Gaza: Hamas non cede sul disarmo. Gli Usa trattano, Israele alza la pressione

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«Solo una combinazione di pressione militare misurata e pressione diplomatica da parte dei mediatori può far uscire Hamas dalla sua zona di comfort». È la lettura con cui l’analista militare della testata israeliana Zman, Amir Bar-Shalom, fotografa la fase attuale: a quasi nove mesi dalla tregua firmata il 9 ottobre 2025, l’organizzazione terroristica è sotto pressione su più fronti, ma continua a non cedere.

Il primo fronte è la piazza. Venerdì scorso era attesa a Gaza una manifestazione contro Hamas, la cosiddetta «rivoluzione del 26 giugno», promossa da attivisti e influencer palestinesi, molti dei quali residenti all’estero. La mobilitazione, racconta il Jerusalem Post, si è risolta in un fallimento: quasi nessuno si è presentato. Per schiacciarla, scrive dagli usa l’attivista palestinese Ahmed Fouad Alkhatib, Hamas aveva schierato in tutta la Striscia polizia, intelligence e miliziani delle brigate al-Qassam, affiancati da terroristi del Jihad islamico palestinese. Eppure, osserva, «un pugno di attivisti con pochissime risorse ha già scosso l’intera infrastruttura di sicurezza di Hamas» e l’”Asse della Resistenza” «tanto celebrato da parte del movimento “pro-Palestina” occidentale».

Il motivo delle piazze deserte, spiega al Jerusalem Post un residente di Gaza City, è la paura. «Nessuno può immaginare il livello di terrore e intimidazione che Hamas ha instillato nelle persone». Chi anche solo pensava di unirsi ai cortei si è trattenuto: i partecipanti venivano bollati come traditori e agenti del caos, alcuni organizzatori hanno ricevuto minacce di morte attraverso i familiari rimasti nella Striscia, e un’autorità religiosa con base in Turchia ha persino emesso una fatwa che vietava ai credenti di prendervi parte. Anche il sostegno arrivato da Israele — tra cui un video in arabo del ministro dell’Agricoltura Avi Dichter, ex capo dello Shin Bet, che invitava i gazawi a ribellarsi — ha finito per fare il gioco di Hamas, che ha potuto presentare la protesta come un’operazione del «nemico sionista».

Il disarmo

Il secondo fronte è il negoziato al Cairo. Per sbloccare lo stallo sul disarmo dei terroristi palestinesi – uno degli obiettivi principali di Gerusalemme – gli Stati Uniti hanno aperto da mesi un canale diretto con Hamas, rivela l’emittente Kan. A gestirlo è Aryeh Lightstone, consigliere dell’inviato americano Steve Witkoff e del Consiglio per la Pace creato dal presidente Donald Trump, che di recente ha incontrato l’alto dirigente di Hamas Khalil al-Hayya. Israele, riferisce la giornalista Gili Cohen, era informato dell’incontro. Ma sul terreno poco è cambiato: Hamas conserva gran parte del suo arsenale e cerca soprattutto di guadagnare tempo, posticipando ogni passo concreto sul disarmo.

Le ‘eliminazioni’ mirate

Si arriva quindi, spiega Bar-Shalom, al terzo fronte, quello militare. Israele ha ripreso la politica delle “eliminazioni” mirate: in pochi giorni l’aviazione ha colpito cinque operativi di Hamas. Il ministro della Difesa Israel Katz ha promesso di «aumentare la pressione» contro l’organizzazione, e per ora, sottolinea l’analista di Zman, nessuno protesta: né a Washington né tra i Paesi arabi, segno di un via libera implicito. L’esercito israeliano controlla quasi il 70% della Striscia di Gaza, ma Hamas continua a riarmarsi.

Intanto chi dovrebbe sostituirlo resta fuori dai confini. È il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, la squadra di tecnocrati palestinesi voluta dal Consiglio per la Pace, che da mesi alberga al Cairo in attesa di un via libera che non arriva, scrive il Times of Israel. Questa settimana i vertici del progetto si sono riuniti a Cipro per provare a rilanciare un’iniziativa in difficoltà, ma nessuna data è stata fissata per l’ingresso nell’enclave: finché Hamas mantiene il controllo, ogni piano per il dopoguerra resta sospeso. La linea israeliana, secondo Bar-Shalom, è ormai chiara: restare sotto la soglia della guerra, ma rendere ogni giorno di stallo più costoso per Hamas.

[Fonte e Foto: Moked/Pagine Ebraiche]