti in un contesto politico in cui al governo è mancata una vera e propria maggioranza. Ci si sorprende però di meno se si guarda all’espansione del turismo e dei servizi, alle politiche volte a stimolare gli investimenti (anche grazie ai fondi Ue), alle politiche migratorie legate a quelle dell’integrazione, a politiche energetiche oculate e orientate verso le rinnovabili (con il corollario di un costo dell’energia più basso per famiglie e aziende). Sembra proprio che in Spagna le politiche abbiano contato più della politica. Quanto meno fino alle prossime elezioni”.

[Fonte e Foto: ISPI]