
Negoziati Israele-Libano, appuntamento a Roma

«La settimana prossima saremo seduti a Roma, portando squadre per ciascun dossier». Ad annunciare così il prossimo round di negoziati tra Israele e Libano, in programma nella capitale italiana il 14 e il 15 luglio, è stato l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, intervenuto a Washington a un incontro pubblico del Council on Foreign Relations. Il diplomatico ha anche rivelato che il presidente libanese Joseph Aoun sarà ricevuto da Donald Trump alla Casa Bianca il 21 luglio.
Durante il colloquio, Leiter ha affrontato i rapporti tra l’accordo quadro siglato a fine giugno da Gerusalemme e Beirut e il memorandum d’intesa firmato pochi giorni prima da Washington con l’Iran, che estende il cessate il fuoco anche al Libano e rischia, agli occhi di alcuni, di scavalcare il canale israelo-libanese: «Sia Israele che Libano vedono chiaramente l’accordo trilaterale come prevalente sulla prima clausola del memorandum (con l’Iran). Se lo pensano anche gli Stati Uniti? Dovete chiederlo a un portavoce dell’amministrazione». Il memorandum, ha argomentato l’ambasciatore, è essenzialmente uno strumento per riaprire lo Stretto di Hormuz e «non è una chiusura dell’operazione contro l’Iran e le sue ambizioni nucleari».
Quanto all’allentamento delle sanzioni previsto dall’intesa, Teheran, ha avvertito Leiter, userebbe quei fondi «per scopi nefasti». Ma la Casa Bianca potrebbe comunque decidere di allentare la pressione sul regime iraniano, lasciando poco spazio di manovra a Gerusalemme: «Tutto quello che possiamo fare è far sentire il nostro peso… Conosciamo le nostre dimensioni». E se nel governo israeliano c’è chi guarda con allarme al memorandum, l’ambasciatore si dice «molto fiducioso», certo che l’amministrazione non sia entrata in guerra per lasciare poi all’Iran la possibilità di riprendere la corsa all’atomica e il riarmo missilistico: «Non riesco a immaginare un accordo definitivo con l’Iran privo di una clausola che limiti lo sviluppo dei missili balistici».
Netanyahu-Trump, «tutto bene»
L’ambasciatore ha poi ridimensionato le voci di una frattura tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: «I media amano il dramma», ha osservato, e se su cento conversazioni cordiali due risultano tese, «quello diventa il tenore della relazione tra i due uomini». In realtà, ha assicurato, «la relazione è buona e solida. Ci sono differenze lungo il percorso, e sono legittime», come l’opposizione israeliana alla possibile vendita di componenti degli F-35 alla Turchia.
La minaccia turca
Ed è proprio questo il dossier più caldo di queste ore, mentre Trump atterra ad Ankara, accolto con tutti gli onori da Recep Tayyip Erdogan, per il vertice Nato in programma nella capitale turca. Secondo il New York Times, che cita quattro alti funzionari dell’amministrazione, il presidente americano sarebbe pronto a comunicare a Erdogan la disponibilità a riammettere la Turchia nel programma dei caccia stealth, da cui Ankara era stata esclusa dopo l’acquisto del sistema missilistico russo S-400. Un’apertura che alimenta i timori di Israele: Netanyahu ha ribadito ieri la contrarietà di Gerusalemme alla fornitura di F-35 o di loro componenti alla Turchia, posizione che avrebbe già espresso a Trump in una recente telefonata. Durissima la replica del ministero degli Esteri turco, che ha bollato le parole israeliane come «una campagna di disinformazione», accusando «Netanyahu e i suoi complici» di distorcere deliberatamente ogni critica «attraverso uno sforzo sistematico di propaganda».
Il disarmo di Hezbollah
Tornando al Libano, Leiter ha ribadito che Israele non ha ambizioni territoriali ma resterà nel sud del Paese finché le forze armate di Beirut non dimostreranno di aver avviato il disarmo di Hezbollah. L’ostacolo, per l’ambasciatore, è la presenza di simpatizzanti del gruppo terroristico dentro le stesse unità dell’esercito libanese. A maggio Trump aveva suggerito fosse Israele a selezionare e addestrare i soldati libanesi, ma il segretario di Stato Marco Rubio, ha raccontato Leiter, ha suggerito non fosse ancora il momento: «Signor presidente, loro odiano Hezbollah, ma non sono ancora pronti ad amare gli israeliani».
Gerusalemme, ha aggiunto l’ambasciatore, è pronta a sostenere il governo anti-Hezbollah di Beirut con intelligence e a farsi portavoce con Washington per ottenere maggiori aiuti all’esercito regolare.
Israele non è solo
In chiusura Leiter ha replicato al vicepresidente JD Vance, secondo cui Trump sarebbe rimasto l’unico leader mondiale solidale con Israele: il diplomatico ha citato i solidi legami con India, Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian, Somaliland e Armenia, precisando poi di non aver mai colto in Vance «un briciolo di antipatia verso Israele».
[Fonte e Foto: Moked/Pagine Ebraiche]



