
Pizzaballa, “Gaza è un disastro. Oggi più che mai è importante capire come l’altro pensa e soffre”

La conversazione tra Lucio Caracciolo, direttore di LImes, e il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, in occasione della prima edizione del Premio Limes.
CARACCIOLO Mi permetta di cominciare dal titolo dell’enciclica di papa Leone, Magnifica Humanitas. Quello che mi colpisce più di ogni altra cosa della guerra di cui lei è testimone è l’incapacità delle parti in causa di considerarsi reciprocamente umani. Nella comunicazione pubblica si insiste per legittimare quel tipo particolarmente feroce di rappresaglia che c’è stata dopo il 7 ottobre da parte israeliana presentando questa guerra contro – cito testualmente l’ex ministro della Difesa – “animali umani”. Devo dire per completezza di informazione che epiteti simili vengono usati da parte palestinese addirittura nei confronti di altri palestinesi. Mi riferisco ad Autorità nazionale palestinese (Anp) e Hamas. Com’è possibile che si arrivi a questo punto di degradazione?
PIZZABALLA I fatti dimostrano che è possibile, purtroppo. È vero che il 7 ottobre è stato un trauma profondo ed è ancora molto presente nell’animo ebraico e israeliano. È anche vero che veniamo da anni di un linguaggio e una narrazione molto violenta e molto escludente. Dopo il 7 ottobre con la guerra a Gaza sono cadute le ultime remore che hanno permesso questo. Ma non si può generalizzare. Non tutta la popolazione israeliana è così, ma c’è ancora un trauma profondo all’interno della popolazione. Un senso di rifiuto per quello che è accaduto. Allo stesso tempo c’è anche una narrazione, un pensiero estremista che poco alla volta è diventato molto presente, se non dominante.
CARACCIOLO Lei viene da Gaza. C’è stato quattro volte negli ultimi tempi dopo il 7 ottobre. Può raccontarci che cosa è o che cosa non è oggi Gaza?
PIZZABALLA A Gaza ci sono stato diverse volte, anche prima e durante la guerra. È un disastro. Intere città non esistono più, sono livellate nel senso letterale della parola. Rafah è tra queste. Non c’è più, non esiste. Quando si entra diverse cose colpiscono, ma quello che mi colpisce di più è che devi camminare e viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende.
Quasi tutti gli edifici sono distrutti o danneggiati. La gente vive letteralmente in mezzo alle fognature. Un’altra cosa che le immagini non rendono sono gli odori. Una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi che mordono, soprattutto i bambini. La situazione igienica è molto degradata, come potete immaginare. È orribile vedere decine di chilometri in questo stato. Adesso entra un po’ di cibo, soprattutto per l’ambito commerciale, ma tutto il resto ancora è proibito. Tutto quello che può essere considerato dual use, cioè che Hamas potrebbe usare, viene proibito. Anche, lo dico per esperienza, i banchi di scuola, i quaderni, le matite. Tutto questo è proibito.
Allora abbiamo detto: prendiamo il legno dei pallet e facciamo i banchi con questo. Poi però bisogna trovare i chiodi e ci sono tantissime persone che vanno in mezzo alle macerie per recuperare un po’ di metallo, di chiodi e di questo tipo di cose per sistemarli e poi rivenderli. Mancano anche molti medicinali, non tutti, ma i medicinali particolari sono assenti. Gli ospedali ne hanno estremamente bisogno, così come del vetro delle finestre. Sono stato in un ospedale oftalmico, naturalmente distrutto, dove hanno dovuto rimettere a posto con quello che avevano a disposizione. Per esempio hanno messo della plastica al posto delle finestre.
CARACCIOLO C’è una Gaza visibile e c’è una Gaza invisibile, quella dei famosi tunnel dove si sono annidati gli uomini di Hamas, e dove immagino ancora ve ne siano parecchi. Che rapporto c’è tra queste due Gaza?
PIZZABALLA Un rapporto c’è. Hamas controlla ancora gran parte della Striscia di Gaza. È una galassia di gruppi, non è un gruppo ben organizzato. Adesso è indebolito, ma il controllo è ancora nelle sue mani. Girando per Gaza, ai crocicchi di strada c’era sempre gente con le armi: erano dei loro.
Quando entri dentro la Striscia arriva sempre un messaggio, una chiamata che dice “benvenuto”. Il controllo è ancora abbastanza evidente ed è chiaro che i quartieri generali siano ancora sotto terra. Voglio raccontare un aneddoto. Una delle scuole che c’erano a Gaza prima della guerra era quella delle Suore del Rosario. Il quartiere è stato totalmente raso al suolo. Andando a controllare cosa restasse dell’edificio, ho constatato che in gran parte era distrutto ma un blocco della struttura era sprofondato per metà nel terreno. Evidentemente sotto c’erano dei tunnel, e quando sono stati fatti saltare quella parte della scuola è finita dentro.
CARACCIOLO La popolazione locale, quella che resta, e in particolare i bambini si sono abituati a questa realtà?
PIZZABALLA Sì e no. È molto difficile abituarsi a questa situazione. Quello che colpisce innanzitutto è vedere tantissimi bambini, tantissimi. Ne è pieno ovunque. Vivono per strada, sporchi, giocano in mezzo alle fogne invece di essere a scuola. Sono pochissime le scuole ancora in funzione. La stragrande maggioranza è organizzata da volontari o da organizzazioni, ma non sono riconosciute. Anche gli edifici sono distrutti o usati come rifugio dalla popolazione. Inizialmente pensavo che dovessimo anzitutto organizzare un sostegno medico. Parlando con gli insegnanti e con gli operatori sanitari, mi hanno invece fatto notare che i medici servono ma che la priorità in questo momento sono persone preparate per gestire i traumi infantili. Il supporto psicologico ai bambini e alle mamme è prioritario in questo momento.
CARACCIOLO Limes ha pubblicato uno scambio di lettere fra psicoanalisti israeliani e di Gaza proprio su questo tema. Che tipo di dialogo c’è con i soldati israeliani che incontra a Gaza o altrove?
PIZZABALLA C’è di tutto. Con dolore devo dire che i più duri sono i religiosi. E quello mi stupisce. Ci sono anche membri della mia diocesi che fanno servizio militare. Durante la guerra c’erano alcuni di loro a Gaza che sparavano e altri che erano sotto il loro fuoco. L’ultima volta che sono entrato un soldato mi ha fermato. Voleva la foto e poi mi ha detto: “Ti ringrazio perché voi rendete il mondo migliore”. Però poi ci sono quelli che fanno esattamente il contrario. In generale devo dire che è molto difficile avere un rapporto libero, sereno. È un momento in cui mancano riferimenti chiari, anche in questo contesto.
CARACCIOLO Abbiamo visto che durante la guerra a Gaza, e anche successivamente, i coloni ebraici sono penetrati sempre più in profondità e hanno acquisito manu militari appezzamenti di territorio aiutati e spinti dal governo. Immagino che lei abbia avuto modo di incontrare qualcuno di loro. In una sua intervista a Limes del 2010 descriveva due tipi di sputo: uno sulla tonaca e uno per terra, per dire il grado di simpatia di cui godeva in certi ambienti. Cosa succede in Cisgiordania tra i coloni?
PIZZABALLA C’è una sorta di liberi tutti. È diventato un territorio dove non c’è legge, e se c’è certo non per i palestinesi. E dove ai coloni viene permesso non tutto, ma quasi tutto. Aggressioni gratuite, furti, distruzioni. Spesso impediscono di coltivare la terra. Vengono creati continuamente nuovi checkpoint che interdicono il passaggio. Le aggressioni, anche molto violente, con feriti e anche con parole di disprezzo, sono le cose che feriscono di più. Questo è diventato pane quotidiano quasi ovunque in Cisgiordania. Non solo nei villaggi cristiani, ma soprattutto nei villaggi non cristiani.
E non soltanto nella zona C. Entrano anche nell’area B e nell’area A. Si coordinano tra di loro. Entrano, aggrediscono, noi chiamiamo l’esercito, però quando sanno che l’esercito sta per arrivare – si vede che li informano – spariscono. L’esercito arriva, non trova nessuno, e si arrabbia con noi perché li abbiamo chiamati. Ecco, questo avviene quotidianamente. La gente è molto stanca e la questione israelo-palestinese si decide lì. O forse è già stata decisa, non so.
CARACCIOLO Dopo il 7 ottobre e dopo le prime settimane in cui prevaleva l’emozione per il massacro subìto da civili e militari israeliani, ci siamo concentrati sulla rappresaglia di Israele. Talvolta ho l’impressione che questo abbia avuto un effetto di santificazione dei palestinesi, come se ci fosse il bene e il male. Sappiamo che la cosa è leggermente più complicata. In particolare, parlando della Cisgiordania, questa famosa Autorità nazionale, che è arroccata negli uffici di Ramallah e che un paio d’anni fa ha celebrato la Nakba con una sfilata di moda in un albergo di lusso, che cos’è? Che cosa rappresenta?
PIZZABALLA L’Autorità palestinese ha perso credibilità, anzitutto agli occhi dei palestinesi. È tutto fuorché un’autorità. Ha perso autorità e autorevolezza. Ha commesso tanti errori, sicuramente. Quelli politici sono stati tantissimi. Eppure è l’unico elemento di legittimità del popolo palestinese ancora riconosciuto internazionalmente. Per cui bisogna stare attenti a condannare – e ci sono tanti motivi per farlo – per rispetto del popolo palestinese, che ha diritto a essere riconosciuto come tale e a vivere nella sua terra con dignità.
CARACCIOLO Effettivamente non lo è, ma il rapporto tra la popolazione palestinese in generale e Hamas in Cisgiordania com’è?
PIZZABALLA Quanto si è visto a Gaza ha spaventato una parte della popolazione palestinese, ma non tutti. C’è una parte che dice che Abu Mazen con il dialogo ha perso tutto. Che l’unico modo per trattare con gli israeliani è usare il loro stesso linguaggio. Dicono: “Anche se avremo delle perdite è l’unico modo per determinare una politica diversa per il futuro”. C’è paura che si finisca come a Gaza, ma c’è anche stanchezza di vivere in quel modo. A prevalere è il dramma di non avere dei riferimenti chiari cui affidarsi.
CARACCIOLO È anche vero che Israele ha sempre cercato di impedire che vi fosse un interlocutore. A volte si dimentica che fino al 7 ottobre Hamas era in qualche modo in rapporti molto stretti con Israele, da cui veniva finanziato.
PIZZABALLA Prima della guerra Hamas nei Territori era prevalente. Poi ha prima perso un po’ di terreno, infine lo ha recuperato. Rimane comunque una presenza solida nel territorio.
CARACCIOLO Parlando dei religiosi ebrei, in particolare delle loro versioni più estreme come Smotrich e Ben-Gvir e di questo loro riferimento alla Bibbia – come se appunto per mandato divino avessero diritto al territorio che va dal Nilo all’Eufrate: le loro posizioni rappresentano un sentimento diffuso o sono delle eccezioni?
PIZZABALLA Non sono ancora maggioranza. Però questo movimento politico messianico raccoglie sempre più consensi, è sempre più rilevante e partecipato in Israele. È un fenomeno molto problematico dal mio punto di vista, che sta creando anche una profonda divisione sociale.
CARACCIOLO A Limes insistiamo sulle tribù israeliane e sulle profonde divisioni che ci sono fra loro. In una proiezione al 2050 i demografi segnalano che in quel momento avremo più o meno un 30% di popolazione haredim, cioè ultraortodossi, che per autodefinizione non riconoscono lo Stato di Israele, non partecipano alla sua difesa e vivono una vita separata studiando la Torah nelle loro scuole. Poi abbiamo un 21% di arabi e qualche altra minoranza. Probabilmente nel 2050 gli ebrei sionisti saranno una minoranza.
PIZZABALLA Il 2050 non è molto lontano. Io credo che ci sia questa coscienza all’interno della popolazione israeliana e anche nel mondo culturale oltre che politico e militare. E forse è uno degli elementi che creano un senso di insicurezza. Sentirsi accerchiati dai paesi arabi e anche insidiati dall’interno crea questa percezione di accerchiamento che spesso determina anche le scelte di carattere politico e militare.
CARACCIOLO Lei abita a Gerusalemme da 36 anni. È più gerosolimitano che italiano. E quindi ha il privilegio di avere questo sguardo dal centro del mondo, se non altro dal centro del mondo delle religioni abramitiche. Che cos’è oggi Gerusalemme e come sta cambiando rispetto a tre anni fa?
PIZZABALLA Sta cambiando molto, e molto velocemente. Sta cambiando la demografia, stanno cambiando i confini, quelli interni e psicologici oltre che reali. Gerusalemme Est è ormai circondata da insediamenti israeliani. Io risiedo in città vecchia, nel cuore del cosiddetto Bacino Sacro, non lontano dal Santo Sepolcro. È la zona dove c’è la più alta concentrazione di luoghi santi del mondo. Fino a un po’ di tempo fa era a maggioranza araba, adesso non è più così. Prima era molto raro vedere ebrei, anche ebrei religiosi, passare per i nostri vicoli. Adesso è diventato sempre più normale. Non è un problema in sé, però dice come sta cambiando anche il modo in cui la città è percepita. Anche per questo non ci sono più interazioni tra cristiani ed ebrei. Le stesse aggressioni ai cristiani di cui si è parlato sono legate a questo fatto. Ci si incontra più spesso rispetto a prima. La demografia sta cambiando. La popolazione araba non sta crescendo come prima. I cristiani sono sempre di meno. Mentre invece cresce molto di più la popolazione ebraica, soprattutto quella religiosa e quella nazionalista religiosa.
CARACCIOLO Mi ha colpito, ma forse per disinformazione, come in questi anni dopo il 7 ottobre e dopo le rappresaglie israeliane la popolazione araba israeliana non si sia manifestata particolarmente solidale con i gazawi.
PIZZABALLA Stiamo vivendo ormai chiusi in bolle sempre più separate le une dalle altre. In questi ultimi anni la Gerusalemme araba ha partecipato poco ai fenomeni politici della Cisgiordania e di Gaza. Ci sono state manifestazioni, ma molto tiepide. C’è anche un controllo molto ferreo. Ad esempio alle moschee durante periodi duri potevano andare solo gli uomini dai 47 anni in su. L’ingresso a Gerusalemme è anche più difficile. Diciamo che arabi, musulmani e cristiani gerosolimitani hanno preferito mantenere lo status quo della città, non per mancanza di solidarietà ma soprattutto per proteggere quel poco che resta del carattere di Gerusalemme. C’è la coscienza che il cuore di tutto sia lì.
CARACCIOLO Forse non è tanto noto il fatto che la maggior parte dei sionisti non siano ebrei ma cristiani, in particolare gli evangelicali americani che sono una potenza. Come sappiamo l’ambasciatore americano Mike Huckabee è uno dei più scatenati sostenitori delle versioni ultrà dell’espansione di Israele. C’è anche una quota di cattolici. Che cosa significa per lei questa affiliazione tra il sionismo e il cristianesimo, anche cattolico?
PIZZABALLA Mi ricollego a quanto diceva sul messianismo ebraico di carattere politico-nazionalista. Questi movimenti evangelici non hanno un dialogo con noi. Credo invece che dovremmo cominciare a dialogare, soprattutto sul modo in cui loro interpretano le Scritture. Sono molto potenti economicamente, anche un po’ divisi dopo la guerra di Gaza, ma sono ancora molto influenti negli Stati Uniti, soprattutto nell’amministrazione statunitense. Sono anche una delle preoccupazioni principali della popolazione araba islamica della corte reale giordana ad esempio, e sono un problema per noi, per noi cattolici, e per le Chiese tradizionali. Perché poi gran parte del mondo islamico non sa distinguere gli evangelici dagli altri cristiani. Quindi creano problemi anche alle nostre comunità. E questo allineamento dei movimenti evangelici con parte dell’amministrazione americana e di quella israeliana è per noi un grosso punto di domanda, una lacuna che dobbiamo colmare. Noi abbiamo sempre rifiutato di parlare con loro, proprio per evitare di essere considerati allineati o comunque compiacenti.
CARACCIOLO Né loro vi hanno mai cercato, immagino.
PIZZABALLA Qualcuno forse sì. Però bisogna fare attenzione a non farsi usare anche da loro, perché poi una foto può diventare un grosso problema. Dobbiamo trovare il modo di parlare, cercare di separare e capire il dolore dell’altro. Ma bisogna capire anche come l’altro pensa e perché pensa così, per cercare vie diverse.
CARACCIOLO Per finire, ci disegni idealmente la sua diocesi.
PIZZABALLA Io ho una delle diocesi più complicate al mondo, forse la più complicata. Copre quattro paesi diversi: Giordania, Israele, Palestina – significa Cisgiordania e Gaza – e le due parti di Cipro. L’unico paese con i confini definiti è la Giordania. Per tutti gli altri, i confini sono ancora da sistemare.
Ho sei vicariati, che sono regioni pastorali. Giordania, Israele, Palestina, Cipro, un vicariato per i lavoratori stranieri, di cui pochi parlano. Ci sono oltre centomila lavoratori stranieri in Israele, i quali svolgono le mansioni prima affidate ai palestinesi che lo Stato ebraico non vuole più. I filippini fanno i badanti. Cinesi e thailandesi lavorano nel settore edilizio o agricolo. Infine c’è un vicariato cattolico ebraico. Sono cattolici che parlano ebraico, israeliani in tutto per tutto, coi quali ultimamente abbiamo avuto un po’ di tensioni. Questa è la mia diocesi, dove non ci si può parlare in una sola lingua. E dove, nonostante sia la diocesi di Gerusalemme, il 90% della popolazione non può recarsi a Gerusalemme.
CARACCIOLO Che lingua usate?
PIZZABALLA Dipende dai contesti. Arabo e inglese, ebraico e inglese. Inglese sempre, poi arabo o ebraico, in greco a Cipro.
CARACCIOLO Operativamente, che cosa possiamo fare adesso qui noi?
PIZZABALLA Limes fa molto. Voi parlate e informate, perché in una realtà così complessa l’informazione è importante. Un’informazione che cerca di fare capire, poi ciascuno trae le sue conclusioni. Credo che sia importante anche per tutti continuare a parlarne, non seguire le mode. I giornali ne parlano un po’ e non ne parlano più. Bisogna continuare a parlarne con interesse. Si può dissentire, può piacere, può non piacere. Ma l’importante è parlarne, perché sono convinto che quel territorio ci appartiene. Non politicamente. Noi apparteniamo a quel territorio culturalmente, storicamente. Insomma, è parte di noi. Molto spesso gli israeliani dicono “perché non parlate dei problemi del Sud Sudan?”, ma la nostra relazione col Sud Sudan non è quella che abbiamo con Gerusalemme.
Non dobbiamo isolare. È un paese che si sente isolato. C’è bisogno di empatia. Cercare di comprendere, ascoltare, dialogare. Dialogare non significa condividere necessariamente. Si possono affermare anche con convinzione le proprie opinioni, ma senza erigere nuove barriere.
CARACCIOLO Di empatia in giro ce n’è, ma per quelli che la pensano come te.
PIZZABALLA Ecco, se fate questo, fate esattamente quello che stiamo già facendo noi. Non ne abbiamo bisogno. Dovete aiutarci a uscire da quel pozzo nel quale siamo caduti, e non lasciarci dentro.
[Fonte e Foto: Limes]



