Il Papa a Lampedusa, “i morti in mare vittime di decisioni prese e di decisioni mancate. Il fenomeno migratorio chiamata epocale per l’Europa”

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“Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”, ha detto il Papa nell’omelia della messa al Campo ‘Arena’. “Si passi da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise” per “accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti”. E “l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione”.

LAMPEDUSA, 4 LUGLIO – Nel giorno in cui il suo Paese, gli Stati Uniti, festeggiano i 250 anni dall’Indipendenza, Leone XIV ha rinunciato, per sua stessa ammissione, a partecipare alle celebrazioni Freedom 250 cui era stato invitato dalle autorità americane scegliendo invece di recarsi in visita pastorale a Lampedusa, luogo-simbolo delle rotte dei migranti dall’Africa verso l’Europa, e purtroppo anche di tante morti in mare. Una scelta che in molti – e magari lo stesso Donald Trump – hanno visto in polemica con l’attuale amministrazione Usa, e soprattutto con le brutali e violente politiche anti-migranti (negli ultimi giorni le milizie paramilitari dell’ICE hanno persino arrestato una suora di origine nigeriana in Texas mentre si recava a messa in abiti religiosi), ma che per papa Prevost costituisce innanzitutto la riprova della sua forte attenzione alla questione migratoria, uno dei nodi cruciali dei nostri tempi – si veda la recente visita nelle Canarie -, nonché un segno di continuità col suo predecessore, papa Francesco, che proprio a Lampedusa compì la sua prima uscita dal Vaticano, l’8 luglio del 2013.

La visita del papa Leone sull’isola, pur durata poco meno di quattro ore, ha avuto molti momenti significativi. il Papa ha sostato dapprima al Cimitero, pregando e deponendo un omaggio floreale sulle tombe, ha sostato alla ‘Porta d’Europa’, miraggio per tanti migranti che vedono nell’approdo nel Vecchio Continente la loro meta nella ricerca di una vita migliore; ha sostato al Molo Favaloro, benedicendo la targa che intitola il Molo a Papa Francesco e salutando alcuni migranti. Ha quindi celebrato la messa davanti a 4.000 persone al Campo Sportivo “Arena”, in località Salina, con esposta sul palco l’immagine della Madonna di Portosalvo, patrona di Lampedusa, e al termine della liturgia, prima di ripartire per Roma, ha salutato le autorità, i bambini ammalati, i volontari.

Tra i momenti più toccanti, il biglietto scritto a mano e letto da un bambino al Pontefice presso la ‘Porta d’Europa’, regalando a Leone anche un pallone: “Caro Papa, sono super emozionato di incontrarti! 10 anni fa la mia storia è iniziata qui a Lampedusa. Ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma. Mi dicono che ho smesso di piangere solo quando mi hanno dato un pallone fatto di carta, da quel giorno il pallone è rimasto nel mio cuore e io non ho mai smesso di giocare. Spero tanto che questa palla che ti regalo adesso possa arrivare a un altro bambino e farlo felice proprio come me. Grazie, Leo”.

Al Campo sportivo ‘Arena’, in risposta alle parole di saluto del sindaco di Lampedusa a Linosa Filippo Mannino, Leone XIV ha dapprima sottolineato che “il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia”.

“Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti”, ha quindi aggiunto.

E nell’omelia della messa il Papa ha ricordato che “gli Apostoli, come sapete, hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”.

Nel ricordare la parabola del Buon Samaritano, a Lampedusa “avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti (cfr Lc 10,30) – ha osservato Leone -. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso”. E “prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità”.

“Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare – ha detto ancora il Papa -. È avvenuto ancora il miracolo della compassione – ‘vide e ne ebbe compassione’ (v. 33) –: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il ‘sentire’ di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita”. Prevost ha detto “grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel ‘Forum Lampedusa Solidale’, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai Sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme”.

“Sì – ha soggiunto -, perché tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico”.

“La parabola ce lo racconta – ha poi spiegato -: l’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di ‘passare oltre’ (cfr vv. 31.32)”.

Purtroppo, ha proseguito il Pontefice, “in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti. È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti (cfr Ef 2,14)”.

Secondo papa Prevost, “da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità”.

“Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale”, ha rimarcato il Pontefice, “l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”.

[Foto: Vatican Media]