Il Venezuela dopo il terremoto

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Il 24 giugno due terremoti, il primo di magnitudo 7.2 sulla scala Richter e il secondo – neanche un minuto dopo – di magnitudo 7.5, hanno colpito il nord del Venezuela, in particolare La Guaira, nello stato di Vargas. La costa settentrionale del paese è una delle zone più sismiche di tutta la regione dei Caraibi, ma queste due scosse sono state le più gravi degli ultimi cent’anni, anche perché sono avvenute a poca profondità.

Più di una settimana dopo, la situazione è gravissima, sottolinea Camilla Desideri sulla Newsletter di Internazionale. Il 1° luglio il presidente dell’assemblea nazionale Jorge Rodríguez ha aggiornato il bilancio delle vittime: più di 2.295 persone sono morte e undicimila sono rimaste ferite a causa dei danni provocati dal sisma. Secondo le Nazioni Unite, i dispersi sono almeno cinquantamila. Intere zone intorno a La Guaira e a Caracas sono un cumulo di macerie: sulla base delle immagini satellitari, la Nasa ha stimato che circa 58.870 edifici sono stati danneggiati o distrutti.

Il governo ha decretato sette giorni di lutto nazionale in omaggio alle vittime. Il 2 luglio, in conferenza stampa, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha annunciato che sono in corso conversazioni tra il suo governo, il dipartimento di stato statunitense e il Fondo monetario internazionale per recuperare le risorse necessarie alla ricostruzione delle infrastrutture e degli edifici distrutti. Secondo una stima iniziale del Programma delle nazioni Unite per lo sviluppo, i danni provocati dai due terremoti si stimano intorno ai 6.700 milioni di dollari.

Con il passare delle ore si riducono quasi del tutto le possibilità di estrarre persone vive dalle macerie, come è accaduto il 1° luglio quando una squadra di soccorso giordana ha salvato un bambino di 3 anni che era rimasto intrappolato sotto i detriti per quasi sei giorni e anche il giorno dopo, quando Hernan Gil, una guardia giurata di 43 anni, è stato messo in salvo da sotto un edificio di sette piani. Squadre di soccorritori provenienti dagli Stati Uniti, dal Salvador, dalla Costa Rica, dal Portogallo, dal Messico e dal Cile hanno scavato per più di tre giorni, fornendo a Gil acqua e aria tramite sonde e un tubo flessibile. I soccorritori lo hanno abbracciato e applaudito quando finalmente lo hanno fatto uscite attraverso il tunnel lungo circa tre metri, costruito per la sua evacuazione.

I social media continuano a essere inondati di foto di bambini, anziani e coppie, accompagnate da nomi, una descrizione e un numero di telefono nella speranza di ottenere informazioni utili. Di fronte alle rovine, i residenti affermano di avere ancora parenti in vita e denunciano l’abbandono delle autorità, come racconta un articolo del quotidiano colombiano El Espectador che pubblichiamo in questo numero di Internazionale. La carenza di cibo è diffusa, i servizi di base sono assenti e gran parte delle comunicazioni sono state interrotte. Gli ospedali, che da anni devono fare fronte all’assenza di investimenti e di medici, sono del tutto impreparati ad affrontare l’emergenza.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) teme il diffondersi di epidemie ed è preoccupata per i sistemi “inadeguati” di monitoraggio delle persone disperse e di registrazione delle vittime.

Inoltre le interruzioni dei servizi sanitari, delle reti idriche e fognarie, insieme agli sfollamenti della popolazione, potrebbero favorire focolai “di malattie prevenibili con la vaccinazione come il morbillo, la difterite e la pertosse, ma anche di febbre gialla, malaria, zika, dengue e chikungunya”, ha avvertito il portavoce dell’Oms Christian Lindmeier. Tra la popolazione crescono anche la rabbia e la frustrazione per la gestion dell’emergenza da parte del governo, che si è mosso tardi e con lentezza e ha ristretto l’accesso alle zone più colpite dal terremoto, anche ai giornalisti della stampa straniera, che ora devono sottoporsi a un procedimento burocratico piuttosto lungo per entrare a La Guaira.

Il terremoto ha colpito il paese sudamericano in un momento delicato e difficile della sua storia, dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio da parte degli Stati Uniti e con Washington che vuole gestire la sua economia e le sue risorse petrolifere, e un processo di apertura democratica che per ora procede molto a rilento. Come ha scritto il giornalista Boris Muñoz sul País América, è evidente che il governo di Caracas è del tutto inadeguato a gestire la crisi e che i venezuelani, per risollevarsi, dipendono soprattutto da loro stessi.

[Fonte: Internazionale; Foto: ElObservatodo.cl/rawpixel.com/CC0 1.0 Deed]