
Iran, il potere dopo Khamenei

In corso i funerali di Khamenei, ma Teheran usa il lutto per rilanciare l’immagine di un potere sopravvissuto ai bombardamenti. Il punto di Alessia De Luca per l’ISPI.
Centinaia di migliaia di persone sono tornate a riversarsi lunedì per le strade di Teheran in occasione dei funerali di Ali Khamenei. Le esequie della guida suprema della Repubblica islamica, uccisa nel primo giorno di bombardamenti israelo-statunitensi, sono iniziate venerdì scorso e si protrarranno fino a domani, giovedì, mentre nel paese è in corso un fragile cessate il fuoco, in attesa che proseguano i colloqui per un accordo di pace definitivo. Le immagini trasmesse in diretta dalla tv di stato iraniana mostrano una folla immensa di fedeli in lacrime e altri che intonano canti e cori, che scorre lungo i 10 chilometri del percorso che conduce alla bara del defunto leader. Il corteo attraversa la storica Enghelab, o Piazza della Rivoluzione, dominata da un’imponente statua a forma di pugno chiuso, nota come “il pugno della sfida”, simbolo distintivo delle cerimonie.
Bandiere rosse colorano la folla, e manifesti prendono di mira il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il suo vice JD Vance e il premier Israeliano Benjamin Netanyahu. Sabato nella Grande Moschea di Teheran erano presenti rappresentanti di Hezbollah, Hamas e degli Houthi, principali formazioni paramilitari sostenute da Teheran e membri del cosiddetto ‘asse della resistenza’ che l’Iran sostiene da tempo nella sua lotta contro Israele. Anche tre figli di Khamenei partecipano ai funerali, ma non Mojtaba, succeduto a suo padre e oggi terza guida suprema dell’Iran. Secondo quanto riportato dai media iraniani, sarebbe rimasto ferito nello stesso attacco che uccise suo padre e finora non è mai apparso in pubblico. Israele ha promesso che sarebbe stato un obiettivo. La sua assenza potrebbe quindi essere dovuta a motivi di sicurezza, sebbene i funzionari iraniani non abbiano fornito spiegazioni.
Un rito simbolico e politico?
Le esequie vere e proprie di Khamenei si terranno tra pochi giorni nella sua città natale di Mashhad, città sacra per i musulmani sciiti in Iran e nel vicino Iraq. Sarà quello il momento più significativo di un evento che non è un semplice funerale, ma un rito attentamente concertato e dal profondo significato politico. “I nuovi leader iraniani vogliono che questo spettacolo, a cui partecipano milioni di persone in lutto, addolorate e arrabbiate, mandi un messaggio di forza e di resistenza ai nemici dentro e fuori l’Iran” spiega Lyse Doucet, corrispondente di Bbc da Teheran. Nel frattempo, l’Iran è nel mezzo di profondi cambiamenti innescati dallo stesso conflitto che avrebbe dovuto abbattere la Repubblica Islamica ma che per certi versi invece sembra averla rafforzata. Prima dello scoppio del conflitto infatti, era convinzione diffusa tra gli analisti e osservatori internazionali che l’Iran si trovasse in una situazione di estrema vulnerabilità. Secondo il New York Times, diversi rapporti dell’intelligence indicavano che il regime degli Ayatollah fosse più debole di quanto non fosse mai stato in qualsiasi altro momento dalla Rivoluzione islamica del 1979. L’idea che potesse resistere agli Stati Uniti e a Israele sembrava quindi inverosimile. Eppure dopo oltre tre mesi di bombardamenti che ne hanno decapitato la leadership politica, la Repubblica islamica è ancora in piedi grazie alla sua capacità di bloccare una delle vie navigabili più importanti del mondo, lo Stretto di Hormuz, e di strangolare l’economia globale.
Una nuova generazione al potere?
Trump ama ripetere di aver “vinto” la guerra e di aver realizzato un cambio di regime in Iran. Ma secondo i sondaggi, la maggior parte degli Americani è scettica riguardo l’esito del conflitto. Di certo, la guerra ha radicalmente cambiato le cose a Teheran, dove una nuova generazione è salita al potere per sostituire i leader uccisi nei bombardamenti. È vero che il presidente, Masoud Pezeshkian, ha 71 anni ma la sua generazione, quella che ha guidato la rivoluzione del 1979, è ormai scomparsa. “Hanno un programma ben preciso. Hanno gestito la guerra e ora gestiranno anche la pace” osserva Vali Nasr, docente alla Johns Hopkins University, secondo cui la nuova guardia al potere a Teheran “non è composta dal tipo di persone che Washington è solita definire ideologi apocalittici dalla mente confusa, bensì da leader generalmente post-rivoluzionari, spietatamente concentrati sulla preservazione dello Stato e disposti ad agire con maggiore decisione rispetto ai loro predecessori”. Per decenni Khamenei aveva perseguito una strategia improntata alla cautela, definita “né di guerra, né di pace”. In poche settimane, i suoi successori hanno mostrato maggior audacia, lanciando attacchi contro le basi militari statunitensi nei paesi vicini per poi mostrarsi disposti a sedere al tavolo delle trattative per porre fine alla guerra a condizioni tutt’altro che umilianti per Teheran.
Una trasformazione in corso?
Per gli iraniani, la guerra è stata uno shock profondo. La morte di decine di bambine in una scuola elementare di Minab, il primo giorno di guerra, a causa di un missile americano ha messo in crisi gli iraniani anti-regime, facendo sorgere in alcuni il dubbio su chi fosse il vero nemico da combattere. Dopo aver promesso di liberarli, Israele e gli Stati Uniti sembravano intenzionati a distruggere il loro Paese mentre i pasdaran – protagonisti della feroce repressione di gennaio – hanno dimostrato di poter almeno proteggere la sovranità iraniana. Se la nuova leadership sarà in grado di cogliere l’opportunità per ricostruire la legittimità di un sistema politico ormai in frantumi resta ancora tutto da vedere. Oggi ancor più di ieri un gran numero di giovani istruiti contrari alla Repubblica Islamica sentono di non avere voce in capitolo nel determinare il futuro del Paese. Per Ali Vaez, dell’International Crisis Group, l’Iran è ad un punto di svolta, “tra vecchie certezze e nuove possibilità, sul piano sia interno sia internazionale”. Per anni i Paesi del Golfo hanno creduto che le basi militari statunitensi sul loro territorio garantissero loro sicurezza, non che li trasformassero in un bersaglio, osserva. “Oggi quegli stessi Stati mettono in discussione la credibilità dell’ombrello di sicurezza americano e la propria strategia di deterrenza”, e starebbero cercando un riavvicinamento con Teheran nel tentativo di ricucire i rapporti con un vicino tornato improvvisamente più pericoloso. Dopo sei mesi tumultuosi, la regione inizia ad assumere un aspetto diverso. Ma ci vorrà tempo per capire se questa trasformazione lascerà il posto ad un equilibrio migliore e più stabile di quello precedente.
Il commento di Luigi Toninelli, Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa ISPI
“Come da tradizione nella cultura iraniana, il funerale e il cordoglio rappresentano un importante rito collettivo che prescinde dal grado di vicinanza personale al defunto. Il fatto che le esequie si svolgano a oltre quattro mesi dalla morte di Ali Khamenei – a differenza di quelle di altri esponenti apicali della Repubblica islamica, sepolti già da tempo – risponde alla volontà di consentire al più ampio numero possibile di persone di partecipare alla cerimonia senza la minaccia di bombardamenti e missili israelo-statunitensi. La morte di un leader costituisce spesso un’occasione per serrare i ranghi e proiettare all’esterno un’immagine di compattezza e forza del sistema. Così era avvenuto anche in occasione del cordoglio di massa seguito alla scomparsa del controverso presidente, Ebrahim Raisi. Questa volta, tuttavia, l’apertura di una “finestra di pace” si intreccia con il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti: una coincidenza troppo ghiotta perché Teheran potesse rinunciare a sfruttarla, un’occasione per esibire la propria forza dopo un conflitto che ritiene di aver vinto”.
[Fonte e Foto: ISPI]



